“ORNETTE: MADE IN AMERICA”, ALLA (RI)SCOPERTA DEL PADRE DEL FREE JAZZ

Ornette: Made in America, ultimo film della grande regista indipendente Shirley Clarke, cattura l’evoluzione artistica e personale del pioniere del free-jazz Ornette Coleman (1930-2015) tra gli anni 60 e gli anni 80. Un film che rifugge dallo stile del documentario tradizionale per riflettere il linguaggio sperimentale che ha informato la musica di Coleman così come il cinema della Clarke. In occasione della ridistribuzione in sala del film, in versione restaurata da Ross Lipman e UCLA Film&Television Archive, la ricercatrice Carmen Riccato ci porta fra i meandri creativi e vitali di due tra i più grandi innovatori del Novecento.

ORNETTE: MADE IN AMERICA. NOT MELT, JUST EXPRESS!

Di Carmen Riccato (Cinefili geroglifici)

Un bimbo entra nel bar di Felix: una casa rossa e gialla con l’insegna nera a caratteri cubitali in mezzo ad un brullo terreno sovrastata solo da alte chiome verdi. Il bimbo entra ed esce, dopo una manciata di secondi. Cammina piano dentro scarpe grandi per lui, una camicia bianca e calzoni sorretti da bretelle, che disegnano il suo corpo magro. Guardandosi attorno cerca qualcosa, ancora non sa bene cosa cercare, lì sopra le cime degli alberi con lo sguardo aguzzo, penetrante e affamato di Realtà: l’orizzonte aperto delle rotaie davanti la casa dov’è nato, da calcare a piedi. Quella fame nel suo sguardo è la consapevolezza di avere gli occhi agganciati al cuore: motore dell’umana intelligenza intuitiva ed insieme gentile, materia prima del fare esperienza.

Quel bambino sogna di fare architettura, di studiare il cervello: scoprire un modo per uscire da se stesso, superare i suoi cinque sensi per esprimersi, per trovare il proprio modo d’essere libero: il sax che porta al collo sarà il suo lasciapassare nel Mondo verso la libertà d’essere. Col suo fiato, imiterà tutta la musica che sentirà alla radio per poi scoprire che la chiave per suonare e comporre è essere presenti nel luogo e nello spazio (nel momento) in cui si sta suonando, pronti ad interagire con ciò che si conosce con ciò che si è vissuto. La libertà d’espressione, di cui Ornette Coleman con il free jazz si farà pioniere, è tutt’altro rispetto a ciò che potrebbe ispirare la definizione. Quell’insight, che qualcuno etnograficamente ha definito “il genio dei neri”, quella miccia altro non è che il continuo disciplinamento di un dono da riportare dentro allo human circle. La libertà di cui è padrone Coleman, e di cui vibra la sua musica, è una sorta di architettura dell’immaginazione dove la dualità oppositiva perde di efficacia: non esiste giusto o sbagliato, esiste “un modo spontaneo di ascoltare” che conduce alla creazione artistica quale prodotto dell’esperienza.

Quand’è che una persona può definirsi intera? Questa era la grande domanda che riempiva la mia testa nei giorni in cui ho visto per la prima volta Ornette: made in America di Shirley Clarke. I primi venticinque anni della mia vita mi hanno portato alla consapevolezza che ogni persona abitante del Mondo è un geroglifico: per ciascuna di esse esiste una chiave di decodifica, da qualche parte nella sua storia. È così che mi si è presentato Ornette Coleman, un geroglifico di cui Shirley Clarke mi ha offerto una chiave: metafora filmica del riconoscimento all’artista, nel 1983 della cittadinanza onoraria di Fort Worth.

Un racconto, quello della Clarke, che, solo in partenza, sembra andare a ritroso in occasione del riconoscimento istituzionale: da Skies of America fino a Caravans of Dreams, ma che si trasforma in un percorso complementare a quello diegetico, al perseguimento della libertà d’espressione. Il discorso filmico di Clarke fa da contrappunto visuale al racconto di Coleman persona ancor prima che uomo e musicista. Clarke non cerca mai la pura giustapposizione visiva, giustificazione narrativa agli eventi rivelatori della vita di Coleman: li coglie come insight, dai materiali eterogenei a disposizione, spingendo la sua ricerca e il discorso verso quella libertà di immaginare che è autoriale, senza mai perdere di vista il suo ruolo di narratrice.

Coleman, con la sua esperienza di uomo e musicista, ci presenta la libertà d’espressione ed il momento creativo come un’architettura dell’immaginabile; Shirley Clarke, da parte sua, trova nella ricorsività delle primarie geometrie e l’uso del loop (fino alla compulsiva sovrimpressione) di corpi e colori gli alleati visuali efficaci per portare in scena questa scoperta. La libertà d’espressione si rivela così allo spettatore: creatura di una profonda conoscenza di un modo (individuale) di essere e stare nel Mondo e non semplicemente dar seguito all’istinto inconsapevole.

Clarke alla fine di questo viaggio nell’universo interiore di Coleman più che chiave di decodifica di un geroglifico, si scopre, da dietro le ottiche, ponte tra Ornette Coleman e quella parte del Mondo incapace di uscire da se stessa per immaginare la propria libertà. Per lo spettatore abituato a vivere profondamente, questo documento aggiunge una testimonianza ed una sfumatura all’empatia in cui crede, che lo spinge ad attraversare quel ponte alla ricerca dell’Altro.

ORNETTE: MADE IN AMERICA. Un film di Shirley Clarke (USA, Caravan of Dreams Productions, 1985). Durata: 77′. Regia e montaggio: Shirley Clarke. Musiche originali: Ornette Coleman. Produzione: Kathelin Hoffman. Fotografia: Ed Lachman. La pellicola torna sul grande schermo grazie a una collaborazione tra Milestone Film e Reading Bloom, che nel 2017-2018 ridistribuirà tutti i film di Shirley Clarke in versione restaurata in Italia, Svizzera e altri paesi europei.

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