LA PAROLA AI GIURATI: QUANTO VALE UNA VITA?

Che impressione le ha fatto il procuratore generale? L’ho trovato in gamba, come ha trattato i vari punti, uno per uno, di seguito! Mi ha molto colpito.

No, non è la frase più famosa de La parola ai giurati, e viene inoltre detta da un personaggio, il giurato n. 12, che potrebbe sembrare il meno importante tra gli uomini che devono decidere la sorte di un 18enne accusato di aver accoltellato suo padre: spesso in un angolo dell’inquadratura, senza colpi d’effetto, sembra uno spettatore non troppo consapevole della posta in gioco. Ma non è poco importante, al contrario. Innanzitutto, perché questi dodici “uomini irascibili” incarnano altrettanti pezzi di un attore-gruppo che funziona come un ingranaggio perfetto. E, in secondo luogo, perché ci dona la chiave di lettura del testo di Reginald Rose: esperto di marketing, è vittima dei trucchi del mestiere e le sue opinioni cambiano facilmente, in funzione dell’effetto che i diversi discorsi hanno su di lui. Il n. 12 è tutti noi.

La parola ai giurati. Sidney Lumet, 1957. United Artists, MGM.

Capolavori di principianti

Rose scrisse 12 angry men per il famoso contenitore Studio 1 dell’emittente CBS nel 1954; nei primi anni del dramma televisivo, lo sceneggiatore newyorkese propose un rivoluzionario dramma giudiziario “senza giudizio”, ispirandosi alla sua esperienza come membro di una giuria popolare. Il successo fu talmente clamoroso che un anno dopo arrivò il primo adattamento teatrale del testo e nel 1957, la trasposizione filmica. E così, con un produttore -Henry Fonda- che non aveva esperienza come produttore, con un regista -Sidney Lumet- che non aveva esperienza come regista (cinematografico), con un budget ridotto di 337.000 dollari e due settimane di riprese, venne fuori uno dei capitoli più straordinari del cinema. Un film perfetto che sfidò tutto e tutti.

Negli stessi mesi in cui venivano girate superproduzioni come Il ponte sul fiume Kwai e Orizzonti di gloria, Lumet, facendo saltare in aria l’idea hitchcockiana del “cinema puro”, mise dodici uomini attorno a un tavolo a parlare -90 minuti in tempo reale, appena 3 fuori dalla sala della giuria- e ottenne non solo una delle prestazioni attoriali più memorabili della settima arte, ma anche uno dei più profondi studi sulla natura umana mai messi su pellicola.

La parola ai giurati. Sidney Lumet, 1957. United Artists, MGM.

Una stanza piccola e chiusa a chiave, nella giornata più calda dell’anno e senza l’aria condizionata. Dodici sconosciuti (e un altro pericolosamente vicino alla sedia elettrica). Un verdetto unanime da raggiungere. Una discesa nei loro inferi fisici e morali che Lumet e il direttore di fotografia Boris Kaufman raccolgono in una magistrale “trama di lenti”: la cinepresa si fonde con l’attore-gruppo e si mette allo stesso livello delle sue emozioni. Prima, al di sopra dell’altezza degli occhi (l’obiettività), poi, abbassandosi all’altezza degli occhi, e posizionandosi infine al di sotto dell’altezza degli occhi. L’aumento della pressione e della claustrofobia si traduce in un passaggio progressivo ad obiettivi sempre più lunghi che fanno sì che la stanza si ripieghi su sé stessa, creando una raccolta di primi piani che hanno fatto la storia del cinema.

Io, loro

“E ora che si fa?”. Un biglietto per una partita di baseball brucia nella tasca del n. 7 (Jack Warden), dopo la -in teoria, decisiva- votazione preliminare. “Ora discutiamo”, risponde il n. 8 (Henry Fonda), l’uomo solo che ha spezzato l’unanimità della giuria. Ma di cosa discutiamo? Niente sembra a suo favore; logorato da tutti (“Crede davvero che sia innocente?”), risponde sempre: “Non lo so”. E, in effetti, non dice che il ragazzo sia innocente, bensì che non gli sembra così lampante la sua colpevolezza. Perché sa, questo sì, di essersi trovato di fronte a un caso perso in partenza: un ragazzo “selvaggio”, di origine straniera, nato nei bassifondi, “vivaio dei criminali, questa è una vecchia storia”, segnato dal riformatorio e dalla violenza paterna, con precedenti penali a volontà. Il tutto, gestito da un avvocato d’ufficio ormai assente.

La parola ai giurati. Sidney Lumet, 1957. United Artists, MGM.

Non so se ci credo o meno alla sua versione, può darsi di no. Vedendo che per undici era colpevole, ho creduto che non fosse facile mandare a morte un ragazzo senza discuterne un po’ prima (…). Dalle testimonianze, il ragazzo appare colpevole e forse lo è. Sono stato in aula per sei giorni ad ascoltare mentre si costruiva l’accusa. Tutti sembravano così sicuri che ho cominciato ad avere una strana impressione di questo processo, mi è sembrato tutto troppo sicuro.

No, quasi niente è così sicuro, così radicale nella vita, ed è questo che abbiamo di fronte ne La parola ai giurati: pura vita su carta e su pellicola. Il n. 8 è un uomo (stra)ordinario che semplicemente (si fa presto a dirlo) fa il suo compito con determinazione e integrità, ma non è un ingenuo idealista e riconosce senza alcuna difficoltà la fragilità della sua posizione (“Perché siamo qui? / Forse per niente”), il che, paradossalmente e proprio come nella vita, la rende ancora più forte. “Io credo davvero che sia colpevole”, torna all’arrembaggio il n. 7, “e non mi farebbe cambiare idea neanche parlandone per cent’anni”. “Non voglio farle cambiare idea”. E, difatti, i giurati cambieranno da soli di opinione. Che succede, dunque, tra il drammatico 1 contro 11 iniziale e l’unanime voto di assoluzione finale?

Il dubbio ragionevole

Succede (ancora) la vita. Perché nella perfetta architettura drammatica di Rose, ciò che il n. 8 ha davanti sono altri 11 uomini normali, convinti della colpevolezza dell’accusato. Perciò, riconoscendo la propria debolezza, spiana la strada al dubbio ragionevole -bloccata nelle teste degli altri giurati fino a quel momento- nella maniera più efficace. “Non è facile sostenere da solo il ridicolo di tutti”, dice il n. 9 (Joseph Sweeney), il primo a cambiare parere, “trovo che meritava un appoggio e gliel’ho dato. Rispetto i suoi scrupoli. Il ragazzo è probabilmente colpevole, ma voglio ascoltarne di più”. Comincia così un processo affascinante di creazione del consenso attraverso micro-reti di solidarietà che gradualmente, dolorosamente, porteranno gli uomini a spogliarsi delle loro paure, dei loro pregiudizi, delle loro difese.

La parola ai giurati. Sidney Lumet, 1957. United Artists, MGM.

“Voglio soltanto i fatti, senza risentimenti personali”, dice il n. 3 (tanto di cappello e di cranio per il gigante Lee J. Cobb), ma non è vero: cerca un capro espiatorio che sconti le colpe del mancato rapporto con il figlio. Ed è allora che ci rendiamo conto: tutto lo sappiamo attraverso i loro racconti, la colpevolezza ci sembra evidente perché così ce l’hanno presentata. Questa è la chiave: come i fatti siano sempre manipolabili perché filtrati, spesso inconsciamente, dalla nostra realtà.

È la messa in moto di una giostra emozionale -ecco l’importanza simbolica delle inconsistenze del nostro caro n. 12 (Robert Webber)- che travolge tutti i giurati (e con loro, anche noi), compreso il n. 8, con particolare forza in due momenti: il primo, durante la conversazione in bagno con il n. 6 (Edward Binns: “Supponga che fosse lei l’imputato. / Supponga di riuscire a convincerci tutti e che il ragazzo abbia davvero pugnalato suo padre”); il secondo, una delle scene più iconiche della storia del cinema, quando mostra un coltello a serramanico, uguale all’arma del crimine, comprato da un rigattiere nel quartiere del ragazzo, e viene gelato dall’implacabile n. 4 (E. G. Marshall): “Vuole convincerci che qualcun altro ha ucciso quell’uomo con un coltello esattamente uguale? / È possibile! / Ma non è probabile”.

Noi

E finisce che dodici uomini nudi, dei quali non sappiamo nemmeno i nomi, riescono, ragionando insieme, a rendersi conto persino delle debolezze delle due testimonianze cardini di tutta l’accusa e cominciano a svuotare il buco delle certezze assolute, del “monopolio della verità”, riempito dagli egoismi, dai traumi personali, dal pregiudizio universale –economico, sociale, razziale (“Se lei non crede a quel ragazzo, come mai crede alla donna? Neanche lei è dei quartieri alti…”).

La parola ai giurati. Sidney Lumet, 1957. United Artists, MGM.

È difficile mantenere i pregiudizi personali al di fuori di queste cose e quando questo accade il pregiudizio offusca sempre la verità. Io non so quale sia la verità e immagino che nessuno di noi lo saprà mai. Stiamo solo basandoci su delle probabilità, possiamo sbagliarci. Stiamo forse cercando di lasciar libero un colpevole, non so. Nessuno può saperlo. Ma c’è in noi un ragionevole dubbio e ciò è d’importanza capitale nel nostro sistema: nessuna giuria può condannare un uomo se non è più che certa.

E la dignità del n. 8 ci ricorda che l’immensità de La parola ai giurati risiede proprio nel non fare della sala della giuria una via di Damasco. Non giudica, non manipola, niente è facile, niente è banale; nata quando gli Stati Uniti si stavano ancora risvegliando dall’incubo del maccartismo, supera, come fanno solo i veri capolavori, ogni limite temporale e geografico [Scopri di più: MORTE (E VITA) DI UN COMMESSO VIAGGIATORE] e, più di 60 anni dopo, si rivela urgentemente necessaria.

Se per il n. 3 l’accusato “non merita un bel niente! Ha avuto regolare processo, sa quanto costa un processo simile?”, il n. 8 si pone, ci pone, un’altra domanda: quanto vale una vita umana? Quando i giurati escono dal palazzo di giustizia, Lumet li riprende con il quadrangolare più largo del film, alzando al massimo la macchina da presa rispetto al livello degli occhi. E si torna a respirare. Fisicamente e moralmente.

LA PAROLA AI GIURATI (12 ANGRY MEN). Un film di Sidney Lumet (United Artists, MGM,  1957). Durata: 93′. Produttori: Henry Fonda e Reginald Rose. Soggetto e sceneggiatura: Reginald Rose. Fotografia: Boris Kaufman. Interpreti: Henry Fonda, Lee J. Cobb, Ed Begley, E. G. Marshall, Jack Warden, Jack Klugman, Edward Binns, Joseph Sweeney, George Voskovec, Robert Webber, Martin Balsam, John Fiedler.

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