PAOLO BORSELLINO, 57 GIORNI DOPO

“La lotta alla mafia non deve essere soltanto un’opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità. E come? Facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (aiuti, raccomandazioni, posti di lavoro), dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo!”.

Paolo Borsellino, 20 giugno 1992

La prima volta che Paolo Borsellino e Giovanni Falcone scambiano due parole hanno 13 anni e stanno correndo dietro al pallone sul campo da calcetto dell’oratorio (Paolo è nato 8 mesi dopo Giovanni, il 19 gennaio del 1940), un’amicizia che cresce fra ginocchia sbucciate e calci di rigore nella storica Kalsa, uno dei quattro “mandamenti” di Palermo. In quel momento nessuno dei due poteva immaginare quanto la vita -e la morte- li avrebbe visti legati. Paolo frequenta il liceo classico Giovanni Meli e nel 1958 si iscrive a Giurisprudenza, dove ritrova Giovanni, reduce da una breve esperienza militare nell’accademia di Livorno. Il 27 giugno del 1962 si laurea con 110 e lode, ma pochi giorni dopo, a causa di una malattia, muore papà Diego a soli 52 anni. Paolo si impegna a mantenere attiva la farmacia di famiglia fino al raggiungimento della laurea della sorella Rita, più piccola di cinque anni, e gli viene concesso, come unico sostentamento della famiglia, l’esonero dal servizio militare di leva. È un duro periodo di sacrifici per i Borsellino, ma Paolo non molla: nel 1963 partecipa al concorso per entrare in magistratura e, classificatosi venticinquesimo sui 171 posti messi al bando, diventa il più giovane magistrato d’Italia. A due anni di tirocinio come uditore giudiziario fa seguito la sezione civile del tribunale di Enna e poi la nomina a pretore a Mazara del Vallo. È il 1967, anno del matrimonio con Agnese, un giorno prima di Natale. Staranno insieme 25 anni. Anzi, 24 anni e 7 mesi.

Nel 1969 il neopapà -è appena nata Lucia, a cui seguiranno Manfredi e Fiammetta- comincia a lavorare come pretore a Monreale, gomito a gomito con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, e nel 1975 torna a casa, presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, dove fra poco sbarcherà anche Falcone e dove nasce un’altra amicizia fondamentale, il consigliere Rocco Chinnici. Non sono altro che un gruppo di uomini che fanno il proprio dovere. Perciò arrivano gli avvertimenti. Il 3 maggio del 1980 un killer di Cosa Nostra spara alle spalle a Emanuele, che guarda uno spettacolo pirotecnico con sua figlia in braccio. A Borsellino, accanto a lui durante le ore angosciose in cui i medici tentano invano di mantenerlo in vita, viene assegnata la scorta. È il conto per aver portato avanti le brillanti indagini sui rapporti tra le cosche di Altofonte e Corso dei Mille iniziata dal commissario Boris Giuliano, ucciso un anno prima. Il 29 luglio del 1983 Chinnici è ucciso da un’autobomba, una Fiat 126 verde imbottita con 75 kg di esplosivo che riduce il suo palazzo a un ammasso di lamiere, calcinaci e vetri. L’immagine fa il giro del mondo. Il magistrato era appena riuscito a far riaprire il caso Peppino Impastato e la sua idea del pool antimafia” lo aveva reso troppo pericoloso dentro e fuori dalla magistratura. “Né la generale disattenzione né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza col fenomeno mafioso -dirà Borsellino- scoraggiarono mai quest’uomo, che aveva, come mi disse una volta, la religione del lavoro”.

Ma niente ferma il coraggio del successore di Chinnici, Antonino Caponnetto, che costituisce il pool facendovi entrare, oltre a Giovanni e Paolo, anche i giudici istruttori Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. È l’unico modo di affrontare la complessità del fenomeno di Cosa nostra, non più vista secondo l’opinione generale come scontri indipendenti fra bande di delinquenti comuni, ma come organizzazione unica parallela allo Stato, con una struttura verticistica dove non esistono gruppi con capacità decisionale autonoma. La squadra assume il “metodo Falcone”, nato durante le indagini del magistrato sull’impero criminale di Rosario Spatola, e mette in pratica una nuova filosofia investigativa che sconvolgerà la storia della lotta alla mafia: le loro ricerche si estendono anche al mondo della criminalità economica, riuscendo a superare il segreto bancario per ricostruire i movimenti dei capitali sospetti presso banche e istituti di credito in Italia e all’estero. Un rivoluzionario metodo d’indagine basato su una visione d’insieme del fenomeno mafioso che produce la mole probatoria alla base dello storico “Maxi-processo” di Palermo, il primo grande processo penale contro Cosa nostra, sostenuto anche da due svolte decisive: il “rapporto dei 162” di Ninnì Cassarà, vicedirigente della squadra mobile di Palermo e stretto collaboratore di Falcone e Borsellino, che ricostruisce in maniera preziosa l’origine della guerra di mafia che aveva portato i corleonesi di Totò Riina ai vertici dell’organizzazione, e i pentimenti del “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta e di Salvatore Contorno. Fra i mesi di settembre ed ottobre del 1984 spiccano circa 500 ordini di cattura.

Nell’estate del 1985, dopo le uccisioni di Cassarà e del commissario Beppe Montana, Falcone e Borsellino si vedono costretti a trasferirsi con le loro famiglie nel carcere sardo dell’Asinara per poter finire di scrivere l’istruttoria del processo in sicurezza (i magistrati dovranno pagare allo Stato le spese di vitto e alloggio). E il 10 febbraio del 1986 si apre il “Maxi-processo”. Un milione di fogli processuali, 475 accusati, 22 mesi di udienze in un aula-bunker appositamente costruita in cemento armato a fianco del carcere dell’Ucciardone, nei pressi del porto di Palermo, in grado di contenere centinaia di persone e resistere persino ad attacchi di tipo missilistico. “L’astronave verde” -così viene definita l’aula dalla stampa di tutto il mondo- diventa il simbolo del riscatto della Sicilia e di un intero Paese: il 16 dicembre del 1987 il processo si chiude in primo grado con 360 condanne, 19 ergastoli (tra cui quelli di Totò Riina, Pippo Calò, Michele Greco e Bernardo Provenzano), per un totale di 2665 anni di carcere e quasi 12 miliardi di lire di multe da pagare a carico degli imputati. È la conferma del “metodo Falcone” e delle tesi del pool antimafia. Ma il successo fa salire il prezzo da pagare. All’interno della magistratura cresce un’insidiosa opposizione a Giovanni e Paolo, una strategia disegnata a tavolino per sconfiggerli professionalmente e personalmente. “La paura è normale che ci sia, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti”.

Già la nomina di Borsellino a procuratore capo di Marsala nel 1986 -che, per motivi evidenti, non aveva seguito il criterio dell’anzianità di servizi- era stata infangata da Leonardo Sciascia nel (tristemente) famoso articolo sui “professionisti dell’antimafia”: “Nulla vale più per far carriera nella magistratura del prendere parte a processi di stampo mafioso”. Forse vale per “far carriera”. Sicuramente vale per finire dilaniato sull’asfalto rovente dell’estate siciliana. La seconda mossa arriva subito dopo la sentenza di primo grado del “Maxi-processo”. Caponnetto deve lasciare la guida dell’Ufficio istruzione di Palermo per motivi di salute e il Consiglio superiore della magistratura sceglie Antonino Meli, un magistrato a due anni dalla pensione che non ha alcuna esperienza in materia di processi antimafia. Meli ed il giudice Corrado Carnevale tornano ad assecondare la tesi della mafia vista come un’associazione di bande senza strategie precise, negando il principio cardine che aveva portato ai successi contro la malavita -la struttura unitaria di Cosa nostra- e nominano Domenico Sica alla guida dell’Alto commissariato per la lotta alla mafia al posto di Falcone. Borsellino, un moderno Zola, accusa: “L’unico obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni. Qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro e il giorno del mio compleanno, il 19 gennaio del 1988, ci fecero questo regalo”. Con la nomina di Meli, come ricorderà anche Caponnetto, Falcone iniziò a morire. Il pool è ufficialmente sciolto. Giovanni accetta la proposta di dirigere gli affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia e Paolo torna a Marsala.

Ma la situazione è ormai insostenibile. Due sono gli attentati falliti: nel 1989 contro Falcone, con un pacco esplosivo, e nel 1991, contro Borsellino, che avrebbe dovuto saltare in aria con un’autobomba per ordine di Francesco Messina Denaro. Il 9 agosto dello stesso anno viene ucciso il giudice Antonino Scopelliti e a Paolo verranno in mente le parole che Cassarà aveva pronunciato dopo l’assassinio di Montana: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”. Una questione di tempo. L’inizio della fine lo segna il 30 gennaio del 1992, giorno della storica sentenza della Cassazione che rivede, aggravandolo, il giudizio d’appello che aveva mitigato le condanne precedenti. La suprema corte ripristina i 19 ergastoli all’intera direzione strategica di Cosa nostra e migliaia di anni di carcere per boss e subordinati. Il “Maxi-processo” regge alla prova finale, attestando la compattezza del suo impianto e la professionalità dei magistrati che ci avevano lavorato. Il primo a cadere è Giovanni, il 23 maggio, sull’autostrada di Capaci. Paolo, che era tornato a Palermo da poche settimane, si butta a capofitto nelle indagini per scoprire la verità sulla strage.

La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in estremo pericolo non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio. So che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla certezza che tutto questo può costarci caro.

Borsellino sa che corre contro il tempo e non smette di denunciare pubblicamente l’isolamento dei giudici e la mancata volontà da parte della politica di dare risposte serie e convinte alla lotta alla criminalità (“Parlate della mafia, parlatene alla radio, in televisione, sui giornali, però parlatene”). Quando i ministri dell’interno e della giustizia, Vincenzo Scotti e Claudio Martelli, annunciano di aver chiesto al Consiglio superiore della magistratua la riapertura del concorso a procuratore nazionale antimafia e lo invitano a partecipare, la risposta di Paolo è secca: “La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento”. Nella cosiddetta “intervista nascosta” rilasciata il 21 maggio a Canal + (che verrà poi tagliata e montata in modo da renderla quasi priva di senso) parla dei legami tra la malavita e l’ambiente industriale milanese, approssimandosi pericolosamente al territorio delle connivenze istituzionali:

Negli anni 70 Cosa nostra cominciò a diventare un’impresa attraverso l’inserimento, che diventò monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti. Cominciò a gestire una massa enorme di capitali dei quali cercò lo sbocco perché in parte venivano esportati o depositati all’estero. E allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali. Cosa nostra cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare quelle capacità imprenditoriali per far fruttificare questi capitali.

Verità indicibili da tenere coperte. Il 19 luglio, dopo un pranzo in famiglia, Paolo si reca in via D’Amelio per far visita a mamma Maria. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita con 100 kg di tritolo esplode davanti al palazzo e massacra il giudice e cinque membri della scorta: Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. I corpi dilaniati rimangono fra decine di auto in fiamme e proiettili che esplodono da soli. “Minchia, signor tenente, faceva un caldo che si bruciava…”. Nel 2014 Totò Riina confermerà la testimonianza dell’agente Antonino Vullo, unico sopravvissuto: era stato il proprio giudice ad azionare la bomba nell’atto di premere il pulsante del citofono. La famiglia rifiutò i funerali di Stato. Il 24 luglio più di diecimila palermitani accompagnarono il corteo funebre fino alla chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, dove risuona ancora l’eco delle parole del vecchio Caponnetto davanti alla bara di Borsellino: “Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi”.

57 giorni dopo Falcone, Borsellino. 57 giorni dopo e un giorno prima. Sì, perché Paolo fu ucciso proprio 24 ore prima di andare a svelare alla Procura di Caltanissetta quel che sapeva sulla morte del collega e amico di una vita. Aveva molte cose da dire. Il 25 giugno, durante il dibattito organizzato dalla rivista Micromega nella biblioteca comunale di Palermo, aveva ricordato ai duemila partecipanti che la toga che indossava non gli permetteva di rivelare i particolari dell’indagine che stava conducendo sulla strage di Capaci, anche perché ricopriva il ruolo di testimone, e ne avrebbe riferito al procuratore capo Salvatore Celesti. “Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio del 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”. È Agnese davanti ai procuratori nel 2009. E si fa sempre più difficile dare torto a quelli che parlano di una “strage di Stato”. 25 anni dopo “l’agenda rossa” del magistrato (“La scatola nera della Seconda Repubblica”, nelle parole di Marco Travaglio) non è stata ritrovata. 25 anni di oblio, depistaggi e infamie che macchiano dolorosamente il sistema democratico del nostro Paese. 25 anni per capire che Paolo aveva ragione: “Chi ha paura muere ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. E che c’è anche chi, come Falcone e Borsellino, non morirà mai.

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