PENNY DREADFUL, ORRORI (E RIVOLUZIONI LETTERARIE) PER POCHI SPICCIOLI

Quando la regina Vittoria salì sul trono l’ultimo giorno di primavera del 1837, Londra contava poco più di un milione di abitanti, che alla fine del secolo erano già saliti a quasi 7 milioni. La capitale dell’Impero britannico era il cuore di un mondo alle prese con una manciata di rivoluzioni -politica, sociale, economica, artistica, scientifica-, pompato da due mostri che camminavano di pari passo: l’industrializzazione ed il capitalismo.

Nuovi tempi, nuovi lettori

L’alfabetizzazione sperimentò una crescita lenta, ma costante, e la letteratura si ritagliò il suo spazio all’interno del nuovo mercato dell’ozio. La popolarità di giornali e libri saliva ogni giorno e, a soddisfare la sete di lettura e la limitata capacità d’acquisto dei ceti più bassi della società vittoriana, arrivò il penny dreadful, conosciuto anche come penny horrible, awful o blood, che deliziava i londinesi (e non, grazie ai miglioramenti dei trasporti) con le sue storie sensazionalistiche a puntate settimanali, al prezzo di un penny al fascicolo di otto, sedici o ventiquattro pagine e stampato su carta di bassa qualità (cheap wood pulp). Questi pittoreschi nomi, che possiamo riassumere come “orrori per pochi spiccioli”, non erano una trovata pubblicitaria, bensì la descrizione precisa di ciò che i romanzi offrivano.

Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street. 1846-1847.

Un viaggio nelle stanze più buie della mente umana, in compagnia di assassini, ladri, avvelenatori seriali, esseri soprannaturali e dintorni. Storie dai titoli e dai toni narrativi tutt’altro che sobri, corredate da illustrazioni che rafforzavano (eccessivamente) quelle atmosfere di mistero e orrore. Il penny dreadful non aveva una lunghezza predeterminata, essa dipendeva dal successo popolare, il che costringeva gli scrittori a lavorare di fretta a diversi romanzi contemporaneamente, introducendo continui (e, a volte, bizzarri) colpi di scena per tenere i lettori col fiato sospeso fino all’ultima pagina. Esigenze editoriali che non sempre mettevano la grammatica e la consecutio temporum tra le loro priorità. Ma, dopo mesi e mesi di fascicoli, chi poteva ricordarsi con lucidità dell’incipit di ogni storia?

Molto autori affiancavano la stesura di queste opere ad altre attività, come Mary Elizabeth Braddon: mentre il suo romanzo Il segreto di Lady Audley spopolava nelle librerie londinesi di tutto rispetto, il suo penny dreadful intitolato I misteri di mezzanotte, che incrociava i destini di un nobiluomo bigamo, una ballerina tormentata, un rivoluzionario italiano e una spia austriaca, scatenava la fantasia della classe operaia dell’Impero. Questa nuova letteratura, appartenente alla stessa famiglia allargata dei feuilletons francesi, i romanzi d’appendice nostrani e le dime novels statunitensi, prendeva spunto dalle ballate e le storie del folklore, dagli universi dei primi racconti gotici e la letteratura contemporanea, con tanto di versioni “abusive” dei personaggi più riconoscibili, come un tale Oliver “Twiss”.

Ma, se c’era un tipo di storia prediletto da scrittori e lettori, questo era senz’altro la biografia. Quelle più “sostanziose”, ovviamente, e non mancavano le fonti d’ispirazione: dalle ultime confessioni -reali o inventate- dei condannati, che andavano a ruba nelle pubbliche esecuzioni, al celeberrimo Newgate Calendar, che da un secolo compilava le esperienze vitali di ladri e assassini, analizzando in dettaglio le circostanze della loro caduta morale. Difatti, le versioni romanzate delle imprese di alcuni malfattori in carne ed ossa furono tra i penny dreadfuls più amati, in particolare quella di Dick Turpin: 254 episodi per raccontare la vita di questo bandito, finito sul patibolo per furto di cavalli nel 1739 e, da allora, una presenza costante nella letteratura, il teatro ed il cinema inglese.

Penny dreadful in 3D

Questa combinazione di prezzi ultra ridotti e sensazionalismo aveva persino un equivalente in tre dimensioni, i penny gaffs, scadenti strutture che ospitavano preferentemente rappresentazioni teatrali e musicali ispirate alle vite ai margini della legge che riempivano le pagine dei romanzi, ma anche altri spettacoli, sempre relazionati con gli aspetti macabri della condizione umana. “Orrori per pocchi spiccioli” dal vivo, versione spesso estrema dei freak shows, le esibizioni di stranezze di ogni tipo, reali (acondroplasia, ermafroditismo, gigantismo, irsutismo, rarezze “etniche”) o immaginarie (mutilati o tatuati, per citarne solo alcune), che erano diventati un successo commerciale nell’Inghilterra dell’Ottocento. Uno dei penny gaffs più famoso fu quello di Tom Norman nell’illustre -si fa per dire- quartiere di Whitechapel [Leggi anche: JACK LO SQUARTATORE, UNA STAGIONE ALL’INFERNO].

Macellaio riconvertito in showman, il suo catalogo umano vantava, tra altre “meraviglie”, la donna più brutta del mondo ed il falegname senza braccia. “In quei giorni potevi esibire qualsiasi cosa -scrisse nelle sue memorie, The Penny Showman (1923)-, da un ago a un’ancora, da una pulce a un elefante. Quello che contava non era ciò che mettevi in mostra, ma la storia che inventavi”. La sua stella era Joseph Merrick, The Elephant Man, che David Lynch e John Hurt resero eterno [Scopri di più: THE ELEPHANT MAN, LA DIGNITÀ DI JOSEPH MERRICK]. La popolarità di questi spettacoli era tale che, spazi come il Rotunda, in Blackfriars Road, il più grande di Londra, potevano ospitare mille spettatori e mettere in scena spettacoli di circa tre ore di durata.

La vita com’è (o quasi)

E, fra tanti crimini, sangue e vendette, sia il concetto di penny dreadful che quello di penny gaff finirono nel mirino dei movimenti riformatori e moralizzatori vittoriani. Con il procedere dell’Ottocento, i freak shows si percepivano sempre più contrari alla decenza pubblica (fino alla totale proibizione nel 1886) e i penny gaffs, considerati un posto da evitare dalla buona società inglese e perseguitati anche dal punto di vista legale, persero lentamente la loro forza sovversiva e calarono il sipario entro la fine del secolo. Un percorso simile seguì il penny dreadful, come il teatro, anch’esso con un usuario (lettore) tipo: di sesso maschile, appartenente ai ceti sociali più bassi e molto giovane –basti pensare ai gruppi di lettura formati dai ragazzi per scambiarsi o “affittarsi” i fascicoli più popolari o difficili da trovare.

Varney, il vampiro. 1845.

Così, la “buon costume” del XVIII secolo identificò in queste attività un serbatoio di delinquenza minorile e in molti cavalcarono l’onda della paura, capitanando una campagna “mediatica” che stabiliva una correlazione tra un forte aumento della criminalità (che non era tale, bensì una maggiore sensibilizzazione dei cittadini verso il problema) e la diffusione dei penny gaffs e dei penny dreadfuls. “I nostri magistrati hanno tutti i giorni a che fare con ragazzi che, dopo aver letto i dreadfuls, hanno seguito l’esempio dei protagonisti”, assicurava Alfred Harmsworth nel 1893. Casualmente, stava per fondare The Half-penny marvel, una delle numerose pubblicazioni sorte alla fine del secolo per contendere il trono a quei romanzi che, a dir di molti, stavano riempiendo le galere inglesi.

Si trattava di riviste illustrate per adolescenti, rivestite con abiti rispettabili e incentrati su argomenti ad alto tasso morale, che portarono ad un momentaneo tramonto del fenomeno penny dreadful; poco tempo dopo, però, anche quelli che erano arrivati per mettere fine al sensazionalismo virarono verso l’orrore, l’avventura ed il mistero. Una rinascita (e una rivincita) dei vecchi romanzi ottocenteschi, con un progressivo aumento della qualità materiale e narrativa delle opere, poi esploso nelle straordinarie tradizioni del fumetto, il romanzo grafico ed il genere cosiddetto pulp, in ricordo delle sue origini. Come assicurava G. K. Chesterton nel suo In difesa dei penny dreadfuls, “queste novelle sono la parte migliore e più morale della finzione moderna: la vita è una lotta, non è una conversazione”.

Una rivoluzione che mise la letteratura alla portata di tutti (altrimenti, impossibile: autori come Charles Dickens costavano uno scellino, 12 pennies a capitolo) e creò personaggi e storie che hanno forgiato il nostro immaginario culturale, da Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street, protagonista de La catena di perle (18 episodi mozzafiato, pubblicati tra il 1846 ed il 1847), a molti dei topoi legati alla figura del bevitore di sangue, [Scopri di più: NOSFERATU, DI VAMPIRI ABUSIVI E CAPOLAVORI IMMORTALI], grazie a Varney, il vampiro (1845), di James Malcolm Rymer e Thomas Peckett Prest: il mantello lungo e nero, i canini lunghi e aguzzi, l’invasione della camera da letto delle sue giovani e innocenti vittime, “paralizzate dal terrore” mentre guardano “la figura alta sul ripiano della finestra”, che picchietta le unghie sul vetro, producendo “lo stesso rumore della grandine”.

Perché, dopotutto, come si fa a non cedere al richiamo del lato oscuro?

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