IL NATALE AI TEMPI DEL MUTO

Prima fu la lanterna magica, poi il kinetoscopio di Edison e Dickson, e finalmente i fratelli Lumière e la prima proiezione pubblica del cinematografo, quel 28 dicembre al Boulevard des Capucines che cambiò per sempre la Storia [Scopri di più: SE UNA SERA D’INVERNO I LUMIÈRE]. Dopo l’arte, la musica, la letteratura e, da più di mezzo secolo, la fotografia [Scopri di più: 1839, L’ANNO CHE LA FOTOGRAFIA CAMBIÒ IL MONDO], anche le immagini in movimento diventarono uno strumento per fissare la memoria del mondo: le quotidianità, le speranze, le ossessioni e le paure dell’essere umano trovarono rifugio su pellicola e il Natale si eresse a soggetto filmico privilegiato, non soltanto dal punto di vista argomentale, ma anche come campo di prova dei primi trucchi del mestiere.

Vita e Passione di Gesù Cristo. Ferdinand Zecca e Lucien Nonguet, 1907.

Destinazione: Betlemme

Fonte d’ispirazione sconfinata nei diversi campi della creazione artistica, nemmeno il cinema si sottrasse all’influsso della figura di Gesù di Nazareth. Il valore drammatico del Calvario non sfuggì ai pionieri della celluloide -nel 1898 Edison girò la storica Passione di Oberammergau-, ma tutta la vita terrena di Gesù si rivelò presto una preziosa risorsa cinematografica. Nello stesso anno, Louis Lumière e George Hatot produssero • La Vita e la Passione di Gesù Cristo (La Vie et la Passion de Jésus-Christ), dedicando il primo dei suoi 13 tableaux all’Adorazione dei Magi, e Alice Guy, prima regista al mondo, cominciò a girare un’altra serie di scene ispirate al Vangelo, che riscossero un successo clamoroso di critica e pubblico [Scopri di più: ALICE GUY, C’ERA UNA VOLTA IL CINEMA].

Ma un punto interrogativo si accostava ancora alla parola “cinema” e solo nel 1906 poté finire il progetto e unire tutte le bobine: 33 minuti, dei quali più di 4 dedicati all’arrivo a Betlemme, alla Natività e all’Epifania, 300 comparse, 25 teatri di posa e numerose riprese in esterni, nel bosco di Fontainebleau, sperimentando la profondità di campo e diversi tipi di illuminazione. Il tutto, per dare vita al primo peplum della storia, • Vita e Morte di Gesù (La Naissance, la Vie et la Mort du Christ).

Vita e Morte di Gesù. Alice Guy, 1906.

La popolarità dei primi tableaux della regista parigina svegliò il fiuto di altri pionieri, i fratelli Pathé, che già nel 1903 produssero la • Vita e Passione di Gesù Cristo (La Vie et la Passion di Jésus Christ), con tanto di remake nel 1907; un vero kolossal e probabilmente il primo esempio del sistema di coloritura Pathécolor, ispirato al ritagliatore di pochoirs ideato da Segundo de Chomón [Scopri di più: SEGUNDO DE CHOMÓN, PADRE DIMENTICATO DEL CINEMA].

Diretto da Ferdinand Zecca e Lucien Nonguet, amplia l’arco cronologico e scende a un maggior livello di dettaglio: i primi tre episodi -circa 7 minuti sui 45 totali- includono l’Annunciazione, l’apparizione della Stella e le comitive dei Re Magi nel loro cammino verso Betlemme. Lo stesso schema venne ripetuto in Dalla mangiatoia alla Croce (From the Manger to the Cross, or Jesus of Nazareth), primo lungometraggio “moderno” (70 minuti nella versione originale) sulla vita di Gesù.

Con un budget di 35.000 dollari, le spettacolari scene, descritte tramite citazioni del Vangelo, vennero girate in Palestina e in Egitto, usando come riferimento estetico le illustrazioni di James Tissot. Il risultato? Un milione di dollari di incasso nel 1912. E, mentre l’opera di Sidney Olcott e Gene Gauntier -nel doppio ruolo di sceneggiatrice e attrice, nei panni di Maria- faceva esplodere il botteghino, Lawrence Marston, una leggenda di Broadway, girava La Stella di Betlemme (The Star of Bethlehem), che, partendo dalla visita di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre alla corte di (uno spaventatissimo) Erode, arriva fino all’Epifania. Purtroppo, pochi mesi dopo l’uscita in sala, un incendio devastò la sede della Thanhouser, tra i primi studi cinematografici, e ci sono pervenuti soltanto 15 minuti del film.

Dalla mangiatoia alla Croce. Sidney Olcott, 1912.

Un attimo: niente made in Italy? Sì: il • Christus di Giulio Antamoro (1916), che richiese tre anni di lavorazione, un’eccezionale ricerca iconografica di riferimenti cristologici e numerose riprese esterne in Egitto, combinate con ottime ricostruzioni sceniche. Il meglio dell’arte italiana nel nostro primo kolossal, su soggetto di Fausto Salvatore: strutturato a modo di poema mistico, il primo dei tre “Miracoli” (14 minuti sui 90 totali) arriva fino alla fuga in Egitto.

Il film include una meravigliosa Annunciazione -trasposizione di quella del Beato Angelico-, il censimento e tre spettacolari comitive dei Re Magi, con 2000 comparse (umane e non), rivelando un uso molto maturo della cinepresa. Nelle scene del “Re Povero”, con tanto di incenso fumante di Baldassarre, trassero ispirazione dal Correggio, dando vita all’Epifania più bella del muto. Natale! Sul mondo si alza una novella aurora!: si capisce che Salvatore era allievo di D’Annunzio?

Spirito natalizio (e strappalacrime)

Sì, il Natale e le innovazioni tecniche sono sempre andati di pari passo. E sottolineiamo sempre perché la prima doppia esposizione la troviamo proprio nel primo film natalizio, il • Santa Claus di George Albert Smith (1898), che mostra in parallelo due azioni contemporanee: i bambini andando a letto e lui scendendo dal camino. Da allora, Babbo Natale non ha più lasciato il grande schermo e il suo arrivo, così come lo scartamento dei pacchi, sono diventati un topos di celluloide.

Santa Claus. George Albert Smith, 1898.

Georges Méliès prese il suo Sogno di Natale (Rêve de Noël, 1900) e ne fece un esempio del delizioso cinéma des fées che spopolava in Francia, ovvero, scene brulicanti di folletti, diavoli, fate e nani, con tanto di balletto finale [Scopri di più: GEORGES MÉLIÈS, IL VIAGGIO INFINITO]. Il geniale baffuto non fu, però, l’unico a uscire dagli schemi più tradizionali. Ne La notte prima di Natale (The Night Before Christmas, 1905, quasi 90 anni prima di quella meraviglia omonima targata Tim Burton), Edwin S. Porter racconta la storia di un Babbo Natale casalingo e talmente indaffarato da (quasi quasi) non fare in tempo a consegnare i regali. Ma il vero rivoluzionario sotto il vischio fu il regista e animatore Ladislas Starevich, padre di due autentiche chicche natalizie del primo cinema, girate entrambe nel 1913.

Ne La notte prima di Natale (Noch pered Rozhdestvom) adatta con fedeltà (e con attori in carne e ossa) il racconto di Nikolaj Gogol’ sull’arrivo in un paesino ucraino di un demone durante la Vigilia; il cortometraggio di animazione • Il Natale degli insetti (Rozhdestvo obitateley lesa), invece, vede una pallina a forma di Babbo Natale scendere dall’albero e andare a festeggiare il 25 dicembre in compagnia delle creature del bosco. Tutte, compresi gli scarafaggi.

Non c’è niente da fare: a Natale siamo più buoni. È lo spirito strappalacrime che pervase anche Porter e J. Searle Dawley ne La bambina che non credeva a Babbo Natale (A Little Girl Who Did Not Believe in Santa Claus, 1907), la storia di un ragazzino disposto a mettere sottosopra il mondo pur di risvegliare l’amore per il Natale in una sua coetanea povera, e Harold M. Shaw in Un incidente natalizio (A Christmas Accident, 1912), stesso copione, ma con due famiglie come protagoniste.

L’Angelo di Natale. Georges Méliès, 1904.

Fiabe fatte su misura per quella grossa fetta di pubblico della quale fu “vittima” persino Méliès. Il suo • Angelo di Natale (L’Ange de Noël, 1904), che segna il passaggio verso uno stile più realistico, non è solo un gioiello tecnico -con giochi pirotecnici, riprese a passo uno, sovrapposizioni e dissolvenze-, ma anche un documento straordinario dal punto di vista sociologico. Miseria e carità (Détresse et Charité) -ecco il titolo originale-, vedeva l’Angelo del Natale portare in Cielo l’anima di una bambina che, dopo aver passato tutta la giornata a chiedere invano l’elemosina per la città, era morta di freddo e di stenti in mezzo alla tempesta. Troppo deprimente? Niente paura: nella versione statunitense, una coppia benestante spunta dal nulla, la mette in salvo e la riporta a casa, assieme a una valanga di regali e cibi succulenti. Happy Ending!

“Oggi… Ma come? È Natale!”

Abbiamo parlato di Gogol’, ma non fu l’unico scrittore a essere chiamato in causa: il glorioso connubio tra cinema e letteratura trovò nel Natale un “campo dei miracoli” collodiano, a cominciare dal celebre poema anonimo La visita di San Nicola (1823), la cui influenza fu determinante nella raffigurazione del personaggio. Nel 1914, George Pearson fece la trasposizione filmica di un altro poema, questa volta, carico di critica sociale: Natale nell’ospizio (Christmas Day in the Workhouse), di George R. Sims. L’opera segue la scia del Natale tragico sgomberata da James Williamson nel 1902 con La piccola fiammiferaia (The Little Match Seller), di Hans Christian Andersen, un prodigio tecnico (e argomentale) alla base dell’Angelo di Méliès. Ma il più gettonato sin dall’inizio della settima arte fu (ed è e sarà) lui: Charles Dickens.

Scrooge, o il fantasma di Marley. Walter R. Booth, 1901.

David W. Griffith girò la prima versione de Il grillo del focolare (Cricket on the Hearth) nel 1909, poi rivisitato da Lorimer Johnston nel 1914 e nel 1923. Questa non fu l’unica incursione natalizia del “padre del cinema americano, io lo adoro, è come se fosse mio padre” (citazione d’obbligo): nello stesso anno firmò il satirico Una trappola per Babbo Natale (A Trap for Santa), le vicende di un padre assente che torna a casa quando scopre che sua moglie è diventata una ricca ereditiera.

Ma -nessun colpo di scena- il testo preferito dei pionieri del cinema fu il Canto di Natale, oggetto di numerosi adattamenti teatrali dalla sua pubblicazione nel 1843. La prima trasposizione filmica risale all’alba del Novecento: • Scrooge, o il fantasma di Marley (Scrooge, or Marley’s Ghost, 1901); Walter R. Booth riassume in 6 minuti e 20 secondi il capolavoro di Dickens e, a una messa in scena teatrale, attraverso dodici tableaux, aggiunge raffinati trucchi cinematografici, in particolare, la sovrimpressione della faccia di Marley sul batacchio della porta. È il fantasma del socio di Scrooge a rappresentare gli spiriti dei Natali passato, presente e futuro, i quali cominciarono a comparire con tutti gli onori in molti dei film susseguenti, come quello del 1908, che osannato dalla critica per la sua fedeltà al testo originale, è purtroppo andato perso.

Canto di Natale. Harold M. Shaw, 1914.

Il Canto di Natale (A Christmas Carol) di Searle sbancò il botteghino nel 1910; a impersonare Bob Cratchit, il gentile e sofferente impiegato contabile di Scrooge, fu l’attore statunitense Charles Ogle, che nello stesso anno si mise di nuovo davanti alla cinepresa dell’onnipresente Searle per girare la prima versione cinematografica del Frankenstein di Mary Shelley, nei panni del mostro (niente male, Charles!). Le porte si spalancarono così definitivamente: a continuazione arrivarono • Scrooge, di Leedham Bantock (1913), il Canto di Natale (A Christmas Carol, 1914) di Harold M. Shaw, con magnifiche sovrimpressioni nelle scene degli spiriti, e fino a tre nuove trasposizioni solo nei primi anni 20. Questi furono i primi passi di una storia che sarà infinita perché il racconto di Dickens tocca quel tasto nascosto nell’anima al quale accedono soltanto i geni.

E perché, dopotutto, aveva ragione il maestro Capra: la vita è meravigliosa, it’s a wonderful life.

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