IL MILIZIANO MORTO DI ROBERT CAPA, UN’ICONA DEL NOVECENTO

Stabilire i “loci argumentorum” -ovvero, dare risposta alla loro versione moderna, le famose “cinque w” anglosassoni: chi, che cosa, quando, dove, perché- diventa un’impresa ardua se c’è di mezzo una delle icone fotografiche del Novecento: la “Morte di un miliziano” di Robert Capa. O forse è più semplice di quanto possa sembrare?

Morte di un miliziano, Robert Capa. Espejo (Cordova, Spagna), 5 settembre 1936.

Gli unici dati incontestabili sono il quando (when) e, almeno in parte, il dove (where): la “Morte di un miliziano” fu scattata il 5 settembre del 1936 nella provincia andalusa di Cordova. La Guerra di Spagna era scoppiata il 18 luglio e in quel momento né repubblicani né nazionalisti potevano immaginare che il conflitto si sarebbe prolungato per tre anni, lasciando più di mezzo milione di morti -e altrettanti esiliati- e gettando il Paese nel baratro della dittatura franchista. La fotografia venne pubblicata il 23 settembre su Vu (“All’improvviso, una pallottola fischiò, fermò l’avanzata del miliziano e il sangue bagnò la terra natia”) e un anno dopo su Life, che ne fece il simbolo del conflitto spagnolo e della lotta contro il fascismo, nonché una denuncia universale della barbarie bellica e un’icona del fotogiornalismo di guerra.

Robert Capa: Endre o Gerta?

È a parlare del chi (who) -anzi, dei chi– che cominciano i problemi: quale Capa premé l’otturatore? Perché questo “fotografo americano giunto a Parigi per lavorare in Europa” non era che un personaggio inventato nella primavera del 1936 da Endre Friedmann e Gerta Pohorylle. Giovanissimi, ebrei, comunisti e rifugiatisi a Parigi, erano ricorsi a questo espediente per potenziare il loro lavoro e lo scoppio della guerra civile spagnola, che li trovò immersi nel successo crescente del marchio, diventò un appuntamento immancabile per unire passione professionale e impegno antifascista: disposti a seguire il conflitto nella linea di fuoco, ad agosto arrivarono a Barcellona e da lì, assieme a David Seymour, si spostarono sul fronte aragonese, poi scesero verso Madrid e arrivarono in Andalusia a fine mese.

Gerta Pohorylle ed Endre Friedmann nel Café du Dôme a Montparnasse, Parigi. Fred Stein, primavera 1936.

In quei momenti, la coppia viaggiava sempre insieme, era presente sugli stessi scenari e i loro reportage venivano pubblicati sotto il nome comune “Robert Capa”. Con l’arrivo del 1937, Gerta rivendicò il proprio posto nella professione come Gerda Taro, ma la sua prematura scomparsa nell’estate di quello stesso anno –prima donna fotogiornalista di guerra e la prima a morire nella linea di fuoco– provocò che molti dei suoi scatti finissero nel portfolio di Endre, che aveva adottato l’ormai mitico pseudonimo Capa. A fare luce sulla confusione dei primi mesi bellici fu il ritrovamento della “valigia messicana” nel 2007: 4.000 fotografie inedite appartenenti ai tre fotografi, scomparse dallo studio parigino di Friedmann dopo la sua partenza per gli Stati Uniti nel 1939. Il negativo della “Morte di un miliziano”, però, non c’era.

Questa assenza non sembrò un problema -la paternità dello scatto non aveva mai offerto dubbi: una Leica di 35 mm, prediletta dal fotografo ungherese-, ma Eijiro Yoshioka, conservatore del Museo Fuji di Tokyo, studiando le caratteristiche dei primi ingrandimenti, ha stabilito che la fotografia originale aveva un formato quadrato proprio della Reflex Korelle (60×60 mm), la macchina che usò Gerda in Spagna, come documentato da Irme Shaber. Dunque, mintiò Endre sulla paternità dell’immagine? Anche se sarebbe un titolo d’impatto, no, non c’è nessun motivo per mettere in dubbio la parola di Friedmann, specie quando è provato lo scambio di apparecchi tra i tre colleghi. Ma, a Cesare quel che è di Cesare, la nuova linea di ricerca sta dando alla Reflex il giusto posto che le spetta nella Storia.

Vento del sud

E perché dicevamo che il dove era risolto solo a metà? I fotografi si spostarono per tutta la provincia di Cordova e la versione tradizionale situava la scena a Cerro Muriano, 20 chilometri a nord della capitale, dove quel 5 settembre ci fu una battaglia, anzi, “un inferno”, stando alle parole del giornalista austriaco Franz Borkenau. Ma nel 2008 Raúl M. Riebenbauer e Hugo Doménech ritrovarono le ultime sei fotografie della serie nel documentario La sombra del iceberg, che si unirono alle prime cinque immagini pubblicate nel 1937 e ai 19 scatti inediti trovati da Richard Whelan, biografo di Capa. Con tutte le carte finalmente sul tavolo, il prezioso studio topografico di Fernando Penco Valenzuela ha spostato l’ubicazione della morte del miliziano a Espejo, villaggio a sud di Cordova, a 50 chilometri da Cerro Muriano.

Tra le trincee. Dalla serie: “Morte di un miliziano”, Robert Capa. Espejo (Cordova, Spagna), 5 settembre 1936.

Questo spostamento fece suonare l’allarme: non ci sono scontri documentati tra soldati repubblicani e truppe nazionaliste a Espejo prima del 22 settembre. La serie fotografica del miliziano morto è tutta una messinscena? Ancora una volta, evitiamo titoli magniloquenti e, soprattutto, falsi, poiché le diverse fonti disponibili, in particolare l’intervista che Capa rilasciò al New York World Telegram nel 1937 e quella fatta da Whelan a Hansel Mieth, fotografa di Life, sembrano spazzare via ogni sospetto sul che cosa (what). Quella mattina di fine estate -lo studio della luce situa l’azione verso le 9-, i fotografi accompagnavano un gruppo di anarchisti mentre praticavano salti tra le trincee. Era da qualche giorno che convivevano con loro per raccontare la guerra, per la prima volta, dal punto di vista di chi la combatte.

Espejo era ancora feudo governativo. “Eravamo tutti felici. Poi improvvisamente non si scherzava più”. Dal nulla cominciarono a piovere pallottole: una pattuglia nazionalista aveva aperto fuoco e i fotografi cercarono rifugio: “Ho messo la macchina fotografica sopra la mia testa e senza guardare ho premuto l’otturatore”. Uno degli scontri abituali nella retroguardia, che colpì -a morte, secondo le dichiarazioni di Friedmann- uno dei miliziani. Ecco il secondo chi: la vittima era l’anarchista Federico Borrell García, il “Taino”? Anche se a metà degli anni 90 un vecchio compagno d’armi -Mario Brotón Jordá, all’epoca 14enne- credé di riconoscerlo, le ultime ricerche hanno stabilito che il volontario morì in effetti quel giorno, ma nella battaglia di Cerro Muriano. Il miliziano di Capa rimane, almeno per il momento, anonimo.

Tra storia e mito

Se le tessere del rompicapo si mettono assieme meglio di quanto possa sembrare, da dove arriva l’interesse di un settore della critica per screditare uno scatto fondamentale per capire il Novecento? Dal 1975, quando Phillip Knightley lo intitolò “Scivolo di un miliziano”, le teorie quasi complottistiche si sono susseguite (da “alcuni fucili hanno le sicure inserite” -logico trattandosi di un’esercitazione in zona lealista- a “forse lo sparo non fu mortale”) e non è difficile capire lo sfogo di Whelan quando, poco prima di morire, chiedeva di mettere fine alla controversia: “È ora che Capa riposi finalmente in pace e che la “Morte di un miliziano” rimanga come un capolavoro del fotogiornalismo”. Probabilmente sia l’ultima “w” –why, perché fu scattata- a spiegare questa polveriera più ideologica che storica.

Parata di addio alle Brigate internazionali, Robert Capa. Montblanch (Barcellona, Spagna), 25 ottobre 1938.

La Guerra di Spagna, prova generale della Seconda Guera Mondiale (finì cinque mesi prima dell’invasione della Polonia), provocò un mutamento radicale nel mondo dell’informazione. Per la prima volta, i materiali grafici prodotti da migliaia di giornalisti ed inviati speciali non volevano soltanto offrire una testimonianza visuale dei fatti bellici, ma anche influire sulla coscienza degli spettatori. Armati di una Leica e una Reflex, sul campo di battaglia dello scontro ideologico fra l’Europa social-comunista e quella nazi-fascista, Taro e Capa definirono un nuovo e rivoluzionario concetto di fotogiornalismo, segnato dalla vicinanza fisica e morale al soggetto immortalato, e la “Morte di un miliziano” centrò in pieno l’obiettivo: la lotta contro i totalitarismi che stavano minacciando la democrazia doveva partire dalla Spagna.

I fotografi, capostipiti del fitto gruppo di intellettuali e artisti che fissarono nell’immaginario collettivo il mito della Spagna repubblicana, riuscirono a scuotere le coscienze del mondo e a scatenare un’ondata di solidarietà senza precedenti con il popolo iberico. Più di ottant’anni dopo, la valenza simbolica dell’immagine -censurata nel Paese durante la dittatura- si mantiene intatta, anzi, con forze rinnovate, ragione per cui in tanti cercano ancora di gettare fango sulla sua genesi, credendo così di delegittimare la lotta antifascista e sfiorando spesso il delirio nell’ignobile impresa di mettere in discussione il curriculum di uno dei migliori fotogiornalisti della Storia, il quale morì calpestando una mina in Indocina perché “se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino”.

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