RUDOLF NUREYEV, E DIO SI FECE DANZA

Rudolf Nureyev all’American Ballet Theatre (New York, 1965). Fotografia di Jack Mitchell.

Diceva Wisława Szymborska che ci sono infanzie che durano “quanto quella dei cuccioli di lupo. Bisogna sbrigarsi, fare in tempo a vivere prima che tramonti il sole, prima che cada la neve”. Infanzie come quella di Rudolf Nureyev, nato nel marzo del 1938 a Irkutsk; anzi, nei pressi di Irkutsk, poiché venne al mondo sulla ferrovia transiberiana, mentre mamma Farida si recava a Vladivostok a incontrare papà Hamid, commissario politico dell’Armata Rossa. Cominciava così un’esistenza chiamata a varcare confini di ogni tipo -geografici, politici, ideologici-, come se fin dall’inizio il destino avesse voluto giocare con le carte della sregolatezza, la lotta instancabile ed il genio assoluto che segnarono la vita del più grande ballerino del XX secolo.

Ed il lupacchiotto baschiro dagli occhi verdi, azzurri e grigi imparò presto il gioco della sopravvivenza nella città di Ufa, con la Seconda guerra mondiale a fungere da primo palcoscenico, tra inverni infiniti e una fame perenne che a stento riusciva a saziare con verdure bollite. Per suo padre non c’erano dubbi: il beniamino e unico figlio maschio dei Nureyev avrebbe dovuto intraprendere la carriera militare, per poi diventare medico o ingegnere. Ma nel Capodanno del 1944 Rudolf si infilò in una rappresentazione di danze patriottiche di Zaituna Nazretdinova e i tavoli si ribaltarono: “Avevo 6 anni e decisi di diventare ballerino. Quest’obiettivo divenne la mia ragione di vita”. Una carriera “poco maschile” che avvelenò il loro rapporto, anche se nei primi momenti sembrava poco più di un’utopia, un gioco da bambini con la scadenza in vista. “Non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole”. Per dieci anni, nessun provino (“Servivano le mie braccia per lavorare nei campi”), soltanto gruppi folkloristici, scolastici, autodidattismo.

Due professoresse, Anna Udeltsova ed Elena Vaitovich, capirono subito che c’era un solo destino possibile per lui: a 17 anni venne ammesso all’Accademia Vaganova, condizione sine qua non per entrare nel Balletto Kirov di Leningrado, oggi San Pietroburgo, una combinazione esplosiva di prestigio mondiale, disciplina ferrea e un programma didattico composto esclusivamente dalle opere che avevano ricevuto il nulla osta dal governo. Troppo difficile da assumere per uno spirito libero chiamato a scucire le tasche della storia della danza. Durante il saggio di ammissione, circondato da coetanei che avevano alle spalle quasi un decennio di formazione intensiva, Rudy ascoltò una sentenza: “Diventerai un ballerino brillante o un fallito. Probabilmente un fallito”. Sotto la guida del maestro Alexander Pushkin, il fallito ci mise poco più di due anni a vincere il premio nazionale di balletto: “Per la prima volta in vita mia il pubblico mi chiese un bis e gli applausi per il pas de deux de Le corsaire furono talmente forti che mi tolsero il fiato”. Nureyev stregò un intero Paese ed il resto del mondo cominciò a chiedersi chi fosse quel 20enne che, letteralmente, volava sul palcoscenico.

Rudolf Nureyev nel 1964. Fotografia di Jane Brown.

Rudy rifiutò un contratto come solista con il Balletto del Bolshoi di Mosca e rimase nel Kirov tre anni. Il genio del miglior ballerino dell’Unione Sovietica cresceva parallelamente alla sua fama di creatura indomita: assisteva a tutte le rappresentazioni del teatro, infrangendo gli orari della scuola, frequentava gli artisti stranieri, si assentava dai corsi di istruzione politica. I problemi con le autorità erano costanti. Difatti, la sua partecipazione nella tournée europea del Kirov che il governo autorizzò nella primavera del 1961 rimase in bilico fino al giorno prima della partenza. Konstantin Sergeyev, direttore artistico della compagnia, oltre alla rivalità professionale (era evidente che Rudy l’avrebbe eclissato nel suo ultimo tour come ballerino), aveva paura degli scandali che Nureyev potesse causare: se Parigi era un sogno per tutti i giovani, Rudy era una bomba ad orologeria. Ma nemmeno il Kirov poteva prescindere da quel prodigio: in un mondo spaccato in due -mancavano poche settimane alla costruzione del muro di Berlino-, nel quale Jurij Gagarin era appena diventato il primo uomo a volare nello spazio, quella tournée sarebbe stata la conferma definitiva della supremazia culturale sovietica in piena Guerra fredda.

Se aveva pianificato la fuga -alcuni ricercatori parlano di una strategia orchestrata da una fazione del KGB- o se essa sorse in maniera spontanea, rimane tutt’oggi un mistero. Quello che è sicuro è che l’ansia di autonomia artistica e vitale di Nureyev diventò reale e tangibile a Parigi. Sergeyev, suo malgrado, azzeccò le predizioni. Un gruppo di agenti vigilava i ballerini -una parola di troppo e scattava l’allarme di spionaggio-, ma sotto il cielo della Ville Lumière Rudy infranse tutte le regole possibili: fece amicizia con i colleghi francesi, assaporò la notte, la libertà, e fece impazzire critica e pubblico. Era il nuovo Vaclav Nijinsky? No, di più, poiché quello che faceva sul palco era semplicemente miracoloso. Il 16 giugno, nell’aeroporto de Le Bourget, mentre la compagnia si imbarcava per Londra, Nureyev ricevé la notizia che sarebbe dovuto tornare in Russia per un galà al Kremlino. Se fosse salito su quell’aereo, molto probabilmente non gli sarebbe mai più stato consentito di espatriare. Rudy lo sapeva, valeva la pena rischiare: si sbarazzò dagli agenti, chiese aiuto a due poliziotti e, come intitoló il Daily Express, “danced to freedom”.

“Lasciai il mio Paese per mancanza di ossigeno, per riscoprire il senso della prospettiva di cui ogni artista ha bisogno se vuole continuare ad offrire la versione migliore di sé stesso”. 36 franchi in tasca per la sua seconda nascita sulla riva della Senna. Pochi giorni e venne scritturato dal Grand Ballet du Marquis de Cuevas. Le porte dell’eternità si spalancarono davanti a quel ribelle capace di rendere i suoi muscoli parole e poesia. Salti che combinavano elevazione verticale e movimenti orizzontali, arabesques che sfidavano la legge di gravitazione universale, una tecnica ed una sensualità proibitive per mettere la danza maschile allo stesso livello della danza femminile. Il tutto, in coreografie dotate di una profondità psicologica mai vista prima. Per Nureyev non ci sono ruoli prestabiliti da esecutare con maestria, ma personaggi da reinventare completamente: “La purezza dei movimenti non è sufficiente, ho bisogno di più espressione, più intensità, più mente”. Rudy cambiò per sempre il modo di stare in scena e, così come non ci sarà mai una Violetta de La traviata come quella della Callas, non ci sarà mai un Romeo come quello di Nureyev.

Margot Fonteyn e Rudolf Nureyev in Pelleas e Melisanda (Londra, 1969). Fotografia di Victor Blackman.

Nureyev rivisita il balletto classico, lo reinterpreta e rivoluziona il ruolo del ballerino, che mai più sarà el porteur della prima ballerina. Crea dei soli e crea ruoli aggiuntivi per il protagonista maschile. Ha avuto anche la capacità di esperimentare, quindi non solo di essere ballerino classico, ma anche coreografo, attore, direttore d’orchestra. Questa capacità e voglia di mettersi sempre in gioco, sempre alla prova, dimostra che non ci sono limiti ad un artista di quella caratura.

Roberto Bolle in: Artists in Love. Rudolf Nureyev & Erik Bruhn (2016).

Animale da palcoscenico, per Rudy l’arte e la vita furono sempre la stessa cosa; se era in scena, tutto girava attorno a lui, il resto del mondo svaniva. Dal Metropolitan di New York alla Scala di Milano, da Vienna a, forse al disopra di tutto, Londra. Fu lì, alla Royal Opera House, dove ebbe inizio il primo dei due sodalizi artistici e personali decisivi nella sua vita: con l’étoile Margot Fonteyn, dal 1962 -quando ballarono per la prima volta insieme Giselle– fino al 1977, Nureyev rinnovò tutto il repertorio classico, rompendo le barriere che lo separavano da quello moderno. Sfondò il cielo con i capostipiti della danza –Il lago dei cigni, Don Chisciotte, Lo schiaccianoci, Les Sylphides, La bella addormentata, per citarne solo alcuni- e riscosse anche successi senza precedenti nelle sue collaborazioni con autori contemporanei del livello di Maurice Bejart, Marta Graham o George Balanchine. Era un’icona, uno degli uomini più fotografati del XX secolo, richiesto non soltanto nei templi dell’arte, ma anche in tutti i salotti mondani; una situazione che Rudy, straordinariamente colto e curioso, appassionato di musica e letteratura, visse con spirito divertito e leggerezza.

La fuga cinematografica fece di lui un simbolo della libertà che l’Unione Sovietica negava ai suoi cittadini. Accusato di alto tradimento e condannato in absentia a 7 anni di prigione, Nureyev poté rientrare in patria solo quando la “cortina di ferro” stava ormai per cadere, su invito personale di Mikhail Gorbaciov: nel 1987, per accudire mamma Farida, all’epoca molto malata, e nel 1989, per salire di nuovo sul palco del suo Kirov. Un evento mediatico mondiale, la rivincita del dio della danza condannato all’ostracismo dalle autorità del suo Paese durante quasi tre decenni. Giorni in cui poté anche incontrare la vecchia maestra Anna (“Mi hai costretta a vivere cent’anni per poter riabbraciarti”). Lei era stata una delle prime privilegiate a vederlo ballare, a capire che era una creatura fuori dall’ordinario, a lottare con quella personalità incredibilmente complessa e brillante. “Senza passione una persona non vive, esiste”. Nureyev era indomabile -sono diventate leggendarie le sfuriate negli anni in cui fu direttore del balletto dell’Opera di Parigi- e Rudy era indomabile. E lo sapeva bene il secondo nome centrale della sua vita, per molti versi il più importante: Erik Bruhn.

Erik Bruhn e Rudolf Nureyev all’American Ballet Theatre (New York, 1965). Fotografia di Jack Mitchell.

Il danese era il ballerino più popolare degli anni 50, l’eroe di Nureyev, che aveva passato mesi a vedere e rivedere i suoi filmati mentre studiava alla Vaganova. Il 20 gennaio del 1962 si incontrarono per la prima volta a Copenaghen. Uno scontro tra due mondi talmente diversi che da allora non si lasciarono mai più. Bruhn era aristocratico, elegante, raffinato, un artista ed un uomo incantevole e discreto. Irresistibile. Nureyev era… Nureyev, la tempesta inafferrabile, la bellezza selvaggia. Irresistibile. Diventarono subito amici e amanti, fonte d’ispirazione reciproca e costante. Rudy fu uno stimolo perché Erik, più grande di 10 anni, continuasse a ballare; da Bruhn, Nureyev imparò la raffinatezza della scuola danese, chiave di volta fondamentale nella sua ascesa all’Olimpo: fuse insieme il meglio dell’Est e dell’Ovest e lo fece suo, creando un linguaggio nuovo, rivoluzionario e universale. La storia di amore e arte dei due migliori ballerini del mondo occidentale, prima grande coppia omosessuale a scoppiare nel mondo del balletto, sfidò tutti i convenzionalismi immaginabili. Un susseguirsi di tradimenti, liti furiose e riconciliazioni infuocate, rincorrendosi di città in città, di continente in continente. Fino alla fine.

Tu potresti ridarmi tutto il coraggio, tutta la fede, tutta la speranza, se mi scrivessi, se mi telefonassi per dirmi che il tuo amore è abbastanza forte per aspettarmi. Se non riceverò tue notizie, lo capirò. Il mio amore per te rimarrà sempre lo stesso, qualsiasi cosa succeda. Che Dio ti benedica e ti doni la forza quando ne avrai più bisogno.

Frammento di una lettera di Erik Bruhn a Rudolf Nureyev. Tratto da: Rudolf Nureyev. The Life, di Julie Kavanagh (2007).

Il primo aprile del 1986 un cancro al polmone si portò via il più bel danseur noble del Novecento. Rudy volò 6.000 kilometri, fino a Toronto, per stare al suo capezzale. Un quarto di secolo di amore travagliato, sregolato, appassionato. Nureyev non concepiva la vita diversamente, era una “predestinazione (…), la mia condanna e la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei: quando smetterò di vivere”. Così fu. L’8 ottobre del 1992 presentò all’Opéra Garnier il suo adattamento de La Bayadère e venne nominato Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres. Dieci minuti di ovazione, tutto il teatro in piedi. Ma quella sera Rudy non riuscì nemmeno ad alzarsi dalla sedia. Erano gli anni in cui l’AIDS avanzava a morsi spietati nel mondo artistico, colpendo con particolare ferocia la comunità omosessuale. Lo nascose quasi fino all’ultimo momento: la mattina, a fare la dialisi; subito dopo, alla sbarra. “Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani”. Morì il 13 gennaio del 1993 nella sua Parigi. Ed il mito si fece eterno perché Rudolf Nureyev “non era un ballerino, era la danza stessa” (Margot Fonteyn).

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