LA MARCIA SU ROMA: I FANTASMI DEL FUTURO

Signor capitano, dia una lezione a quello sporco capitalista agrario lì!

Ottobre 1922. Uno squadrone di camicie nere si è radunato in una villa non lontana dalla Capitale, pronto “per il balzo finale”. Tra di loro, Umberto (Ugo Tognazzi) e Domenico (Vittorio Gassman), che vogliono offrire “a sua Eccellenza” l’automobile confiscata a un decrepito latifondista (“Ci siamo scontrati col nemico, ahó, cinque erano e li abbiamo messi tutti in fuga disordinata”). Il risultato ottenuto è, però, ben diverso da quanto sperato: chiamati a rapporto dal capitano Paolinelli (Roger Hanin), ricevono pochi complimenti e molte frustate, poiché il marchese, ridotto a rottame, come la sua macchina, dai due camerati, è un collaboratore fascista. Umberto tira fuori un foglio malridotto e cancella l’ennesimo punto -“Abolizione di tutti i titoli di casta e nobiliari”- di un programma di Piazza San Sepolcro che è carta bagnata prima di arrivare a Roma.

Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi ne La marcia su Roma. Dino Risi, 1962.

Il tempo dei mostri

Sono passati tre anni e mezzo dall’adunata milanese che vide la nascita dei “fasci italiani di combattimento”, momento che segna l’inizio de La marcia su Roma; è la primavera del 1919, “un’era di benessere, ordine e lavoro per tutti. Beh, proprio per tutti forse no”. No, veramente “proprio per tutti”, no: l’arruolamento dei due ex commilitoni nelle file dei neonati fasci non è che la mossa disperata di due figli d’Italia allo sbando, in cerca del riscatto morale e materiale negato dal proprio Paese.

Sì, la levo, la levo [la medaglia], ma quattro anni di guerra, di cui tre al fronte, me li son fatti e, se ero lavativo come dice lei, a quest’ora mica c’avevo i bucchi nei guanti e le scarpe in queste condizioni; a quest’ora stavo come tanti puzzoni che dico io, che ci hanno sacrificati e che adesso se ne fottono, mangiano, bevono, capriolette di qua, sigari di là, alla faccia di chi tutto ha dato alla patria.

Poco compromesso, molta fame, troppe amarezze condivise dai reduci lasciati in preda alla crisi del dopoguerra, che trovano sotto l’ombrello del fascismo la promessa di una rivoluzione proletaria e contadina in grado di attenuare il senso storico della loro sconfitta. “Lo so, lo so, lo so”, la risposta di Paolinelli ai lamenti di Domenico non si fa attendere, “ma adesso alcuni uomini, veri italiani, veri patrioti, si sono uniti in un movimento nazionale per dire ‘basta’ a questa vergogna!”.

In questo melting pot ideologico (memorabile la scena in cui i protagonisti si accusano a vicenda di essere “bolscevico”), è Cristoforo (Giampiero Albertini) -cognato del “baciapile” Umberto e, come socialista, bersaglio prediletto della prima violenza squadrista- a dare il via al loro pellegrinaggio, cacciandoli di casa. “Dai, cammina, con l’avvenire che c’hai con noi e ti fai umiliare da questo…”. Ma nel loro avvenire si fa subito sera: cercando di reagire ai deludenti risultati elettorali, scendono in piazza e, già nella prima tappa, come sostituti degli “spazzini sovversivi in sciopero”, vengono condannati a un anno e otto mesi di reclusione. Quasi due anni di isolamento, convinti che il partito fascista si sia “dissanguato”, quasi due anni ai margini di un mondo di chiaroscuri che sta generando i mostri più feroci.

Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman ne La marcia su Roma. Dino Risi, 1962.

La marcia su Italia

Quasi due anni. Fino alla fatidica adunata del 24 ottobre del 1922, prova generale della “Marcia su Roma” che spiana definitivamente la strada del potere a Benito Mussolini. “A Napoli ha detto: Non vogliamo piatti di lenticchie, o ci consegnano il governo, o ce lo andiamo a prendere con la forza”. Una forza brutale che punta già contro tutto lo spettro socio-politico (“O fascista o antifascista”) e include l’occupazione di centri di comunicazione e uffici pubblici, compreso il carcere: in quei giorni di caduta verticale della nostra Storia, alcuni “spiriti alla Dickens” svegliano Umberto e Domenico, squarciando davanti ai loro occhi il velo del fascismo. Il primo, quello del passato, è il magistrato che li aveva condannati (Howard Rubiens). Manganello (e olio di ricino) in mano, finiscono per essere loro le vittime di una purga di dignità.

Oggi trovereste maggiore indulgenza da parte di molti giudici, ma io non sono cambiato: io vi farei condannare oggi esattamente come vi fece condannare allora. Siete degli irresponsabili, ma non è tutta colpa vostra. Quando il fanatismo prende il posto della ragione, la strada è piena di inganni e l’inganno maggiore è proprio questo: che uno crede di amare la propria patria soltanto se questa patria è un Paese dove tutti la pensano allo stesso suo modo. Ed è così che finisce per amare una patria di schiavi e non si accorge di essere uno schiavo egli stesso.

Da allora scatta una graduale presa di coscienza, a suon di tradimenti di tutte le promesse del sansepolcrismo: alla non abolizione di tutti i titoli di casta si aggiungono la non libertà di stampa (“Se loro hanno libertà di stampa, noi abbiamo libertà di bruciare”), la non terra ai contadini (“Meglio pe’ te, almeno la pianti de zappa’ la terra”), le non libere elezioni (“Siccome di voti ne abbiamo preso troppo pochi, adesso la sovranità ce la beccamo a modo nostro”). E questo non è che la punta dell’iceberg. Una discesa negli inferi di un movimento che, se nei primi momenti sembrava poco più di una buffonata (basti ricordare la gloriosa scena del comizio vuoto: “Sor capitano, vado a risponne io?”), rivela , attraverso un ferroviere / spirito del presente brutalmente ucciso, il suo vero e unico volto: la morte.

Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi ne La marcia su Roma. Dino Risi, 1962.

Così come eravamo, così come saremo?

La marcia su Roma di Dino Risi uscì in sala nel 1962, posizionandosi genialmente nell’incrocio tra due vie da poco sgomberate: la prima, quella della svolta dettata da La grande guerra di Mario Monicelli, grazie alla quale la commedia era entrata a pieno titolo in terreni riservati alla cosiddetta “alta produzione”; la seconda, quella de Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, che fece cadere il tabù cinematografico sul fascismo, la guerra e la resistenza vigente dai primi anni 50.

Dalla paura di una “rivoluzione socialista”, che si estese a macchia d’olio nel ceto medio, alla passività criminale del potere di fronte alla violenza squadrista, Risi si unisce a questa riapertura dei conti con la Storia collettiva e lo fa affiancato da Ettore Scola e Ruggero Maccari, ripetendo lo schema che essi avevano adottato pochi mesi prima in un altro j’accuse brillante delle miserie del fascismo [Scopri di più: GLI ANNI RUGGENTI, MA NON TROPPO]. “Sono sempre venuto dietro alle tue balle, però adesso, con questo programma di fesserie, sai cosa ne faccio?”. Umberto e Domenico credono di essere scappati dell’incubo fascista, ma è ormai troppo tardi; mescolati tra la folla, guardano l’arrivo di Mussolini a Roma. E la cinepresa sale verso l’alto e inquadra Vittorio Emanuele III: “Mi sembrano gente seria. Proviamoli per qualche mese”.

Un attimo: e lo spirito del futuro? Umberto cerca di esorcizzarlo: “Quella gente così mica può stare al governo, le cose cambieranno, vedrai”. Per tutta risposta, Domenico gli indica di fare il “saluto romano”; forse in quel momento non ne è assolutamente consapevole, ma ha già capito (troppo) bene la natura di quelle camicie nere. “È per questo che a me il fascismo mi va bene!”, avevano detto una volta, “Sì, perché anche un fesso si sente forte”.

LA MARCIA SU ROMA. Un film di Dino Risi (Italia, Mario Cecchi Gori per la Fair Film, Orsay Films, 1962). Durata: 97′. Soggetto e sceneggiatura: Age e Scarpelli, Ettore Scola, Ruggero Maccari, Sandro Continenza, Ghigo De Chiara. Interpreti: Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Roger Hanin, Mario Brega, Giampiero Albertini, Howard Rubiens.

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