L’ONOREVOLE ANGELINA, 70 ANNI DI LOTTA PER I DIRITTI

Il ministero della fregatura dei poveracci ce fanno da’.

Luigi Zampa diceva che “i soggetti buoni nascono sempre dalle cose vere”. Quando L’onorevole Angelina comincia a prendere forma, la guerra è ancora la realtà più vera a Roma. La città conosce la pace da una manciata di mesi, gli echi delle bombe rintronano spaventosamente vicini e le macerie sono i segnaposti di un paesaggio urbano nel quale le borgate si aprono come ferite topologiche. Borgate ufficiali, borgate abusive, borghetti. Planimetrie squadrate per esseri umani squadrati -disoccupati, lavoratori saltuari, baraccati, sfrattati, immigrati, che stringono i tentacoli attorno alla Capitale e costituiscono il problema più vivo e soffocante del dopoguerra. Una cintura di miseria e scontento sociale, palcoscenico quotidiano per migliaia di famiglie numerose, numerosissime, figlie del Ventennio, le cui caratteristiche sociali, morali e politiche sono, però, molto lontane dall’immagine che il regime fascista aveva voluto imprimere alla “Terza Roma”. Abitazioni fatiscenti costruite in fretta, spesso al di sotto degli argini del Tevere, strade di polvere dove “la gente s’ammassava, correva, strillava”, come se fossero “i bassi fondi di Shanghai” (Ragazzi di vita, Pier Paolo Pasolini, 1955). Servizi e impianti sono un’utopia ed il mercato nero per i generi di prima necessità la fa da padrone.

Erano i tempi di riorganizzazione della vita politica. Intervistammo una donna che abitava a Città Giardino, una popolana che ci raccontò che il giorno in cui non avevano distribuito il pane con la tessera aveva capeggiato tutti per occupare i fabbricati. Ora tutti volevano portarla in parlamento, ma lei non voleva andarci perché sapeva solo leggere e scrivere. Fece un discorso dove disse proprio queste cose. Lei aveva lottato per il pane perché sapeva farlo, ma il posto in parlamento lo lasciava a gente più preparata, alle persone di cultura.

Nel film quella donna ha il volto di Anna Magnani. Ovvero Angela, che un giorno -uno qualsiasi, tanto il gioco della sopravvivenza ha delle regole ben precise- guida una spedizione punitiva tutta al femminile verso il magazzino di un borsaro nero (“Ma io c’ho cinque regazzini, mica gli posso racconta’ che quanno piove non se magna. Io la pasta la voglio, dovessi fa’ scoppia’ ‘n’artra guerra mondiale!”). Quell’azione accende l’interruttore di una graduale presa di coscienza fra i membri della comunità di Pietralata: la pasta spiana la strada all’acqua corrente, al trasporto regolare, alla mensa assistenziale. Molte battaglie con un solo capopopolo, la sora Angelina. La prova più dura arriva con l’alluvione, che li lascia galleggiando in un oceano di fango, mentre di fronte a loro si alzano i palazzi vuoti del commendator Garrone (Armando Migliari), padrone della borgata. L’occupazione dei fabbricati, con tanto di detenzione di Angelina, scatena la rivoluzione sociale e mediatica definitiva e la proposta di entrare in politica sboccia. Ma il gioco di lealtà che Garrone le propone nasconde un obiettivo ben poco pulito: la decapitazione di quel movimento contestatore che sta provocando un terremoto etico persino all’interno della sua famiglia.

Pochi mesi dopo Vivere in pace (1947), Zampa si riavvolge nel mantello del neorealismo con L’onorevole Angelina e ne riceve una forte spinta stilistica e ideale. Nella migliore tradizione registica del dopoguerra, il suo sguardo policentrico mostra i diversi livelli spaziali in un rapporto di adiacenza e intercambiabilità e tutti i personaggi che fino a quel momento erano stati ridotti alla condizione di attrezzo cominciano a tenere testa alla realtà, a giudicarla e a farsi portatori di una nuova storia, della loro storia. Ed è proprio questa riappropriazione dello sguardo cinematografico da parte delle persone comuni a farci capire, probabilmente meglio di tutti i libri di storia, il rapporto tra passato e presente in un Paese alle prese con il trauma bellico, i modi in cui il popolo manifesta la sua carica insurrezionale, l’agonia delle speranze di cambiamento nel dopoguerra. L’ascesa e caduta di Angelina non è che lo specchio di un riscatto conteso tra le illusioni politiche e le urgenze della vita quotidiana. Un equilibrio difficile per tutti, in particolare per le donne, tutte quelle donne -“tante, duemila”- che la Magnani sente dentro di sé. “Ho solo bisogno di incontrarle. Devono essere vere, ecco tutto”.

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E così trova Angelina (“Il film fu realizzato sui luoghi dove avvennero i fatti, la gente vedeva la Magnani e piangeva da quanto era vera la sua recitazione”), speranza di tutta la borgata, ma specialmente della sua metà femminile, che comincia a rifiutare il ruolo unico di “angelo del focolare” e parte all’attacco del sociale e dei nuovi diritti civili, rivendicandosi come co-protagonista della vita familiare e politica. (“Non te ricordi quanno facevi la campagna demografica a spese mie? È roba che se non veniva il 25 luglio io ero ancora a fabbrica’ disgraziati come ‘na macchinetta”). E lì l’equilibrio si fa più precario che mai. Angelina trova il “nemico” a casa: Pasquale (Nando Bruno), compagno di vita, nonché vicebrigadiere di pubblica sicurezza, la cui stabilità sentimentale e lavorativa viene messa a repentaglio dai nuovi tempi (“Non mi vorrai mica rimprovera’ de vive’ onestamente… / È questione che qui nun se vive, qui se more onestamente). Per Zampa professionalità ed etica vanno legate ed il cinema è un mezzo di educazione civica: L’onorevole Angelina, uscito alle soglie delle elezioni del 1948, risponde al suo compromesso di “assecondare la cronaca dei tempi, fissandone i significati, il colore, la moralità”.

Perciò “popolista”, “sentimentale” o “consolatorio” sono alcune delle accuse che Zampa riceve all’epoca da un settore della critica, una critica fondata su pesanti presupposti ideologici ed estetici che hanno avvelenato l’analisi cinematografica per decenni. Oggi è facile individuare la radice del problema. L’onorevole Angelina si mette di fronte ai filoni antitetici della produzione del dopoguerra, parafrasando Vittorio Spinazzola in Cinema e pubblico: o si fanno film “sul popolo,” o si fanno film “per il popolo”. Ma come si può stilare una definizione precisa di cosa sia neorealista o popolista?. Ne “Il popolare e la marginalità del critico” Alberto Pezzotta pone la domanda definitiva: “Perché La terra trema, che incassa poco, è neorealista, mentre L’onorevole Angelina, che incassa molto, non è neorealista, o lo è meno, o per nulla, a seconda dei gusti?”. Anzi, ne aggiungiamo un’altra (che si risponde da sola): i momenti in cui Miracolo a Milano cavalca l’onda della favola intassano il valore neorealista di questo gioiello registico di Vittorio De Sica? Zampa ne è consapevole e non si lascia cullare da velleità propagandistiche prive di senso. La canonizzazione del popolo, ormai un luogo comune quando si parla del film, non è tale.

Gli altri avrebbero voluto che Angelina, avvolta in un panno rosso, marciasse contro tutte le barriere. Ma a me, che sono comunista e ho sempre votato PCI, sembrava un finale retorico. Cioè, loro avrebbero voluto che l’onorevole Angelina finisse con l’andare in parlamento. Io pensavo che sarebbe stata una cosa sbagliata, che si sarebbe sintetizzata nella retorica della rivoluzione.

Zampa è uno degli autori più capaci di mostrare le incoerenze e le ingiustizie di una società dominata dal malcostume e dalla corruzione, gli aspetti più nobili e quelli meno nobili del Paese e della sua gente, qualsiasi sia il suo ceto sociale. Angelina non trova le forze per andare in parlamento e la sfiducia verso la sfera del politico potrebbe essere una delle conclusioni principali del film, ma riconoscere le difficoltà (o la propria incapacità) di una lotta non significa negare la sua urgenza, anzi. Sì, Angelina torna a casa, ma solo dopo aver aperto la prima crepa in un muro che avrà bisogno -ne ha tutt’oggi- di molte mani per buttarlo giù e far sì che entri la luce delle conquiste sociali. Sì, Angelina torna a casa, ma niente sarà più come prima. “Quanno mi chiamerete per baccaglia’ sarò sempre pronta perché è l’unica cosa che me vie’ naturale. Il partito nostro non si scioglierà, ma manco alla camera andrà, resterà fra noi, baccaglieremo in famija, così saremo tutti quanti onorevoli”. Uno spaccato imprescindibile di quella poesia borgatara che nel 1961 l’Accattone di Pasolini eleverà definitivamente alla categoria di stato dell’anima. “Onorevoli sul serio, però”.

L’ONOREVOLE ANGELINA. Un film di Luigi Zampa (Italia, Lux Film-Ora Film, 1947). Durata: 89′. Soggetto: Piero Tellini, Susi (sic) D’Amico, Luigi Zampa. Sceneggiatura: Piero Tellini, Susi (sic) D’Amico, Luigi Zampa, Anna Magnani. Interpreti: Anna Magnani, Nando Bruno, Ave Ninchi, Ernesto Almirante, Armando Migliari, Agnese Dubbini, Maria Donati, Maria Grazia Francia, Franco Zeffirelli, Vittorio Mottini. Riconoscimenti: Nastro d’argento e Coppa Volpi alla miglior attrice (Anna Magnani). Selezionato tra i “100 film italiani da salvare”.

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