LA LUCE PRODIGIOSA: LORCA SECONDO MANFREDI

All’alba del 19 agosto del 1936 Federico García Lorca fu assassinato alle porte di Granada, lungo la strada tra Víznar e Alfacar, nei pressi di quella che gli antichi arabi chiamavano Aynadamar, “la fontana delle lacrime”.

La guerra civile era appena scoppiata e, come se qualcuno avesse voluto dipingere un tragico affresco spagnolo, venne fucilato dai nazionalisti assieme a due toreros anarchici, Joaquín Arcollas Cabezas e Francisco Galadí Melgar, e al maestro di scuola repubblicano Dióscoro Galindo González. Il sangue, la crudeltà, il dolore a vuoto, da una parte; la memoria, la speranza, la luce prodigiosa, dall’altra.

83 anni dopo, Lorca giace ancora in quella fossa comune e continua a essere oggetto di polemica tra la famiglia, poco interessata al ritrovamento dei resti, e i ricercatori che vogliono ricomporre il rompicapo della sua morte. Questa nebulosa ha alimentato molte teorie fantomatiche sulle ultime ore del poeta, ma che costituiscono un “what if…?” creativo irresistibile; su questa base, Fernando Marías accese La luz prodigiosa, fantasticando sulla possibilità che Federico fosse sopravvissuto alla fucilazione. Un romanzo, come spiega lo scrittore, nato tre volte: la prima, quel maledetto 19 agosto; la seconda, quando suo zio fu fucilato e gettato in una tomba senza nome; la terza, quando incrociò un vagabondo incredibilmente somigliante a suo padre. E se…? No, non si saprà mai, poiché Marías lo aspettò per giorni, ma il vecchio non tornò più.

Era una questione di tempo che questa storia fosse portata sul grande schermo e nel 2003 spettò a Miguel Hermoso il compito di fare un miracolo cinematografico. I miracoli cinematografici sono merce rara: come di poeti, “non ce ne sono tanti nel mondo” (Alberto Moravia lo sapeva bene), perciò il regista si circondò da giganti, davanti e dietro la cinepresa, e la raccontò sulle note di Ennio Morricone. Fiat lux.

Alfredo Landa e Nino Manfredi. La luz prodigiosa, Miguel Hermoso, 2003.

Per Alfredo Landa, Joaquín ne La luz prodigiosa era uno dei suoi migliori ruoli. Questo, detto dall’attore che aveva stregato la giuria di Cannes come Pepe el Bajo ne I santi innocenti, potrebbe sembrare eccessivo, ma don Alfredo non si sbagliava. Estate 1936: Joaquín, pastorello ingenuo e analfabeta, è testimone di una fucilazione sommaria nei pressi di Granada; di nascosto, si prende cura dell’unico sopravvissuto, che perde la parola e la memoria come conseguenza delle brutale ferite prodotte dalle pallottole. Quando Joaquín viene chiamato sotto le armi, la suora infermiera alla quale lo affida continua a chiamarlo con il soprannome coniato dal suo salvatore, Galápago, unica parola che l’uomo dai capelli neri ripete, probabilmente un ricordo d’infanzia, delle tartarughine che nuotavano negli aljibes (fontane) in Andalusia.

Dopo la fine della guerra, Joaquín si stabilisce al nord e le loro strade si dividono per quasi mezzo secolo, fino al 1983: un banale atto amministrativo lo riporta a Granada e le fondamenta del suo mondo iniziano a scivolargli sotto i piedi quando scopre che Galápago è vivo, un vagabondo sporco e perennemente affamato, che ripercorre come un fantasma le strade della città, ancora senza parola, ancora senza memoria. Di nuovo si prende cura di lui e il filo che li aveva legati si rivela più forte che mai. Perciò, quando il caso vuole che Galápago si trovi davanti a un piano, rivelandosi un musicista dalla sensibilità eccezionale, le ricerche di Joaquín sulla repressione nazionalista nei primi giorni della guerra civile mettono sul tavolo una carta sconvolgente: e se quell’uomo senza nome fosse Federico García Lorca?

Nino Manfredi. La luz prodigiosa, Miguel Hermoso, 2003.

Hermoso prende la tragedia assoluta del romanzo di Marías e si muove in equilibrio magistrale tra commedia e dramma, omaggio voluto ai maestri del cinema italiano; il regista fugge da qualsiasi patetismo e addolcisce i personaggi, abbandonando -per dirla alla Stendhal- gli eccessivi “ricordi di egotismo” del testo originale e moltiplicandone la carica emozionale, senza mai cadere nel sentimentalismo. La luz prodigiosa spalanca le porte della favola e ritaglia un pezzo di vita sull’intesa miracolosa che sorge tra Landa e Nino Manfredi. Perché Galápago fu una delle poche, ma gloriose, incursioni dell’attore ciociaro nel cinema spagnolo [Scopri di più: LA BALLATA DEL BOIA: NINO, NESSUNO E CENTOMILA], nonché il suo ultimo ruolo, e ciò che fece di esso è indescrivibile. Anzi, sì: è pura magia.

La carne di Nino diventa quella di Lorca, del poeta, dell’uomo che, all’inizio del conflitto e contro il parere di tutti, lasciò Madrid per rifugiarsi a Granada, in casa: solo lì si sentiva sicuro. E lì dove era nato trovò la morte. E lì dove morì trovò l’immortalità. Un destino spezzato da una pallottola che gli tolse ciò che era e ciò che sarebbe potuto essere (Clint Eastwood docet). I due amici si affacciano al balcone per vedere i tetti della città, le stesse finestre che rimasero chiuse il 19 agosto del 1936: “Qui hai vissuto 40 anni senza che nessuno lo sapesse”. E allora la bellezza immensa degli sguardi di Nino si fa luce: lo sparo del fucile, il sole irrazionale del sacro sud, il vuoto incolmabile di una memoria non corrisposta. Perché quella pallottola attraversò il corpo di Lorca, ma anche l’anima di un intero Paese, e non solo.

Nino Manfredi e Kiti Manver. La luz prodigiosa, Miguel Hermoso, 2003.

L’inferno della Guerra di Spagna, prova generale della Seconda guerra mondiale, è un passato presente che continua a bussare alle nostre porte e La luz prodigiosa ne fa un capolavoro di umanità, interrogandosi sull’identità e la colpa, su ciò che è rimasto di noi dopo tutto il sangue versato. E Nino / Federico è il mito che varca i confini della città, del Paese, e abbraccia il dolore di un mondo, il nostro, che, morto di paura, non fu nemmeno capace di salvare la vita a una delle sue sue creature più luminose. “Ci sono molte persone che hanno sentito il tuo nome, ma non conoscono la tua opera”, il sole tramonta, Joaquín è seduto sulla strada tra Víznar e Alfacar, mentre legge alcuni versi di Poeta en Nueva York e del Romancero gitano a Galápago, che apoggia la testa sulla sua spalla, “io tutto, proprio tutto, non lo capisco, ma piano piano…”. Et lux facta est.

LA LUZ PRODIGIOSA (LA FINE DI UN MISTERO). Un film di Miguel Hermoso (Spagna, Azalea Producciones, 2003). Durata: 103′. Soggetto: tratto dal romanzo La luz prodigiosa di Fernando Marías, Premio internacional de novela Ciudad de Barbastro, 1991. Sceneggiatura: Miguel Hermoso, Fernando Marías. Interpreti: Alfredo Landa, Nino Manfredi, Kiti Manver, José Luis Gómez. Riconoscimenti: Moscow International Film Festival (miglior film), Festival internacional de cine latino de Los Angeles (miglior regista).

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