NADAR, FOTOGRAFO DELL’ANIMA

Nel 1861, sulla facciata del civico 35 del Boulevard des Capucines, cinque lettere giganti di vetro rosso componevano una scritta: NADAR. Spesso i piccoli (si fa per dire) dettagli ci danno la chiave di lettura di un personaggio e, nel caso di Gaspard-Félix Tournachon, quella insegna di tre metri che dava il benvenuto nel suo studio fotografico rispecchiava accuratamente una personalità irresistibile che segnò il XIX secolo.

Autoritratto in 12 pose. Nadar, 1865.

Altissimo, capelli e baffi rossissimi, appassionato -ecco la parola d’ordine quando c’è di mezzo Nadar- delle novità, affascinato dalla fama, propria e altrui, esperto di ciò che oggi chiamiamo marketing, incantevole, meravigliosamente gentile. Félix era tutto questo e molto di più. Quando si vide costretto a interrompere gli studi di medicina, dopo la morte del padre, il suo talento innato per quasi tutto trovò subito un altro posto su cui atterrare, in piena rivoluzione del 1848: caricaturista sagace, tagliente, brillante. Ma nel 1852 l’ascesa al trono di Louis-Napoléon significò la proibizione della satira politica e il suo occhio preciso e prezioso, allora 32enne, si buttò a capofitto in quella nuova arte chiamata a trasformare per sempre la nostra memoria [Scopri di più: 1839, L’ANNO CHE LA FOTOGRAFIA CAMBIÒ IL MONDO].

Il destino parlava chiaro: in un modo o nell’altro, Nadar doveva conoscere le pieghe dell’anima umana. E anche del corpo. Dalla sua irruzione nell’universo in effervescenza dei pionieri della fotografia, il giovane lionese subì l’influsso di pope come Antoine Lumière (sì, il papà dei fratelli e responsabile dell’impianto a gas grazie al quale la famosa insegna brillava anche di notte) o Adolphe Bertsch (e la sua chambre automatique), e diventò il punto di riferimento essenziale nei più maledettamente prestigiosi circoli della bohème. Tre studi portarono il suo nome a Parigi: il primo, nella propria dimora, in rue Saint-Lazare; il secondo, quello ai Capucines; il terzo, in rue d’Anjou. Nadar si dedicò alla fotografia per circa tre decenni, ma sarebbero bastati i sei “anni ruggenti”, tra il 1854 e il 1860, per proiettarlo nell’eternità.

Perché fu la passione per tutto ciò che riguardava l’essere umano a fargli capire il ruolo centrale che quella “meravigliosa scoperta” era destinata a giocare nel nascente mondo della celebrità e il culto della personalità. E il suo progetto del Panthéon -1200 ritratti caricaturali dei principali esponenti sociali e culturali francesi- si spostò verso di essa; per forza: la critica adorò la prima e unica serie di litografie che vide la luce, quella dedicata a scrittori e giornalisti, ma ne vendé solo 136. E lì, sì, il successo fu strepitoso: l’élite dell’Ottocento europeo si radunò nella sala di posa di Nadar, dando vita a un vero e proprio star system, da Jacques Offenbach a Sarah Bernhardt, da Émil Zola a Claude Monet, dai Dumas a Gioacchino Rossini, da George Sand a Giuseppe Verdi, da Gustave Doré a Franz Liszt. Rien ne va plus. Anzi, sì.

Per Roland Barthes, Nadar era “il miglior fotografo della storia”. E, anche se de gustibus non est disputandum (quasi mai), pochi autori sono riusciti a raggiungere i livelli di bellezza e complessità psicologica dei suoi ritratti. Perché non basta la padronanza tecnica per ottenere autentiche opere d’arte e Félix ne era consapevole: le sedute nel suo studio duravano ore e ore, durante le quali parlava e scherzava con i modelli; nessuna tensione, pura sincerità per immortalare la loro “intelligenza morale”, la loro anima. Non per caso, alcuni dei ritratti più straordinari del Panthéon appartengono ai suoi grandi amici: Charles Baudelaire, scatti diventati iconi dell’immaginario culturale contemporaneo, Théophile Gautier, l’art pour l’art su pellicola, e Jules Verne, tra gli sguardi più belli della storia della fotografia (e non è un modo di dire).

Nadar, “la vitalità allo stato puro”, secondo Baudelaire, sapeva bene che un fotografo doveva essere un artista, ma anche uno scienziato e un uomo d’affari. La gettonata “immagine di marca” non aveva segreti per lui -con tanto di polemica giudiziaria con il fratello, Adrien, sul diritto all’uso del proprio nome, dalla quale uscì vittorioso- e fu uno dei primi a sperimentare le possibilità dell’illuminazione artificiale: la serie dedicata alle catacombe di Parigi e le sue condotte fognarie è una pietra miliare nell’evoluzione di quest’arte. E non solo: fu anche uno dei pionieri della fotografia aerea -i suoi viaggi in mongolfiera, fonte d’ispirazione per Verne, trovavano titoli sui giornali in entrambi i lati dell’Atlantico- e del fotogiornalismo, nella rivoluzionaria intervista, dal sapore cinematografico, al fisico Michel-Eugène Chevreul.

Vi manca qualcosa? Nel 1870, durante l’assedio di Parigi, ideò un sistema di comunicazione nel quale si alternava l’uso di palloni aerostatici con quello dei piccioni viaggiatori, e quattro anni dopo organizzò la prima mostra degli impressionisti nell’ormai mitico studio ai Capucines, a pochi metri da dove si sarebbe celebrata la prima proiezione pubblica del cinématographe [sì, ci sono posti nati per fare la Storia: SE UNA NOTTE D’INVERNO I LUMIÈRE]. Non ci stupisce affatto: la presentazione della nuova pittura antiaccademica e naturalistica era un evento targato Nadar, ovvero, la modernità assoluta, che trova compiuta espressione nel suo straordinario autoritratto in 12 pose del 1865. Nessuno come lui capì il destino della fotografia come nuovo luogo della memoria dell’umanità:

Non esiste la fotografia artistica: nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare.

E, se vogliamo conoscere le nostre radici, basta vedere il suo Panthéon. Vederlo, però, non guardarlo.

Imprescindibili: Quand j’étais photographe, Gaspard-Félix Tournachon, 1899; The Great Nadar: The Man behind the Camera, Adam Begley, 2017.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *