JACK LO SQUARTATORE, UNA STAGIONE ALL’INFERNO

Negli anni finali dell’Ottocento, Whitechapel era una bomba ad orologeria. 250.000 esseri umani si ammassavano nel quartiere più malfamato della capitale dell’Impero britannico, disposti a fare qualsiasi cosa pur di sopravvivere un altro giorno.

Prima pagina di un giornale londinese dopo l’assassinio di Annie Chapman, 9 settembre 1888.

Delinquenza, prostituzione e alcolismo conformavano un tessuto sociale troppo fragile, troppo degradato e troppo abituato agli atti violenti, che di rado occupavano più di un trafiletto sui giornali. Tutto cambiò quando una serie di brutali assassinii non solo mise a repentaglio (ancor di più) le sorti di Whitechapel, ma valicò anche i confini dell’East End londinese per insediarsi nell’immaginario collettivo contemporaneo, dove ancora nel terzo millennio regna incontrastato. Perché, oggi come allora, continuiamo a porci la stessa domanda: chi era Jack lo squartatore?

L’autunno del terrore

Lascia poco spazio all’immaginazione il nome con cui è passato alla storia il periodo di attività dello squartatore, tra i mesi di agosto e, almeno ufficialmente, novembre del 1888. Cinque aggressioni a notte fonda, cinque vittime, tutte prostitute, sgozzate e mutilate: Mary Ann Nichols (31 agosto), Annie Chapman (8 settembre), Elizabeth Stride e Catherine Eddowes (31 settembre), Mary Jane Kelly (9 novembre). Dopo la scoperta dei primi due cadaveri, nel giro di una settimana e con lo stesso modus operandi, l’idea di un assassino seriale prese piede e il panico si impadronì del quartiere. Agenti di Scotland Yard, della Metropolitan Police e della City realizzarono inchieste porta a porta e si infiltrarono tra gli abitanti di Whitechapel; assieme a loro, i comitati cittadini di sorveglianza pattugliavano la ragnatela di strade e vicoli giorno e notte. Senza risultati.

La stampa fece leva sul crescente malcontento della popolazione con una copertura senza precedenti del mistero, che si rifletté anche in altre pubblicazioni che cavalcavano l’onda di quel misto di fascinazione e orrore che il crimine provocava nella società vittoriana [Scopri di più: PENNY DREADFUL, ORRORI (E RIVOLUZIONI LETTERARIE) PER POCHI SPICCIOLI]. Difatti, dietro la famosa serie di lettere scritte da “Jack” -il presunto nome appariva in calce alla prima missiva-, si celavano avidi cronisti intenti ad aumentare la tiratura dei loro giornali, alimentando fantomatiche teorie sull’identità dell’assassino e ironizzando sull’incapacità della polizia di trovarlo. Fu la goccia che fece traboccare il vaso della conflittualità sociale a Whitechapel.

I locali trovarono negli immigrati e negli ebrei il bersaglio su cui riversare tutte le proprie insoddisfazioni, paure e rancori. Ma la verità era una sola: i pochi testimoni erano contraddittori e non vi erano tracce dello squartatore, che sembrava, letteralmente, un fantasma, svanito nel nulla dopo aver riempito il quartiere di cadaveri. Il dottor Thomas Bond fece la prima profilazione di Jack, oggi confermata da professionisti della caratura dello psicologo criminale Thomas Müller: un soggetto psicopatico che otteneva piacere sessuale attraverso la realizzazione di atti non sessuali, in un crescendo di collera che lo costringeva a raggiungere livelli sempre più alti di brutalità; non sorprende che la stanza dell’ultima vittima, alla cui autopsia assisté Bond, venisse descritta come “una macelleria”.

Indovina chi

Copertina dell’Illustrated London News, 13 ottobre 1888.

Ma chi era lo squartatore? Barbieri, macellai, medici e chirurghi finirono nel mirino della polizia (e del popolo) perché, oltre alla sgozzatura e le mutilazioni, due delle vittime avevano anche subito l’asportazione di alcuni organi interni. Era stato Jack a farlo? Le recenti investigazioni del commissario Trevor Marriott sembrano confermare i sospetti già accennati da Bond. Dall’analisi della scena del crimine nel caso Chapman, si evince che Jack avrebbe avuto appena 9 minuti a disposizione per rimuovere l’utero e il rene sinistro della donna. Il tutto, nel buio quasi assoluto.

No, probabilmente nemmeno il chirurgo più esperto avrebbe potuto realizzare l’intervento con tanta precisione in quelle condizioni. L’ipotesi di Marriott, un’asportazione a posteriori, è, dunque, molto plausibile, specie nel seno di una società abituata a proteggere le tombe con “casse salvamorto” per evitare il furto dei cadaveri. Ma, chirurgo o meno, la rosa dei candidati è sempre stata tutt’altro che ristretta. Negli ultimi 130 anni, la polizia, la stampa, gli storici e gli pseudo-storici hanno tirato in ballo più di un centinaio di nomi. Tra i più gettonati, Aaron Kosminski, barbiere polacco con problemi mentali, Montague John Druitt, medico affetto da disturbi sessuali, morto affogato nel Tamigi un mese dopo l’ultimo assassinio, e Severin Klosowski, immigrato polacco, impiccato dopo aver avvelenato le sue tre mogli.

Anche Walter Richard Sickert, pittore impotente, ossessionato dalle prostitute, H. H. Holmes, famoso assassino seriale statunitense, e il ricco commerciante James Maybrick, presunto autore di un diario apparso a Liverpool nel 1992, poi rivelatosi falso, nel quale confessava di aver commesso i fatti dopo i tradimenti di sua moglie, “per mostrare a tutti ciò che l’amore può fare a un gentleman. Cordialmente, Jack lo squartatore”. Ma i favoriti degli amanti delle cospirazioni sono sempre stati due, strettamente relazionati con la regina Vittoria: il duca di Clarence, suo nipote, spesso coinvolto in scandali di prostituzione maschile e morto di sifilide in un istituto mentale, e sir William Gull, il suo medico personale. Niente male per un “fantasma”.

La lunga ombra dello squartatore

Illustrazione di John Tenniel per la rivista Punch, or the London Charivai, 29 settembre 1888.

Per molto tempo, il suo spirito aleggiò su Whitechapel e, tra l’inverno del 1888 e la primavera del 1891, quando un’altra serie di crimini scosse le fondamenta del quartiere, la presenza assente dello squartatore sembrò più tangibile che mai. Questi nuovi attacchi, però, non avevano molto a che vedere con quelli subiti dalle cinque vittime cosiddette “canoniche”, ma bensì con le attività quotidiane delle gangs dei bassifondi londinesi. Che fine aveva fatto Jack? Tutto era possibile, tranne una cessazione volontaria dell’attività criminale.

Riformuliamo, dunque, la domanda: quello del 9 novembre del 1888 fu il suo ultimo atto? Probabilmente, no, ed è Marriott a offrirci un nome ed un cognome: Carl Feigenbaum, marinaio tedesco, che il 23 aprile del 1891 e il 31 agosto del 1894 uccise Carrie Brown e Julianne Hoffman nel Lower East Side di New York, seguendo lo stesso modus operandi di quattro delle cinque aggressioni a Whitechapel; l’eccezione è Elizabeth Stride, trovata con un solo taglio alla gola, nelle prime ore della notte e nei pressi di un pub molto frequentato, il che fa pensare a Marriott che non sia stata una vittima dello squartatore.

Inoltre, il detective britannico individuò sui cadaveri delle due prostitute della Grande mela alcune piccole croci, uguali a quelle con cui l’assassino aveva sfregiato il volto di Eddowes. A queste scoperte fece seguito uno straordinario studio del processo giudiziario di Feigenbaum e del suo lavoro per la compagnia armatrice tedesca Norddeutscher Lloyd, tra i porti di Bremerhaven, Londra e New York. E, anche se manca ancora il tassello definitivo del rompicapo dello squartatore -il documento che proverebbe in maniera irrefutabile la presenza della nave di Feigenbaum a Londra durante l’autunno del terrore, casualmente l’unico a non essere presente negli archivi-, la ricerca di Marriott è, senza dubbio, la più solida e storicamente accurata di tutte.

Ed è, soprattutto, molto lontana da alcune inconsistenti prove di ADN alla caccia disperata di un titolo su un giornale. Fu il proprio avvocato di Feigenbaum a far sparire quel documento chiave durante il processo, per evitare che venisse a galla il sanguinoso passato del suo cliente, finalmente morto sulla sedia elettrica del carcere di Sing Sing, il 27 aprile del 1896? Forse. Una sola cosa è chiara: 130 anni dopo, Jack continua a scappare dalle grinfie degli investigatori, mentre il suo enigma continua a esercitare un influsso sul nostro immaginario culturale che sembra non avere fine, probabilmente perché, come assicurava Emil Cioran, il male, al contrario del bene, “ha il duplice privilegio di essere affascinante e contagioso”.

Imprescindibili: One Autumn in Whitechapel, di Mick Priestley; Jack the Ripper, the Real Truth e i documentari Finding Jack the Ripper e Jack the Ripper, the German Suspect (National Geographic), di Trevor Marriott.

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