PARIGI, 1892: BENVENUTI AL CABARET DELL’INFERNO

Nella Parigi fin de siècle, punto di ritrovo di poeti maledetti e visionari alle prese con il nuovo mondo delle immagini in movimento, un professore di letteratura chiamato Antonin Alexander rivoluzionò le notti bohémien di Montmartre con la sua “grotta dantesca” spaventosamente geniale. Willkommen, bienvenue, welcome, benvenuti al Cabaret… dell’Inferno.

Porta di ingresso al Cabaret dell’Inferno. Fotografia di Eugène Atget, c. 1910.

A spasso per Montmarte

Alexander inaugurò il Cabaret de l’Enfer nel novembre del 1892, al civico 34 del Boulevard de Clichy. Un’ubicazione provvisoria: appena tre anni dopo, il professore riuscì a spostarlo al civico 53, proprio accanto al Cabaret del Cielo (Cabaret du Ciel), anch’esso da lui gestito, e ivi rimasero entrambi i caffè per mezzo secolo. Il locale originale dell’Inferno non restò, però, sfitto a lungo: un suo concorrente dell’intrattenimento notturno, l’illusionista Antonin Dorville, ne approfittò per aprirvi il Cabaret del Nulla (Cabaret du Néant), erede del Cabaret filosofico (Cabaret philosophique) di Bruxelles. Si creò così, ai piedi della collina di Montmartre, una “triade dell’aldilà” che sedusse flâneurs e viaggiatori, intellettuali e artisti, a cavallo tra il XIX ed il XX secolo.

Tra di essi c’era W. C. Morrow, studente americano di arti e autore di Bohemian Paris of To-day (1899), memorie dei suoi quattro anni nella Cité lumière. Il capitolo “Una notte a Montmartre”, scritto in occasione della visita di un amico, “il signor Thompkins”, e corredato dalle raffinate illustrazioni di Eouard Cucuel, ci offre un ironico e dettagliato affresco della vita del quartiere, comprese le attività dei cabaret dell’aldilà. Tutti e tre offrivano svaghi a dir poco “stimolanti”, ma, mentre il Cielo vantava un ambiente poetico, quasi etereo, di “illusioni mistiche”, in cui il visitatore assisteva a rappresentazioni della Divina Commedia, il Nulla e l’Inferno facevano leva su un particolare interesse scientifico che ripercorse tutto l’Ottocento: la sottile linea tra la vita e la morte.

La morte vi fa belli

Lo facevano, però, in modi diversi e molti dei loro contemporanei non ne avevano dubbi: “La visita al Cielo e all’Inferno dell’incantevole monsieur Antonin è d’obbligo; il Nulla, invece, è frequentato da isterici e nevrotici” (Montmartre, Georges Renault e Henri Château, 1897). Perché il cabaret di Dorville, figlio della passione della Belle Époque per lo spiritismo, si specializzò nell’invocazione “di quello che c’è oltre la tomba”. Davanti alla facciata, che sembrava l’entrata di un negozio di onoranze funebri (difatti, il primo nome del locale fu Cabaret de la Mort, ma si rivelò presto una trovata pubblicitaria poco fortunata), l’anfitrione, in lutto rigoroso, accoglieva i clienti (“Tieni in mano questa candela, morto vivente”) e, attraversando un angosto corridoio di tende nere, li portava nella “sala d’intossicazione”.

Sala d’intossicazione del Cabaret del Nulla, c. 1900.

Questa salle d’intoxication non era altro che il bar: pareti con scene di guerra, epidemie e desolazione, scheletri e candelieri fatti di ossa umane, bare che fungevano da tavoli, “disposte -nelle parole di Morrow- come se un orribile disastro fosse appena accaduto”, sulle quali i clienti poggiavano le coppe a forma di teschio, mentre gustavano un’ampia varietà di “veleni” alcolici. La luce verde delle candele faceva in modo che gli ospiti e i camerieri-becchini (unica consegna: vietato sorridere) sembrassero, come annunciato da Dorville, morti viventi. Il tutto, condito dalle urla degli spettatori che assistevano ai macabri spettacoli -preparati con cura dall’illusionista assieme ad un suo amico, un tale Georges Méliès- nelle sale adiacenti. E il più terrificante di tutti era il Phântom de Pepper.

Un fantasma italiano, poiché si trattava della rivisitazione di un effetto ottico inventato da Giovanni Battista Della Porta nel Cinquecento, migliorato e popolarizzato da due scienziati inglesi, Henry Dircks e John Henry Pepper. Questo gioco di luci e specchi -grazie al quale gli oggetti comparivano, scomparivano, diventavano trasparenti- veniva utilizzato al Nulla per far sì che gli spettatori -almeno, quelli che si introducevano in una bara sul palcoscenico- potessero vedere “la Morte all’opera”, il processo di decomposizione dei loro “cadaveri”. Un’esibizione tecnicamente perfetta (la sua fama attraversò l’Atlantico), ma che ci fa capire perché il cabaret di Dorville non fosse per tutti. “Thompkins -scrisse Morrow- sentì un grande sollievo quando uscimmo (…): E adesso che siamo morti, andiamo a fare un sopralluogo all’Inferno”.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

Ogni speranza di avere una serata tranquilla. Perché, di fronte a questo locale “troppo sgradevole”, nelle parole di Renault e Château, il Cabaret dell’Inferno era “pura magia (…) e l’aggettivo spettacolare è più che meritato”. Le svariate testimonianze scritte che ci sono pervenute evidenziano la genialità di Alexander e la straordinaria atmosfera che ivi si respirava. Quando la luna spuntava sulla collina, alle 20:30 di sera, le porte dell’Inferno si spalancavano e la voce del portiere, travestito da demone con un immenso tridente in mano, riecheggiava in tutto il quartiere: “Entrate e vi condannerete!”. E non era un modo di dire: i clienti dovevano attraversare un ingresso mozzafiato, le monumentali fauci di Leviatano, divoratore di anime (di stucco) torturate, che pendevano sulle loro teste. Letteralmente.

Bar del Cabaret dell’Inferno. Fotografia di Harry C. Ellis, 1904.

Se il Cielo puntava sulla luce azzurra e i toni dorati, la musica dell’arpa, i camerieri travestiti da angeli e San Pietro come anfitrione, nell’Inferno i colori predominanti erano il rosso ed il nero e, nel frastuono di voci e risate, i camerieri-diavoletti davano il benvenuto alle “anime perse che vogliono dissetarsi” e gestivano le ordinazioni nel loro gergo. Perché, cos’è meglio, bere “un caffè espresso corretto con qualche goccia di cognac” o “un paraurti di peccati fusi leggermente intensificati”? A riscaldare definitivamente l’ambiente della “grotta” dantesca arrivava “Satana in persona -sempre Morrow-, con un meraviglioso accappatoio rosso, brulicante di gioielli sfolgoranti”. E Satana-Alexander ci metteva poco a stregare il sempre numeroso pubblico del cabaret con la sua vasta cultura umanistica e incanto personale.

Le canzoni di satira e i monologhi umoristici spianavano la strada ai pezzi forti dell’Inferno: “le metamorfosi dei dannati”, “la caldaia”, “i supplizi”, “la processione”, ovvero, deliziosi tableaux accompagnati da musica dal vivo, un misto di teatro, poesia e illusionismo che rivoluzionava le notti della Belle Époque fino all’alba. Non è strano che una dimensione così suggestiva stabilisse forti rapporti con il mondo intellettuale e artistico parigino per decenni. E non ci stupisce che i surrealisti vi si radunassero spesso. Inoltre, lo studio di André Breton, capostipite del movimento, si trovava al quarto piano del palazzo del Cielo e dell’Inferno, dove realizzava, assieme a Robert Desnos, le sue famose sedute spiritiche e le sessioni di ipnotismo e scrittura automatica negli anni 20.

Facciate dei cabaret del Cielo e dell’Inferno, c. 1909.

Jules Claretie lo sapeva: “I futuri storici non potranno fare a meno di questi cabaret” (Le Temps, 29 ottobre 1896). Il Cielo, il Nulla e l’Inferno, che tra l’Ottocento e il Novecento facevano parte dello stesso condominio, furono tre dei posti più affascinanti (e c’era, eccome, l’imbarazzo della scelta) di quel maledetto universo di sogno chiamato Montmartre. Il Nulla chiuse i battenti al termine della Grande guerra ed il Cielo, nel 1932. In un amaro paradosso, fu solo l’Inferno a sopravvivere alla Seconda guerra mondiale, anche se non per molto tempo. Dopo la liberazione di Parigi, una catena di supermercati acquistò il palazzo, lo sgomberò e distrusse le facciate dei cabaret. E lì rimane ancora, con l’ingresso proprio dove una volta Leviatano dava il benvenuto ai nottambuli bohémien. E questo sì che fa davvero paura.

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