SI PUÒ FARE, LA VITA DOPO BASAGLIA

Carlo Gabardini e Claudio Bisio. Fotografia di Claudio Iannone

Scusi, lei non lavora?

Io no, io faccio miracoli.

Bravo, bene, ne avremo bisogno.

La follia è una condizione umana. Esiste ed è presente in noi come lo è la ragione. “Il problema è che la società -che, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia- invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia per eliminarla”. Con questa ispirazione dello psichiatra veneziano Franco Basaglia, il 13 maggio del 1978 venne approvata la Legge 180, che fece dell’Italia il primo Paese al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici. Significava questo che il disagio psichico non esisteva più? Niente affatto. La Legge Basaglia, troppo spesso ridotta nell’immaginario collettivo a una “chiusura dei manicomi”, proponeva una trasformazione radicale dell’assistenza psichiatrica allo scopo di superare il perverso sistema d’internamento vigente.

L’elettroshock mi riduce alla disperazione, porta via la mia memoria, annichilisce la mia mente e il mio cuore, mi trasforma in qualcuno che è assente e che conosce di essere assente, e si vede per settimane ad inseguire il suo essere, come un uomo morto a fianco di uno vivo che non è più sé stesso, ma che insiste che l’uomo morto sia presente anche se non può più rientrare in esso. Dopo l’ultima serie (…) rimasi assolutamente incapace di lavorare e pensare, percependo di essere vivo.

Così si esprimeva Antonin Artaud in una delle lettere scritte durante la sua reclusione nell’ospedale psichiatrico di Rodez, probabilmente uno dei più importanti testimoni dell’inferno dietro le mura del manicomio nell’Europa del Novecento. La Legge Basaglia stabiliva che da allora alla condizione del disagio psichico non si avrebbe dovuto rispondere con la segregazione in questi contenitori di esseri umani, dove l’uso di trattamenti sperimentali di ogni natura calpestava giorno dopo giorno la dignità degli interni, il che non significava (o non avrebbe dovuto significare) rispedirli a casa senza sostegno, lasciandoli da soli con le loro angosce e sofferenze.

Carlo Gabardini, Andrea Bosca, Pietro Ragusa, Giovanni Calcagno e Michele De Virgilio. Fotografia di Claudio Iannone

Perciò la Legge Basaglia non finì con la chiusura dei manicomi: fu solo l’inizio di una lunga e travagliata rivoluzione sociale. Perché no, “la pazzia non guarisce per legge (…), la legge chiude i manicomi, libera i matti. Così, se le famiglie se li riprendono, impazziscono anche loro, e se non se li riprendono, poi questi che fanno?”. A parlare è il dottor Del Vecchio (Giorgio Colangeli), fondatore della Cooperativa 180, mentre fa il punto della situazione al nuovo direttore, Nello Trevi (Claudio Bisio), mandato lì in punizione perché tacciato di “problematico” nel suo sindicato, dopo la pubblicazione di un saggio in cui riconosce la vittoria del mercato e la necessità di starci dentro con i propri valori. “Ma non ti lasciamo da solo” sono le ultime parole che ascolta prima di arrivare -sì, rigorosamente da solo- in quella cooperativa di “ex” malati mentali dimessi dal manicomio, che perdono i giorni in lavoretti assistenziali tutt’altro che stimolanti -incollare francobolli per il comune, mettere il prezzo alle olive della Coop. Come sottofondo, la Milano del 1983, la “città da bere”, dai ritmi serrati, la moda e lo “yuppismo”, locomotiva di un Paese che attraversa un momento nevralgico della sua storia. Un treno di modernità che minaccia di investire alcuni dei suoi cittadini.

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Nello si accorge subito del disastroso stato in cui versa la cooperativa, con un Del Vecchio sopraffatto dal lavoro (“Non ho tempo per stargli dietro. In manicomio ho altri 150 che nessuno vuole…”) e dei “soci” fantasmi che sopravvivono imbottiti di sedativi, ridotti alla condizione di cartelle cliniche. In quel pezzo di mondo alieno il sindacalista trova soltanto una soluzione che sconvolge l’ordine stabilito: applicare la logica della vita quotidiana all’interno della 180, ovvero mettere in moto una cooperativa vera e propria che garantisca loro un reale stipendio. Nello comincia a trattare i perplessi malatti come lavoratori (“In una cooperativa non decide il dottore, decidono i soci. / Ma chi sono questi soci? / I padroni della cooperativa… cioè, voi!”) e la sgangherata armata si lancia sul mercato, specializzandosi, grazie ad una precisione tecnica e una sensibilità artistica che vengono inaspettatamente a galla, nei parquet a mosaico, fatti con gli scarti di lavorazione del legno (“Noi siamo una cooperativa di scarti”). Comincia così un processo di immersione nel mondo reale, di crescita e guarigione che porta persino alla diminuzione del trattamento farmacologico con il supporto del “basagliano” dottor Federico Furlan (Giuseppe Battiston). Fino al giorno dell’incidente che scuote le fondamenta della favola. Ma significa questo che Nello e Furlan hanno sbagliato tutto?

Andrea Bosca e Giovanni Calcagno. Fotografia di Claudio Iannone

La pazzia, quel nocciolo irriducibile di oscurità e genio che si annida nella mente umana, è stata un territorio per pensatori, artisti e poeti sin dall’inizio dei tempi, dalle riflessioni di Seneca ed Erodoto all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e i racconti di Edgar Allan Poe (“Gli uomini mi hanno chiamato pazzo, ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d’intelligenza”, Eleonora, 1841). Anche il cinema ha frequentato il tema, ma usando spesso i malati di mente come soggetto privilegiato per fare una denuncia generica delle ingiustizie disumane del sistema manicomiale. Si può fare affronta il secondo tempo della partita, spesso trascurato (una volta chiusi i manicomi, che si fa?), esplorando la vita del malato di mente nella quotidianità delle persone cosiddette “normali”. Incosapevolmente Nello dà il via a un’utopia reale, uno spaccato di vita in cui entrambi territori si sfiorano e spesso si confondono perché le speranze e le sfide -famiglia, amicizia, amore, sesso, lavoro, libertà- fanno sempre paura e sono le stesse per tutti. Si può fare, davvero, poiché il film è ispirato alle storie delle cooperative sociali nate per dare lavoro ai pazienti dimessi dal manicomio in seguito all’approvazione della Legge Basaglia, in particolare la Noncello di Pordenone.

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Gigio (Andrea Bosca) e Luca (Giovanni Calcagno), per citarne solo alcuni, attirano subito l’attenzione dello spettatore in quanto esseri umani, non per la sua condizione di salute, perché Si può fare racconta una storia di diritti e dignità, di cultura e di passioni che li mette al centro del progetto riabilitativo, con tutte le loro potenzialità. Nello non è un medico o uno psichiatra, l’uso del metro della pazzia come criterio di valutazione rimane fuori da qualsiasi considerazione. Per lui esiste soltanto la fiducia, che spalanca la porta della dignità attraverso quei dettagli che mettono il mondo in movimento: la meraviglia di scoprirsi “specialisti” in qualcosa, di far parte di un gruppo senza padroni né schiavi (“In una cooperativa le colpe si dividono, siamo tutti stronzi!”), di sentirsi chiamare “signore” e, soprattutto, di sentirsi rispettato nella propria autonomia di scelta. È questo piccolo, immenso miracolo a segnare una delle scene più belle del film (e sicuramente non è una scelta semplice), la riunione durante la quale Nello viene messo in minoranza dai soci, con il botta e risposta fra il sindacalista ed il dottor Furlan: “Se mi fanno incazzare, m’incazzo, questo è rispetto! / Ma non ti rendi conto che loro che ti votano contro è la tua vittoria più bella?”.

Andrea Gattinoni, Daniela Piperno, Carlo Gabardini, Giovanni Calcagno e Andrea Bosca. Fotografia di Claudio Iannone

Nel suo capolavoro La paura in Occidente, Jean Delumeau analizza come essa abbia svolto un ruolo capitale nella storia, attraverso mille volti -dalle forze della natura alla caccia alle streghe, dallo straniero ed il ribelle all’eresia-, ma trovando sempre lo stesso punto in comune: la diversità, tutto ciò che non si conosce e dunque non si può dominare, almeno facilmente. Incubi di un passato vicino che sorvolano le strategie del potere della società contemporanea, le cui radici affondano nella formula “sorvegliare e punire” (per citare il maestro Michael Foucault) come garanzia di sottomissione. Anche Nello, a modo suo, è un “diverso” -prima come sindacalista preveggente, poi come direttore della Cooperativa 180– e perciò ha la capacità di far saltare in aria tutti quei sistemi di micropotere inegalitari e dissimmetrici con la forza della fiducia e l’empatia: “Lei vuole farmi credere che ha messo su questo baraccone e non sa niente della nuova psichiatria? / Ho pensato: se una cosa fa bene a me, farà bene anche a loro…”. La rivoluzione è che quelle cartelle cliniche sono esseri umani, che la vita “è sempre un rischio”, al di qua e al di là della sottile linea rossa fra ragione e pazzia, e che di miracoli ne abbiamo bisogno tutti. Anche su pellicola.

SI PUÒ FARE (“Da vicino nessuno è normale”). Un film di Giulio Manfredonia (Italia, Rizzoli, 2008). Durata: 112′. Soggetto: Fabio Bonifacci, Alessandro Genovesi. Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Giulio Manfredonia. Interpreti: Claudio Bisio, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Anita Caprioli, Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Carlo Gabardini, Pietro Ragusa, Rosaria Russo, Michele De Virgilio, Daniela Piperno, Natascia Macchniz, Franco Pistoni, Andrea Gattinoni. Riconoscimenti: David di Donatello giovani a Giulio Manfredonia, Nastro d’argento al migliore soggetto, Globo d’oro al miglior produttore.

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