THE GENERAL, COSÌ PARLÒ BUSTER KEATON

In piena Guerra di secessione americana, il ferroviere Johnnie Gray si vede immerso in una folle persecuzione per recuperare i due amori della sua vita, locomotiva e fidanzata, diventate un inaspettato bersaglio nordista. Una premessa classica e deliziosa in cui si dispiega appieno la meticolosità del meccanismo comico di Buster Keaton -“aggiustato con la stessa precisione di un orologio”, come ripeteva spesso il maestro- per scrivere una delle pagine più straordinarie della storia del cinema. È The General.

Prima di andare avanti, una confessione: con Joseph Frank Keaton Jr. siamo (troppo) di parte. Ma, se vi diciamo che The General è una delle pagine più straordinarie della storia del cinema, non stiamo esagerando. Anzi. Il film arrivò quasi alla fine del glorioso periodo 1920-1928, in cui il Buster regista e attore indipendente sviluppò un corpus cinematografico che, un secolo dopo, in pochi hanno eguagliato [Scopri di più: BUSTER KEATON, IL SILENZIO DEGLI DEI]. Se, dopo gioielli della caratura di Sherlock Jr., The navigator o Seven chances, qualcuno aveva ancora dubbi sul talento di quell’artista nato due mesi prima della presentazione pubblica del cinématographe dei Lumière, The General (in italiano, allerta spoiler, Come vinsi la guerra), spazzò via ogni dubbio. Anche se in molti non vollero vederlo.

In terra ostile

Nel 1926 il cinema non era più un bambino. Con l’affermarsi dei lungometraggi sparirono le inerzie teatrali e Buster, che aveva dotato i suoi corti di una solida struttura narrativa, esperimentò una perfetta transizione tematica e formale verso di essi; consapevole, però, che la lunga durata aveva bisogno di una verosimiglianza maggiore, ammorbidì alcuni eccessi surrealisti, facendo radicare i gag sempre più nella realtà. E, per l’uomo che meglio di qualsiasi altro attore si confrontò con il macchinario della vita moderna, la possibilità di mettere su pellicola The Great Locomotive Chase, di William A. Pittenger, una storia vera accaduta durante la Guerra di secessione (tra i primi conflitti “industriali”, in cui ferrovie, telegrafi e navi diventarono i protagonisti delle dinamiche belliche), era un appuntamento immancabile.

E ci fu una parola d’ordine: realismo, non solo a scopo estetico, ma anche con un preciso valore drammatico. Primo passo: girare nei posti dove la storia avenne, nel nord della Georgia, ma i paesaggi erano molto cambiati e lo scenografo Fred Gabourie spostò le riprese nella valle di Willamette. Secondo: la locomotiva originale, in mostra alla stazione di Chattanooga, nel Tennessee, ma le trattative per l’acquisto furono infruttuose. Si scoraggiò Georges Méliès quando non potè acquistare un cinematografo? No, si fece fare un apparecchio su misura. Si scoraggiò Keaton? No, si fece fare due locomotive su misura e rimodellò vagoni, artiglieria e un centinaio di divise militari d’epoca, sempre con un punto di riferimento fondamentale: le fotografie scattate da Mathew B. Brady durante il conflitto.

Oltre ai 18 carri merci necessari per trasportare i materiali, i vicini di Cottage Grove furono coinvolti come comparse e 500 membri de la guardia nazionale dell’Oregon inscenarono la battaglia, alternando gli uniformi unionisti e quelli confederati. Uno straordinario dispiegamento di complesse soluzioni registiche, dai due treni viaggiando alla stessa velocità su binari paralleli -uno con la persecuzione “reale”, l’altro con la troupe– alle sei cineprese girando simultaneamente la scena che ha l’onore (e l’onere) di essere la più costosa della storia del cinema muto: più di 40.000 dollari, un ponte costruito ad hoc da Gabourie, che brucia e crolla nel fiume, nessun margine di errore. Buster gridò il “Ciak, si gira!” alle tre del pomeriggio del 26 luglio. E da allora il cinema non fu più lo stesso.

Il mondo crolla e noi ci innamoriamo

Un ragazzo che sapeva qualcosa di cinema la definì “la miglior commedia mai fatta, il più grande film sulla guerra civile americana e probabilmente il più grande film di guerra di sempre”. Ma nemo propheta in patria e all’epoca The General non venne (o non volle) essere capito: il botteghino fu scarso; le critiche, tiepide –Life parlò di gag “di cattivo gusto”. Sembra una follia, vero? Indovinarne le ragioni non è, però, difficile: nel 1926 la guerra era ancora una ferita aperta nel Paese; mezzo secolo non è niente dal punto di vista storico, ancor meno se parliamo di una guerra civile durante la quale persino i giornalisti più irreprensibili riceverono promesse di pallottole in mezzo alla schiena da entrambi i bandi [Scopri di più: WILLIAM RUSSELL, UN GIORNALISTA SUL FRONTE DI GUERRA].

Probabilmente il peccato di Buster fu prendere i fatti originali e farne una storia di amore: il suo Johnnie, respinto dall’ufficio di leva perché ritenuto più utile come macchinista che come soldato, è ormai un sudista per caso, alla ricerca disperata di una divisa (appunto, una) per salvare l’ammirazione di Annabelle Lee, all’oscuro delle vere ragioni del rifiuto. Mentre tenta di recuperare The General con la sua ragazza a bordo, Johnnie riesce a respingere da solo l’esercito nemico, ma lo fa mosso da un desiderio strettamente personale: non c’è nessuna retorica patriottica, l’interruzione delle comunicazioni tra gli avamposti confederati -obiettivo dei nordisti che hanno rubato il treno- non ha niente a che vedere con la “sua” guerra. È l’odissea di un eterno perdente che vive, almeno una volta, un finale felice.

Scelte drammatiche decisive nella costruzione di uno dei personaggi più irresistibili della settima arte. Perché, nonostante l’ingombrante presenza della locomotiva, Johnnie / Buster è l’anima ed il cuore del film, diventa un tutt’uno con “il Generale”, leggendo ogni singolo dettaglio con l’abituale freschezza e precisione. The General è il meglio del suo arsenale, mai una semplice -si fa per dire- successione di trovate geniali, bensì un incantevole racconto di amore e redenzione in cui esse sono sempre al servizio della storia. Messaggi politici? Sì: l’assurdo della guerra, nel modo più sottile e brillante. Targato Keaton. Non a caso, era il film che amava di più e oggi è unanimemente riconosciuto non soltanto come il suo grande capolavoro, ma anche come uno dei maggiori capolavori della storia del cinema.

Il fallimento commerciale fu un duro colpo per Buster e, dopo le ultime meraviglie indipendenti, arrivò “l’errore più grande della mia vita”, l’ingresso nella Metro-Goldwyn-Mayer, dove solo nel primo film, The cameraman, godé ancora di assoluta libertà creativa. L’avvento del sonoro ribaltò definitivamente le regole del gioco cinematografico e la nuova industria fu incapace di sostenere la responsabilità del suo genio infinito. Ma l’eredità di Joseph, guidata da quel perfetto ingranaggio artistico e tecnico chiamato The General, aveva già scritto il suo nome nell’olimpo delle immagini in movimento. E, se non date retta né a noi né al ragazzo di prima (un tale Orson Welles), non potrete dire di no all’uomo che diede vita allo spazzacamino di Mary Poppins: “Prima, Buster; poi, tutto il resto”. Parola di Dick Van Dyke.

THE GENERAL (COME VINSI LA GUERRA). Un film di Buster Keaton e Clyde Bruckman (Joseph Schenck Productions-Buster Keaton Productions, Stati Uniti, 1926). Durata: 75′. Soggetto e sceneggiatura: Buster Keaton e Clyde Bruckman. Interpreti: Buster Keaton, Marion Mack, Charles Smith, Frank Barnes, Glen Cavender.

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