LA PRIMA FOTOGRAFIA DI GUERRA

Tra il 1853 e il 1856 Crimea fu lo scenario di uno scontro tra titani: da una parte, l’Impero ottomano, sostenuto da Francia e Gran Bretagna; dall’altra, Russia. Una guerra decisiva non soltanto dal punto di vista politico-strategico, per quanto riguarda il controllo dei Balcani e del Mediterraneo, ma anche da quello socio-culturale, come primo conflitto bellico oggetto di interesse giornalistico. Nella grande penisola del Mar Nero si diedero appuntamento William Russell, primo giornalista di guerra, e Roger Fenton, primo fotogiornalista di guerra, e cambiarono la storia del mondo.

Il potere della parola

Russell sbarcò in Crimea nell’autunno del 1854, in veste di corrispondente di The Times e dopo aver (miracolosamente) superato una gaffe professionale clamorosa. L’irlandese, primo civile a ottenere l’autorizzazione per informare in prima linea, fu testimone diretto di alcuni degli episodi più brutali del conflitto, compresa la “carica della brigata leggera” nella battaglia di Balaclava, informando senza sconti su quell’inferno in terra. E non solo: denunciò le condizioni igieniche in cui versavano le truppe, la mancanza di mezzi negli ospedali di campo, l’incompetenza di molti generali.

So che queste sono verità difficili, ma il popolo inglese deve ascoltarle: deve sapere che il mendico che si trascina sotto la pioggia nelle strade di Londra vive una vita da principe in confronto con quella vissuta dai soldati che stanno combattendo per il loro Paese.

Le cronache di quel 34enne dai capelli rossi provocarono la caduta del primo ministro, George Hamilton Gordon, il 30 gennaio del 1855, nonché l’approvazione di un pacchetto straordinario di misure per evitare futuri disastri. Ma, da quel momento, la Camera dei comuni impose la censura militare sui corrispondenti di guerra “per motivi di sicurezza” e diede il via a una contro campagna informativa per guadagnarsi il favore di un’opinione pubblica fortemente contraria al conflitto dopo le informazioni di Russell. Leggi la storia completa: WILLIAM RUSSELL, UN GIORNALISTA SUL FRONTE DI GUERRA.

Tra etica e propaganda

Fu allora che scese in campo Roger Fenton. Perché, quando l’editore Thomas Agnew pensò a un fotografo in grado di fornire una patina di rispettabilità alla politica estera dell’Impero britannico, non scelse un nome a caso. Coetaneo di Russell, Fenton proveniva da una famiglia di banchieri e membri del parlamento; laureatosi in arte, dopo la Grande esposizione del 1851 si era innamorato della fotografia e numerosi soggiorni di ricerca in tutta Europa avevano fatto di lui uno dei nomi di punta della nuova arte. Basti pensare che fu il fondatore della futura Royal Photographic Society: niente male, Roger.

Marcus Spalding, assistente di Roger Fenton, e il loro carro fotografico. Crimea, primavera 1855.

Fenton rimase in Crimea dall’8 marzo al 22 giugno del 1855. Un’esperienza breve per colpa del colera, che lo costrinse a rientrare d’urgenza a Londra, ma sufficiente per diventare il primo fotografo a realizzare una copertura sistematica di un conflitto bellico pensata per l’opinione pubblica. Il suo lavoro segnò anche una svolta tecnica decisiva: il trionfo del calotipo, che poteva essere ristampato in copie uguali un numero potenzialmente infinito di volte, con negativi in carta, arrotolabili e facilmente trasportabili. Scopri di più: 1839, L’ANNO CHE LA FOTOGRAFIA CAMBIÒ IL MONDO.

Nonostante questi veloci sviluppi, Fenton si doveva spostare accompagnato dal suo assistente, Marcus Spalding, in un enorme carro con una quarantina di casse di attrezzature. A questo si aggiungevano i prolungati tempi di esposizione, che ancora non permettevano di catturare vere immagini in movimento, soltanto “ricreazioni” di scene, e l’obbligo di lavorare all’alba, per evitare il deterioro dei materiali. Le limitazioni tecniche, unite all’obiettivo della missione e anche al proprio senso morale in piena epoca vittoriana, lo portarono a concentrarsi sugli aspetti più dignitosi (e sedentari) del conflitto.

Due lezioni di giornalismo

Fenton scattò 360 fotografie, spaziando dai numerosissimi ritratti alle vedute cittadine, dalla vita quotidiana dei soldati nelle pause degli scontri ai paesaggi di immense distese e accampamenti militari. Un’opera eccezionale, realizzata in condizioni estreme, nella quale spicca un’immagine: “The Valley of the Shadow of Death”; scattata il 23 aprile del 1855, ritrae una valle arida, spoglia di esseri umani, cosparsa soltanto di palle di cannone. Una sensazione di desolazione talmente agghiacciante che presto si incastrò nell’immaginario collettivo. La distruzione, la morte, il nulla: quello era la guerra, quello e niente più.

Valle della morte. Roger Fenton, Crimea, 23 aprile 1855.

A battezzarla “Valle della morte” fu Agnew, durante la mostra allestita a Londra nel mese di settembre; ispirato al Salmo 23, uno dei più conosciuti dell’Antico Testamento, era il soprannome con cui i soldati facevano riferimento al nord della penisola, costantemente sotto assedio russo, utilizzato anche da Alfred Tennyson nel suo poema sulla carica della brigata leggera. Una lunga convalescenza impedì a Fenton di tornare in Crimea e venne sostituito da James Robertson e Felice Beato, che immortalarono la caduta di Sebastopoli, cambiando, però, il suo discorso etico in maniera radicale.

Anche Russell venne rimpatriato in Inghilterra quando ancora mancavano due mesi alla fine del conflitto e rimpiazzato da un altro cronista molto meno pericoloso. Ma le loro lezioni di giornalismo erano già scritte (e scattate) e lasciate in eredità al mondo. La parola di un uomo solo fece cadere un governo e un’immagine senza morti, mutilati o feriti riuscì a scuotere la coscienza di un impero. È la forza della verità. Perché, come George Orwell avrebbe scritto quasi un secolo dopo, “se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”.

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