TINA MODOTTI, RIVOLUZIONE SU PELLICOLA

femme fatale del Comintern, né Mata Hari italiana, né vittima di un destino quasi cinematografico. Tina Modotti fu, semplicemente, una fotografa straordinaria. Ma in un mondo che si affacciava sul Novecento, una donna libera, bella e piena di idee radicali su tutto -arte, sesso, educazione, politica- era una bomba ad orologeria. Dal Messico dei campesinos alla Spagna trafitta dalla guerra civile, Tina mise il suo obiettivo e la sua vita al servizio del popolo e pagò un alto prezzo per il suo compromesso rivoluzionario. “Desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore”.

Il sogno americano

Più di 10.000 chilometri separano Udine da Città del Messico. Una distanza siderale per la maggioranza dei mortali il 16 agosto del 1896, ma che Assunta Adelaide Luigia Modotti, allora neonata, non ci metterà troppo a ripercorrere. A due anni comincia gli spostamenti. Prima in Austria, dove la famiglia rimane fino al 1905, quando papà Giuseppe, meccanico e carpentiere, decide di attraversare l’oceano in cerca di fortuna. Mamma Assunta, sarta, ritorna a Udine e a 12 anni Tina deve alternare la scuola con il lavoro come operaia nella fabbrica tessile Raiser per contribuire al sostegno di casa Modotti, dove sono arrivati anche Iolanda, Mercedes, Benvenuto, Gioconda e Giuseppe. Ma quella vita senza troppi orizzonti non fa per lei: la chiamata dall’America si fa irresistibile e nel 1913 raggiunge suo padre a San Francisco. Affascinata dalla vita artistica della città del Golden Gate, Tina -che lavora come camiciaia, indossatrice, cappellaia e persino modella occasionale- frequenta mostre, serate teatrali e presto lei stessa diventa attrice amatoriale, mettendo in scena opere di D’Annunzio, Goldoni e Pirandello nei locali della Little Italy. In una di queste kermesse culturali conosce il pittore e scrittore Roubaix de l’Abrie Richey, con cui stabilisce un sodalizio sentimentale e professionale. Nel 1917 si trasferiscono a Los Angeles. Robo comincia a sperimentare la tecnica batik di coloritura di tessuti e la preziosa esperienza di Tina in questa materia fa sì che le loro creazioni artistiche riscuotano una popolarità senza precedenti. Ha 21 anni ed il sogno americano spalanca le sue porte davanti a lei.

Hollywood? No, grazie

La bellezza della Modotti non sfugge agli attori che si radunano nella casa che la coppia ha in South Lake. Dopo alcune parti minori, a partire dal 1920 arrivano i ruoli cinematografici da protagonista: The tiger’s coat, Riding with death, I can’t explain. Acclamata dal pubblico e dalla critica, Tina disprezza il modo in cui la sua immagine è stata presentata nel giovanissimo mercato di Hollywood e interrompe quell’avventura che la vede come un semplice oggetto esotico per rispolverare il suo interesse per la fotografia, un mondo conosciuto nello studio udinese dello zio Pietro e mai dimenticato. La vogliono davanti ai loro obiettivi alcuni tra i più importanti nomi della prima metà del Novecento: Jane Reece, Johan Hagemayer e, soprattutto, Edward Weston. L’attrazione fra il fotografo statunitense e Tina è la spinta di cui Robo ha bisogno per accettare l’offerta di lavoro arrivata da Città del Messico. Durante i preparativi manda a Tina svariate lettere, righe appassionanti, brulicanti di proposte artistiche e descrizioni quasi oniriche di quella terra così vicina e così lontana. Il sotterfugio amoroso fa centro. Nel febbraio del 1922, già ai piedi di un Paese che sogna da mesi, la giovane parte per il Messico, ma Robo ha contratto il vaiolo e muore poche ore prima dell’arrivo. Tina decide allora di organizzare la mostra di batik tanto ambita dal suo compagno e ne fa un successo straordinario, grazie anche ai ritratti di Weston, origine del “mito Modotti” come femme fatale imperturbabile e irraggiungibile. Niente a che vedere con la realtà.

Tina Modotti, fotografa

Nella primavera del 1923 un esilio temporaneo a San Francisco, con motivo della morte di Giuseppe, serve a Tina per pubblicare una raccolta di scritti di Robo e approfondire le sue conoscenze fotografiche. Fa l’assistente in camera oscura e si occupa della contabilità dello studio di Weston, dal quale impara una concezione della fotografia intesa come produzione di immagini oneste, prive di qualsiasi trucco o manipolazione, lontano dal pittorialismo predominante. “La maggior parte dei fotografi vanno alla ricerca dell’effetto artistico, imitando altri mezzi di espressione grafica -dirà la Modotti- e il risultato è un prodotto ibrido che non dà al loro lavoro la caratteristica più valida che dovrebbe avere: la qualità fotografica”. La torrida estate messicana giunge al termine quando aprono uno studio nella capitale e Tina esperimenta per trovare un linguaggio proprio, attraversando un primo periodo “romantico” a cui appartiene la serie Roses, Calla Lilium, caratterizzato dall’utilizzo di carta patinata, che dà alle immagini una particolare morbidezza. I riconoscimenti non si fanno aspettare: organizza una seconda mostra di Weston in Città del Messico e i suoi scatti appaiono in una collettiva al Palacio de la minería. Molto vicina al sindacato dei pittori, scultori e tecnici rivoluzionari, fa amicizie radicali come Diego Rivera e Vittorio Vidali. Le sue opere si politicizzano e diventano abituali nei giornali di sinistra, compreso El machete, organo ufficiale del Partito comunista messicano. La svolta tecnica decisiva arriva nel Natale del 1925: sostituisce la sua Korona 4×5 con una Graflex reflex a lente singola, garantendosi un’assoluta libertà lavorativa.

Un popolo di carne e magia

Mentre in Italia Benito Mussolini instaura la dittatura fascista, la sinistra radicale messicana sventola la bandiera della rivoluzione. Tina, a cui vengono spesso in mente le conversazioni e i desideri dei suoi, simpatizzanti del socialismo operaio di fine ‘800, sente dentro di sé la crescita di una rovente responsabilità politica e la parata della Giornata internazionale dei lavoratori del 1926 diventa lo scenario perfetto per mettere in pratica la sua nuova concezione della fotografia (e della vita). Il successo degli scatti -con le impostazioni geometriche e gli originali tagli prospettici che ripercorreranno tutta la sua produzione- è enorme e apre, nelle parole di Manuel Martínez Bravo, il suo “periodo rivoluzionario”. La vita bohémien non è nemmeno un ricordo. Dopo quell’indimenticabile primo maggio, la Modotti e Weston partono per il centro del Paese con l’incarico di curare le immagini di Idols behind altars (Gli idoli dietro gli altari), ricerca sulle radici culturali dell’arte contemporanea messicana della giornalista Anita Brenner. Tina si trova a tu per tu con le comunità indígenas che aveva conosciuto mentre fotografava i processi creativi dei murales, lascia architetture e fiori e si concentra sui soggetti presi in prestito dalla vita di tutti i giorni, specie le donne contadine e artigiane che incarnano per lei l’anima profonda e magica del Messico rurale. L’ultimo mese dell’anno segna la fine del progetto, ma non solo: le strade di Tina ed Edward si sono definitivamente separate, dal punto di vista tecnico e anche sentimentale, e Weston torna negli Stati Uniti.

Vento di rivoluzione

Ma il profondo dolore -entrambi avranno un contatto epistolare ancora per molto tempo- non la ferma. Nel 1927 si iscrive ufficialmente al partito comunista, partecipando alla campagna internazionale per l’assoluzione di Sacco e Vanzetti. Grazie al muralista indio Xavier Guerrero si avvicina alla tribù dei Tarahumaras, con cui Antonin Artaud convivrà pochi anni dopo e definirà come “un viaggio alle origini dell’umanità”. L’impatto è decisivo e Tina vede sempre più lucidamente come la fotografia debba essere uno strumento di ricerca e denuncia sociale, di esaltazione dei simboli del popolo, della sua dignità e del suo lavoro. L’obiettivo punta adesso sui campesinos e sugli operai, vite bruciate dal sole e dalla sabbia, che faranno il giro del mondo su Forma, New Masses e Horizonte. Il nome della Modotti comincia ad essere scomodo e viene segnalata come “sovversiva” dagli informatori di Mussolini durante un incontro della Lega antifascista da lei organizzato. A “peggiorare” la situazione, l’amicizia sempre più stretta con Julio Mella, mito della rivoluzione cubana, e Frida Kahlo, entrambi modelli privilegiati della fotografa italiana. Le connotazioni ideologiche si esacerbano nella sua serie Contrasti del regime, primo esempio di fotogiornalismo critico ad apparire sulla stampa messicana. La goccia che fa traboccare il vaso arriva il 10 gennaio del 1929: Mella è assassinato e Tina viene coinvolta in una campagna denigratoria ordita dalla destra reazionaria con lo scopo di screditare il movimento comunista messicano. Sottoposta agli arresti domiciliari e a violenti interrogatori, rifiuta l’incarico di fotografa ufficiale del Museo nazionale del Messico in segno di protesta.

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Il prezzo del compromesso

La situazione diventa insostenibile nella capitale. Dopo Mella viene assassinato anche il leader dei campesinos José Vasconcelos e Tina va a lavorare nell’istmo di Oaxaca, regione remota e quasi leggendaria abitata dalle donne Tehuanas, una cultura matriarcale profondamente ammirata nei circoli intellettuali di Città del Messico. Questi scatti saranno fra i più applauditi il 3 dicembre del 1929 durante l’inaugurazione di una retrospettiva della Modotti al Museo nacional de arte, presentata come “la prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico”: “Quando le parole arte o artistico vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questo termine. Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni”. Ma la calma dura poco. Un fallito attentato al neoeletto presidente Pascual Ortiz Rubio, anche se responsabilità di un estremista cattolico, scatena un’ondata di violenza contro la sinistra e la fotografa si ritrova nel mezzo di un’altra campagna mediatica anticomunista che la descrive come “violenta, sanguinaria e indecente”. Il risultato è un decreto di espulsione immediata “per attività sovversiva e terroristica”. Mentre Frida e Diego partono per l’esilio statunitense, Tina, sulla nave Edam, vede la costa messicana sparire nelle nebbie. Il primo giorno di aprile del 1930, 17 anni dopo aver lasciato Udine, la Modotti rimette piede in Europa.

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Dall’immagine alla parola

Appena sbarcata a Rotterdam, i compagni del Soccorso rosso riescono in extremis a strapparla ai delegati del Duce e a caricarla su un treno diretto a Berlino. Un soggiorno forzato che, però, la mette in contatto con il fotoreporter Egon Erwin Kirsch, mediatore di lusso che faciliterà la pubblicazione dei suoi scatti su AIZ e Der Arbeiter Fotograf. In autunno raggiunge Vidali a Mosca e comincia a seguire corsi intensivi di russo: nel giro di un anno diventa caporedattrice della rivista ufficiale del MOPR, ramo sovietico di Soccorso rosso, e riceve la proposta di diventare fotografa del Partito comunista sovietico. Ma la Modotti non baratta la libertà artistica: Stalin ha decretato il realismo sociale come unico stile del Paese e lei non è disposta a compromettere la sua indipendenza. Smette di fotografare (Pablo Neruda racconterà che Tina lanciò la sua Graflex al fiume Moscova) e si butta a capofitto sull’attivismo politico. Dal 1932 combina la stesura di saggi anticapitalisti con la partecipazione in missioni clandestine di solidarietà con gli operai incarcerati in tutta Europa, collaborando persino con l’ufficio parigino di Soccorso rosso, dedito all’accoglienza dei migliaia di rifugiati in fuga dai regimi totalitari che soffocano il Vecchio Continente -Turchia, Italia, Ungheria, Polonia, Germania, Romania. Immersi in un pericoloso vortice di spionaggio, senza dimora fissa e agendo sotto falsi nomi, alla fine del 1935 Tina e Vittorio si vedono costretti a lasciare Mosca per sempre: sono iniziate le epurazioni interne del partito comunista sovietico e le deportazioni di massa in Siberia.

“Se perdiamo qui…”

La coppia è destinata a Madrid, dove il Fronte popolare ha vinto le elezioni, per “organizzare la rivoluzione proletaria”, ma il 18 luglio del 1936 una sollevazione militare fa scoppiare la “Guerra di Spagna”. Tre anni durante i quali Tina lavorerà nei servizi segreti ad Albacete, sede delle Brigate internazonali, gestirà diversi ospedali di campo e conoscerà molti degli intellettuali antifascisti che fisseranno nell’immaginario collettivo il mito della Spagna repubblicana, da Gerda Taro e Robert Capa a Ernest Hemingway. Della sua dedizione parlerà l’infermiera Maria Sans, alter ego della partigiana protagonista di Per chi suona la campana: “Le chiesi perché metteva a repentaglio la sua vita per noi. Mi guardò con quei suoi occhi di una tristezza indimenticabile e disse che nella sua vita c’era solo una cosa: la lotta contro il fascismo (…) e la trincea più vicina per lei era la Spagna. Non dimenticherò mai ciò che mi disse: Se perdiamo qui, perdiamo dappertutto” (Christiane Barckhausen, Tina Modotti: verità e leggenda, 2003, p. 205). La profezia si avvera e fra i compiti dell’ultimo anno di guerra si trova la dolorosa organizzazione dell’esilio repubblicano verso la Francia. Ma l’incubo bellico non finisce: lo scoppio della Seconda guerra mondiale il primo settembre del 1939, quattro mesi dopo la fine del conflitto spagnolo, li rimette sulla via dell’esodo. Scartati gli Stati Uniti -sopraffatti dall’enorme massa di profughi europei, stabiliscono controlli ferrei per i richiedenti asilo e rifiutano l’accoglienza ai repubblicani spagnoli-, resta la solidarietà del Messico, che apre le porte a cinquantamila rifugiati.

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Messico e l’eternità

La Modotti è sull’orlo dello sfinimento e la sua salute peggiora durante i primi mesi nella capitale: al fantasma del decreto di espulsione, ancora in vigore, si aggiungono la precarietà economica e l’impossibilità di interrompere il rapporto sentimentale con Vittorio (i superiori del partito non vogliono lasciare uno dei suoi uomini più controversi senza la protezione di un nome eroico della Guerra di Spagna). Nel 1940 può finalmente regolarizzare la sua presenza in Messico, comincia a lavorare come traduttrice e riprende l’attività fotografica; rincuorata dalle conversazioni con Capa, ha recuperato la fede nella fotografia come strumento rivoluzionario (scatti oggi spariti, distrutti o, chissà, conservati sotto un altro nome). La calma, però, è ormai un’utopia. Il colpo definitivo arriva con il coinvolgimento del suo compagno nell’assassinio di Trotsky. Il cuore della fotografa non ce la fa più e si ferma per sempre la notte del 5 gennaio del 1942. Rivera vedrà la mano criminale di Vidali dietro la morte di Tina, al corrente delle brutali torture ed esecuzioni che esso aveva ordinato e realizzato in Spagna. Ma il mistero gira ancora attorno alla morte di questa fotografa straordinaria, donna imprescindibile per capire le dinamiche sociali e politiche della prima metà del XXesimo secolo. Tina viene sepolta al Panteón de Dolores in Città del Messico, una piccola tomba che ha reso eterni i versi a lei dedicati dal poeta cileno: “Sorella, non dormi? No, non dormi (…), un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi (…) perché il fuoco non muore”.

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