VINCENT PRICE, IL DANDY DELL’ORRORE

Vincent Price non è un attore, è un dandy del grande schermo. Il cattivo supremo, padre di una stagione irripetibile del cinema dell’orrore. Eleganza, credibilità e dignità allo stato puro per una recitazione sempre superba. Due occhi azzurri mesmerici che si affacciano sugli abissi dell’anima umana e una voce diabolicamente divina capace di gelare il sangue. Affascinante. Irresistibile. Geniale.

Eppure l’interpretazione fu il secondo grande amore di Vincent, nato grazie al primo: laureatosi in Storia dell’Arte all’Università di Yale, durante un soggiorno di studio a Londra per fare un master in Belle Arti scoprì il veleno del teatro e da allora nessuno dei due poté fare a meno dell’altro, dai primi passi da professionista nella Mercury Theater di Orson Welles nel 1935 allo straordinario tour de force di Diversions and Delights, in cui un glorioso Vincent ormai 70enne impersonava Oscar Wilde. Il palcoscenico aprì le porte a una carriera brillante anche in radio e televisione e, al disopra di tutto, nel cinema. Price mostrò la sua polivalenza artistica sotto la lente di mostri sacri come Otto Preminger o Cecil B. DeMille, ma fu l’orrore a gettare le fondamenta del mito. Ecco a voi il nostro omaggio al genio, sette frai i più deliziosi ruoli di quel menù delicatessen che è la filmografia di Price (e consentiteci di usare questa metafora, poiché la cucina fu il suo terzo grande amore). Alle première Vincent aveva l’abitudine di camuffarsi tra gli spettatori per esaminare le loro reazioni. Ogni tanto voltatevi a guardare indietro. Non si sa mai.

Henry Jarrod
House of Wax (André De Toth, 1953)

Quelli che interpreto non sono mostri, sono solo uomini perseguitati da un destino crudele in cerca di vendetta.

Sin dal suo debutto davanti alla cinepresa Price aveva partecipato in diverse produzioni horror -una per tutte, la mitica Tower of London (L’usurpatore, Rowland V. Lee, 1939)-, ma La maschera di cera fu il suo primo ruolo da protagonista assoluto in un film del genere. Nella New York di fine Ottocento, la delicata concezione dell’arte di Henry Jarrod, scultore di figure di cera, si scontra con quella del suo socio Matthew Burke (Roy Roberts), il quale, in preda a un’ambizione smisurata, dà fuoco al museo per incassare i soldi dell’assicurazione. Jarrod scampa miracolosamente alla tragedia e, ridotto su una sedia a rotelle, trova la forza per cominciare di nuovo, riaprendo il museo con l’aiuto di un giovane sordomuto (Charles Bronson). All’insegna di quel nazional-popolare ambito da Wallace, fra le nuove sezioni spicca una pittoresca “Camera degli orrori” in cui trovano rappresentazione crimini cosiddetti “storici” e altri molto, molto più recenti. Un magnifico film di raro lirismo che sbancò il botteghino cavalcando l’onda del talento sconfinato di Price per tenere testa ai fantasmi che si annidano negli angoli più bui della mente umana. Remake, senza gli elementi comici, del film omonimo della Warner del 1933, La maschera di cera fu inoltre la prima pellicola in 3D con audio stereofonico e contribuì alla diffusione di questi effetti visuali negli anni 50. Curiosamente il regista ungherese aveva perso la visione in un occhio e non era capace di percepirli, ma uscì vittorioso dalla sfida. “A pensarci bene -ricordava divertito-, nemmeno Beethoven poteva ascoltare la sua musica, giusto?”.

Frederick Loren
House on Haunted Hill (William Castle, 1959)

Gotico è una parola che fa venire in mente molti peccati!

Uno stravagante miliardario chiamato Frederick Loren (omaggio a uno dei racconti più popolari di Edgar Allan Poe, La caduta della casa degli Usher) che viaggia in carro funebre. Una festa in onore della sua quarta moglie (Carol Ohmart), che aspira a diventare “un’adorabile vedova” nel più breve tempo possibile. Cinque invitati di diversa età ed estrazione sociale che non si conoscono tra di loro. Una dimora vittoriana infestata da assassini, esseri dell’aldilà e qualche “gelida manina”. In palio, 10.000 dollari per chi riuscirà a rimanerci tutta la notte, con la sola compagnia di una pistola calibro 38 fornita dal proprio anfitrione. Per sicurezza, non sia mai qualcuno bussi alla porta della camera da letto prima dell’alba. Ma ci sarà un vincitore o il gruppo si è imbattuto in un perverso gioco senza via d’uscita? (“Ce ne saranno altri, molti altri, che stanno venendo per me ora e poi verranno per voi!”). Elementi “canonici” che, se mischiati sapientemente, potevano portare alla nascita di un classico del cinema dell’orrore. Castle e Price ci riuscirono, eccome, fino al punto di far sì che La casa dei fantasmi diventasse una fonte d’ispirazione privilegiata per Alfred Hitchcock, il quale girò il suo film a (molto) basso costo appena un anno dopo, un tale Psycho. Vincent giganteggia nei panni di un torturato maestro burattinaio che muove i fili delle paure dei suoi ospiti -vale a dire, delle nostre paure- ed eleva l'(auto)ironia alla categoria di stato dell’anima. Perché, cara, “ricordi quanto ci divertimmo quando cercasti di avvelenarmi?”.

Roderick Usher
House of Usher (Roger Corman, 1960)

Spaventare ed essere spaventato sono ugualmente divertenti.

E sulle orme del genio di Boston e della casa degli Usher tornò Price nel 1960, anno che diede il via al suo sodalizio artistico con Roger Corman. La coppia girò sette film ispirati ai testi di Poe, tra cui gli imprescindibili Il pozzo ed il pendolo, La tomba di Ligeia e Il corvo. Siccome sceglierne soltanto uno è una missione impossibile, valga come esempio il primo titolo della serie, uno dei più iconici e -a voi il giudizio- intitolato in italiano I vivi e i morti. Senza il suo caratteristico moustache e con i capelli biondissimi, Vincent diventa Roderick, ultimo rampollo di una nobile famiglia in decadimento, genìa maledetta i cui membri precipitano inesorabilmente nel baratro della demenza. L’arrivo del promesso sposo (Philip Winthrop) di sua sorella Madeline (Myrna Fahey) viene a sconvolgere la quotidianità degli Usher, esacerbando il desiderio della giovane di uscire per sempre da quel castello desolato che si erge in mezzo a una palude. Da allora Roderick si mostrerà disposto a tutto pur di evitare un matrimonio che servirebbe solo a perpetuare una malattia per la quale non ci sono spiegazioni razionali. Con la sua consueta eleganza scenica e una recitazione che serpeggia fra il dramma e la melancolia, Price incarna in maniera disarmante quel senso di “insopportabile tristezza” che pervade il racconto di Poe, mettendo lo spettatore di fronte al dilemma di capire o meno le ragioni di un personaggio perturbante e ambiguo che prende la meraviglia letteraria e ne fa un sublime incubo cinematografico.

Waldo Trumbull
The Comedy of Terrors (Jacques Tourneur, 1963)

È l’arte a tenerci in vita.

Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff, Basil Rathbone. Una manciata di ragazzacci che di terrore ne sapevano qualcosa si ritrovarono tra le mani una sceneggiatura di Richard Matheson che prendeva spunto da Tales of terror (I racconti del terrore, Corman, 1962). Il risultato non poteva che essere un capolavoro. Tramonto del XIXesimo secolo in Nuova Inghilterra. Waldo Trumbull (Price) è il gestore di un’agenzia funebre fondata da suo suocero, l’ormai senile signor Hinchley (Karloff). Trumbull e il suo collaboratore Felix Gillie (Lorre) si sono specializzati nella riutilizzazione dell’unica bara che l’impresa possiede, ma nemmeno con questo programma di risparmio riescono a saldare i debiti. Con il suo principale creditore, John F. Black (Rathbone), alle calcagna, non c’è altra opzione per i due che esplorare nuove tecniche di marketing, forse un po’ troppo invadenti: e se fossero loro stessi ad attirare nuovi clienti uccidendoli? E se il candidato ideale fosse il proprio Black?. Con queste premesse c’è poco più da dire. Il clan del terrore è una strabiliante commedia horror che regala allo spettatore la sensazione di trovarsi davanti ad un palcoscenico dal vivo, confermando le teorie di Buster Keaton: il quartetto mette in moto un meccanismo che funziona “con la stessa precisione di un orologio”. Un copione quasi shakesperiano (qualcuno ha detto “Macbeth”?), un’incantevole recitazione sopra le righe e ritmi da slapstick per un viaggio verso il confine tante volte brumoso tra la vita e la morte: “Tutti sanno che Lei è morto, signor Black, tranne, apparentemente… Lei”. Semplicemente geniale.

Robert Morgan
The Last Man on Earth (Ubaldo Ragona, Sidney Salkow, 1964)

Un attore horror riesce a rendere, meglio di qualsiasi attore del Metodo, credibile l’incredibile e incredibile il credibile.

Matheson e Price si ritrovarono un anno dopo The comedy of terrors in quello che fu il primo -e finora, più fedele- adattamento di I am legend (Io sono leggenda), romanzo seminale dello scrittore statunitense. Robert Morgan, unico sopravvissuto ad un’epidemia che ha trasformato gli essere umani in vampiri, conduce un’esistenza angosciante: passa i giorni a girare per la città, dedito ad un’attività tutt’altro che appagante: cercare i covi dei non-morti per impalarli e bruciarli; le notti, a dormire (si fa per dire), con tanto di specchi e aglio attorno a lui, e a tentare di comunicare con eventuali sopravvissuti attraverso una stazione radioamatoriale. La monotonia viene spezzata da una donna (Franca Bettoia), membro di una comunità che si mantiene in vita grazie ad un vaccino (“L’uomo ha la possibilità di vivere anche senza una ragione. Ti sorprende? Eppure molta gente, prima, viveva in questo modo, vegetando”). Dopo pesanti scontri con la Hammer, il film venne finalmente prodotto in Italia, presso gli studi Titanus della Farnesina a Roma, mentre gli esterni furono girati nel quartiere dell’EUR, diventato per l’occasione uno scenario apocalittico pressoché perfetto. Anche se Matheson collaborò attivamente alla stesura del copione, a causa dei problemi durante le riprese decise di apparire accreditato come “Logan Swanson”. Che Vincent non fosse la prima opzione dello scrittore per impersonare il dottor Morgan, è probabile. Che nessun altro attore sarebbe riuscito a modulare con la maestria di Price il pathos straziante e schietto che si addice a L’ultimo uomo della terra, è sicuro.

Matthew Hopkins
Witchfinder General (Michael Reeves, 1968)

Una persona che limita i suoi interessi limita la sua vita.

Vincent Price è il cattivo (cinematografico) perfetto e il film di Reeves ne è la conferma. È vero: non avevamo bisogno di “conferme”, ma c’è un dettaglio che fa di questo ruolo uno dei più perturbanti della sua  carriera. Il grande inquisitore mette su pellicola la vita di un personaggio storico, Matthew Hopkins, un giovane avvocato del Suffolk che durante la guerra civile inglese ripercorse il Paese allegando di essere stato autorizzato dal Parlamento per guidare una spaventosa caccia alle streghe (fra il 1644 ed il 1646 più di duecento persone -nella stragrande maggioranza donne- furono vittime dei suoi brutali metodi di tortura). Screzi a parte -con la critica, che ritenne alcune scene troppo violente e costrinse gli sceneggiatori a riscrivere per ben tre volte il copione, e fra Vincent ed il regista-, il trionfo di questo film di culto è che non mette a fuoco i processi, ma i perversi meccanismi di manipolazione e delazione che si celano dietro la paura come motore della storia. La paura delle streghe, ma anche dei ribelli, degli stranieri, degli eretici. Di tutto ciò che non si conosce e non si può dominare. Price, che stava per varcare la soglia dei 60 anni quando girò il film, cattura tutta l’essenza sadica che permea gli scritti di Hopkins. È la personificazione del male in un récital di sguardi e sorrisi che riescono a gelare il sangue, quasi a destabilizzare la psiche, dello spettatore. Perché questa volta il terrore è umano. Troppo umano.

Edward Lionheart
Theatre of Blood (Edward Hickox, 1973)

Amleto dice: Il resto è silenzio. E, nel marasma di suoni che ci circondano ogni giorno, è la cosa più desiderabile.

Oscar insaguinato (e qui abbiamo definitivamente perso la battaglia delle traduzioni) riprende l’idea della vendetta seriale di The abominable Dr. Phibes (L’abominabile dottor Phibes, Robert Fuest, 1971), dove Vincent, in un ruolo tutto giocato sugli sguardi e la gestualità, dava vita ad un musico che decideva di vendicarsi della squadra medica che aveva causato la morte di sua moglie, seguendo l’ordine delle bibliche piaghe d’Egitto. Adesso Price abbandona la sala operatoria per le strade di Londra e racconta la storia di Edward Lionheart, un attore shakesperiano, istrione e purista, che viene pubblicamente disprezzato da un gruppo di critici incapaci di riconoscere il suo genio. Niente paura: la vendetta è un piatto che va servito freddo. Così, due anni dopo un finto suicidio nel Tamigi, arriva il regolamento di conti, inscenando per ognuno di loro un delitto ispirato alle uccisioni che il Bardo illustra nelle sue tragedie, dall’accoltellamento di Giulio Cesare alla “libbra di carne” de Il mercante di Venezia, passando per i vizi culinari di Tito Andronico o la botte di vino di Riccardo III. Una strepitosa lettera d’amore al mondo del palcoscenico che Vincent citava sempre tra i suoi ruoli prediletti. Come si fa a dargli torto? Una recitazione deliziosamente teatrale e perversamente divertita (in molti sensi, un auto-omaggio targato Price) per questo irresistibile ribelle con una causa: incarnare “la personificazione del lato oscuro di ogni uomo su questa terra. So che tutto ciò suona un po’ macabro, ma che posso farci, mi fa impazzire!”. E noi impazziamo con lei, maestro.

Citazioni tratte da: I love what I know. A visual autobiography di Vincent Price (1959).

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