L’ULTIMO UOMO DELLA TERRA

In tempi bui, le arti ribadiscono con particolare forza il loro ruolo essenziale: rifugio, ancora di salvezza, occasione di analisi profonda della condizione umana (e non). La bellezza, di nuovo durante questa pandemia, ci ha salvato l’anima. O, almeno, ci ha provato.

Nell’ondata di riflessioni distopiche, apocalittiche e post-apocalittiche che ci ha travolto, Io sono leggenda (I Am Legend, 1954) si è rivelato un saggio di sociologia sul comportamento dell’umanità di fronte a un virus che comincia a mietere vittime a velocità esponenziale. Le descrizioni di Richard Matheson dei militari mascherati portando via i corpi per essere bruciati hanno raggiunto un’inaspettata dimensione nel nostro immaginario sociale. Niente, però, che non avessero già fatto I promessi sposi, diario di bordo delle fasi di espansione del morbo che stiamo ancora vivendo.

Apocalisse: da Los Angeles a Roma

Scherzi (pochi) e sciovinismo (mica tanto) a parte, la prima trasposizione filmica del romanzo dello scrittore statunitense arrivò nel 1964: L’ultimo uomo della Terra (The Last Man on Earth), con la voce e la sembianza di ⇒ Vincent Price, ne è l’adattamento più fedele; elevato agli altari del cinema di culto e di pari passo con il testo scritto, ha stabilito i topoi della finzione post-apocalittica, punto di riferimento indispensabile per il genere, su carta e su pellicola, a cominciare da George A. Romero e la sua Night of the Living Dead, La notte dei morti viventi.

Lettori e spettatori entrano nella narrazione in medias res e, grazie a una ricca analessi, scoprono il passato dell’operaio Robert Neville -Robert Morgan, scienziato, nel film-, unico sopravvissuto a un virus di origine sconosciuta che si trasmette per via aerea e ha annichilito la popolazione mondiale, facendo sì che le vittime non bruciate diventino un ibrido tra vampiro e zombie: Io sono leggenda fu, difatti, una delle prime opere di finzione a trattare scientificamente il vampirismo, strappandolo dalle ⇒ tenebre sovrannaturali del folklore europeo.

Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, 1964.

La storia comincia il 5 settembre 1968: sono passati tre anni “da quando ho ereditato il mondo, soltanto tre anni che sembrano cento milioni”. La sua esistenza è una routine di sopravvivenza. Di giorno, setaccia la città per fare scorta di viveri e combustibile, approfittandone per uccidere i vampiri dormenti e bruciarne i corpi. Di notte, si barrica nella sua villetta, fabbrica i paletti da conficcare nei loro cuori e, tra whisky e jazz, cerca di dormire, cullato dalle voci delle creature che assediano la casa, capeggiati dall’ex-collega e amico Ben Cortman (Giacomo Rossi Stuart).

A bordo della sua auto, ripercorriamo le strade deserte e desolate, un panorama irreale, anzi, surrealista, potenziato nel film dall’eccezionale bianco e nero di Franco Delli Colli, che ci fa sentire come se fossimo dentro uno scatto di ⇒ Eugène Atget, anche se veramente siamo a spasso per l’EUR di Roma, divenuto per l’occasione un imponente scenario post-apocalittico. È il capovolgimento estremo del ⇒ canone classico del vampiro: un essere umano in un mondo di non morti, con la sola compagnia di una stazione radioamatoriale muta da tre anni.

Io sono leggenda

La situazione precipita dopo l’incontro con Ruth Collins (Franca Bettoia), che, inizialmente scambiata per una superstite, finisce per confessare la sua vera condizione: appartiene a un tipo più evoluto di vampiri, capaci di resistere alla luce del sole grazie a delle iniezioni giornaliere di plasma e virus. Nella nuova società, il leggendario (a sua insaputa) predatore di vampiri non ha posto, ma la spia, venuta a conoscenza della tragica storia dell’uomo in carne e ossa -la figlia bruciata in una fossa comune, l’uccisione della moglie- gli consiglia disperata di fuggire dalla città.

Robert non lo fa e, pochi mesi (ore, nel film) dopo, viene catturato. Nel romanzo, chiuso in cella, si suicida ingerendo delle pillole, cortesia di Ruth, per evitare la brutale esecuzione programmata. Prima della fine socratica, l’ultimo uomo (letterario) della Terra si affaccia alla finestra, osserva i componenti della nuova umanità che attendono la sua morte e, trafitto dal panico, capisce di essere l’anomalia genetica: “Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra nell’inespugnabile fortezza dell’eternità. Io sono leggenda”.

Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, 1964.

Nel film, invece, viene perseguitato e ucciso sull’altare di una chiesa; prima di cadere esanime tra le braccia di Ruth, realizza un atto di accusa esplicito: “Mostri, siete dei mutanti, sono io l’uomo, l’ultimo uomo della Terra!”. Sul suo sangue immune al virus (merito del morso di un pipistrello in Panama anni prima) si rifonderà la nuova società. Letteralmente, poiché prima di morire aveva realizzato una trasfusione alla donna. “Non piangere”, Ruth, Pietà post-apocalittica, accarezza la testa di un bambino impaurito dal frastuono, “adesso siamo tutti salvi”.

Vincent Crusoe

La gestazione del film fu travagliata: la storica Hammer Film Productions, dopo innumerevoli screzi con la censura, abbandonò il progetto e il produttore Robert L. Lippert lo portò (a basso costo) avanti, con Sidney Salkow dietro la cinepresa; Ubaldo Ragona, indicato come regista nella versione italiana, fu probabilmente il responsabile del doppiaggio. Matheson curò la sceneggiatura, ma nei titoli di testa compare come “Logan Swanson”; viene, però, esplicitato che si tratta di un adattamento del romanzo: mai dire “no” a un diritto d’autore.

Inoltre, lo scrittore non si mostrò molto d’accordo con la scelta di Price, per il quale, del resto, nutriva una profonda ammirazione. Furono gli infiniti problemi sorti prima e durante le riprese (con la troupe schivando i poliziotti per le strade di Roma) a provocarne il rifiuto? Facciamo questa riflessione perché, da spettatori, è difficile pensare a un “ultimo uomo della Terra” più azzeccato di lui, che dispiega una prestazione attoriale superba, considerata all’unanimità tra le migliori della sua carriera ⇒ Scopri di più: VINCENT PRICE, IL DANDY DELL’ORRORE.

Vincent Price e Franca Bettoia ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, 1964.

Spesso (e superficialmente) etichettato come “horror”, siamo davanti a uno straziante studio sulla solitudine umana, erede del Robinson Crusoe di Daniel Defoe e reso indimenticabile dalla presenza melancolica e tormentata di Vincent. Il maestro che ⇒ raccoglieva in sé l’universo letterario di Poe, è Logos e Pathos, gravitas perfetta, l’incrocio tra Giobbe e Kafka o persino ⇒ Gogol, ripetendo azioni prive di senso (“Quanti paletti dovrò fabbricare prima di distruggerli?”), ma che costituiscono il filo invisibile al quale si aggrappa l’ostinata natura umana.

Tra smarrimento morale e disperazione, Robert è il porcospino di Schopenhauer, vittima e carnefice nell’interazione sociale. La morte fisica viene provocata dalle ragioni “dell’altro”; quella morale, dalla consapevolezza dell’assenza di speranza (“Sapeva di non essere uno di loro, di essere un anatema, un orrore nero da distruggere, come i vampiri”). Il mondo che conosceva non c’è più; quello nuovo lo uccide. “Ora sono io l’anormale. La normalità è un concetto di maggioranza, la norma di molti e non la norma di uno solo”. Nel bene e nel male.

L’ULTIMO UOMO DELLA TERRA. The Last Man on Earth, un film di Sidney Salkow (1964). Durata: 86′. Soggetto: tratto dal romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson. Sceneggiatura: Richard Matheson, Furio M. Monetti. Fotografia: Franco Delli Colli. Interpreti: Vincent Price, Franca Bettoia, Giacomo Rossi Stuart, Emma Danieli.

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