MORTE (E VITA) DI UN COMMESSO VIAGGIATORE

Fu il Morosco Theatre di New York a ospitare la prima assoluta della Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller: il 10 febbraio del 1949, con Elia Kazan alla regia, Lee J. Cobb diede vita al protagonista di uno dei successi teatrali più clamorosi del Novecento.

“Aveva 37 anni -ricordava il drammaturgo- e tutti credevano che fosse ormai sessantenne: il modo in cui si alzava e si sedeva, con assoluta naturalezza, ma facendo capire che qualcosa non andasse in quegli arti… Era dannatamente bravo!”. Una sfida tutt’altro che scontata, anche per il gigante del Bronx. E lì, nella sua, nella loro New York, si consuma la tragedia di Willy Loman. “Quando mi facevano domande sull’argomento dell’opera, le parole che mi venivano in mente erano: è la storia di un commesso viaggiatore che muore”. Perché il capolavoro di Miller parla degli Stati Uniti, della situazione economica, di una famiglia, di una vita; al luogo comune che la riassume come un semplice (si fa per dire) attacco al sistema capitalistico, l’autore rispondeva: “Concentrarla in una riga oltrepassa le mie capacità”.

Lee J. Cobb. Morte di un commesso viaggiatore, 1949.

Dopo una vita passata in macchina, quando il suo corpo e la sua mente cominciano a lanciare segnali di esaurimento, Willy si vede negato un posto fisso in città per pochi dollari a settimana; a licenziarlo “per il suo bene” è il figlio del fondatore della ditta (“Vi ho dedicato 34 anni della mia vita, non si può spremere un uomo cosí, come un limone, e poi buttarlo via nella spazzatura!”). Sì, Morte di un commesso viaggiatore critica “il sistema” e fa a pezzi il gettonato “sogno americano”, mettendone in discussione la propria essenza, ma, nel farlo, trascende il tempo e lo spazio per diventare il simbolo universale della tragedia di un uomo in una società che lo annichilisce: “Un po’ di dignità, Willy, andiamo, ho bisogno dell’ufficio. E in settimana, poi, quando ti fa comodo, vedi di riportarmi i campionari”.

È per questo che, solo nella prima stagione, raggiunse quasi le mille repliche e il successo si diffuse in tutto il mondo, risvegliando passioni, voci molteplici e, in occasioni, discordanti: se distruggeva le basi dell’Americanismo per alcuni settori della estrema destra statunitense, nella Spagna franchista, invece, venne rappresentata più di qualsiasi altra pièce contemporanea; alcuni Paesi comunisti la amarono, altri la vietarono. “Dipende da dove guardi”. Miller ricordava divertito queste situazioni, probabilmente perché, come lui stesso segnalava, Morte di un commesso viaggiatore è, innanzitutto e soprattutto, una storia di amore perso (apparentemente) e ritrovato tra un padre e un figlio, tra Willy e Biff, che ritorna a casa dopo una lunga assenza. Un’assenza, però, soltanto fisica.

Rina Morelli, Paolo Stoppa, Antonio Casagrande e Umberto Orsini. Morte di un commesso viaggiatore, 1968.

Per Miller, “nel teatro, come nella vita, il passato è sempre con noi”. Su questa base, crea un’architettura perfetta di piani temporali che lavorano insieme, dove non esiste il flashback. La vita di Willy è “il sogno dentro un sogno” di Edgar Allan Poe, un’esistenza dai limiti sabbiosi, come le fondamenta sulle quali poggia, fatta di illusioni personali e professionali, che il commesso viaggiatore ha modellato nel corso degli anni, pur di non affrontare la realtà, mitizzato tutto e tutti (“Faccio mai anticamera dai miei clienti? “C’è Loman”. Basta. Si spalancano tutte le porte”). Willy si sente l’erede di una stirpe ormai mitologica (“Ti ricordi Biff allo stadio? Un giovane dio, Apollo, e il sole, attorno a lui tutto il sole”), nella quale persino il padre assente, che abbandonò la famiglia per andare in Alaska, diventa un avventuriero ammirevole.

Ma, in questa divina catena, lui è la maglia più debole, in cerca costante di approvazione, con suo fratello, morto dopo aver fatto fortuna in Africa, come confessore fantasma (“Te li stai scozzonando benone i tuoi giovanotti, robusti, di classe! / Ben, come mi fa piacere che tu lo dica! Certe volte ho paura di non educarli come dovrei”). Nel disperato bisogno di giustificare la propria vita, ha creato un’utopia, nella quale vive tutta la famiglia, che ha abdicato alla propria responsabilità personale per preservare il mondo felice di Willy. Ed è Biff -il primogenito, l’incarnazione del sogno americano di suo padre, la celebrità- a pagare il prezzo più alto nella tragedia poco aristotelica dei Loman. “È questa la fede in cui li cresco da quando son nati, Ben! Nella giungla, su, avanti, senza paura! Ho fatto bene!”.

Dustin Hoffman e Arthur Miller. Morte di un commesso viaggiatore, 1985.

Ore di lezione saltate, piccoli furti, scherzi ai professori: tutto è permesso -così credono loro- al giovane dio. A scoperchiare il vaso di Pandora arriva un 4 in matematica, che mette a repentaglio le promesse di gloria: università, borse di studio, football professionale. “Vieni a parlargli prima che chiuda la scuola. Se vede che tipo sei, me lo leva. Lo conquisti subito, capitano”. Ma Willy è in un’altra città, in un albergo, con una sconosciuta. “Non è niente, ero tanto solo… / Sei un falso! Imbroglione! Finto! Bugiardo!”. Il “tempo Loman” si ferma per Biff in quella cameretta scadente, gli sputa in faccia la realtà e dà il via ad un pellegrinaggio di dieci anni, di biglietti senza andata né ritorno, di silenzi. Fino alla riunione, ancora una volta, nella loro casa di carta a Brooklyn. Fino all’ennesima sconfitta.

“Tu sei un povero venditore che ha sgobbato tutta la sua vita per farsi buttare nella spazzatura! E io, papà, non sono nessuno!”. Un brutale atto di amore per scoprire che si sono sempre amati, nonostante tutto, nonostanto loro stessi. “Perché non prendi quei sogni bugiardi e li bruci, prima che succeda qualcosa?”. Ma, nella mente di Willy, ripagare quell’amore assoluto che tutti vedevano, tranne lui, significa compiere il sacrificio supremo, inutile nel mondo reale, perfetto nel suo, adesso che a stento è riuscito a pagare l’assicurazione. “Lo sapevo che, in un modo o nell’altro, ce l’avremmo fatta, Biff e io. Mi ha sempre voluto bene, Ben. Ha pianto per me! Quel ragazzo farà una carriera magnifica!”. Sì, riassumerla in una riga è impossibile. Perché Morte di un commesso viaggiatore è pura vita sul palcoscenico.

Citazioni di Arthur Miller tratte da: Death of a Salesman at Fifty: An Interview with Arthur Miller. Colby H. Kullman, Michigan Quarterly Review (XXXVII, 4, 1998); Arthur Miller. Charlie Rose, PBS, 1999; Arthur Miller: Present at the Birth of a Salesman. The New York Times, 29-1-1999.

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