ILDEGARDA DI BINGEN, UNO SPARTITO PER LA FELICITÀ

Femminismo, nutrizione, ecologia, medicina olistica. Argomenti molto moderni? Altrochè: quasi mille anni fa ne parlò a lungo Ildegarda di Bingen, una straordinaria (e minuta) badessa tedesca che trasgredì tutti i tabù socio-politici e religiosi della società medievale per lasciare in eredità una delle opere intellettuali più belle e originali della Storia.

Ildegarda con il suo confessore, Richardis, e la sua segretaria, Volmar. Liber Divinorum Operum, ms. 1942, fol. 1v. Biblioteca statale di Lucca, Italia.

Nell’estate del 1098, mentre crociati e musulmani si contendevano Gerusalemme, in un paesino della Renania a più di 4mila chilometri dalla Città Santa nacque Ildegarda von Bermersheim, uno dei personaggi femminili più affascinanti del Medioevo: scrittrice, drammaturga, poetessa, teologa, botanica, teorico della medicina, consigliera politica e prima compositrice conosciuta della storia cristiana. Eppure gli inizi non furono facili. Ultima di dieci figli di una famiglia nobile, venne presto votata dai suoi genitori alla vita religiosa, come da tradizione e anche a causa della sua fragile salute: la piccola Ildegarda parlava di “visioni” che le provocavano un grande malessere. Madonne o santi? Niente affatto, “luci”, identificate dal neurologo Oliver Sacks, grazie alle descrizioni lasciate dalla badessa, come forte emicranie.

Ma, in un tempo in cui il Male si celava dietro l’angolo, la paura che venisse considerata “indiavolata” non fece che confermare la sua reclusione tra le mura dell’abbazia benedettina di Disinbodenberg. In quel mondo alieno per una bambina, ebbe la fortuna di venire affidata ad un’altra donna fuori del comune, Jutta di Sponheim, che le insegnò a leggere e scrivere in tedesco e latino e la spinse allo studio della Bibbia e del canto gregoriano. La giovane contessa, impressionata dal talento sconfinato di sua figlia adottiva, convinse l’abate ad aprirle la porta della biblioteca, una risorsa preziosa nelle mani di Ildegarda, che si buttò a capofitto nelle stesse fonti dei centri di sapere più illustri, tra cui Chartres e Parigi, e che spaziavano dagli scritti dei Padri ai migliori testi dell’enciclopedismo medievale.

Bingen, una finestra sul mondo

Ildegarda prese i voti nel 1115 e si consacrò ad una vita di studio, lavoro e preghiera. Ma il destino aveva in serbo per lei una svolta epocale (e non è un modo di dire): dopo la morte di Jutta, a 38 anni divenne magistra e, sbalordita dal numero crescente di aspiranti che bussavano al suo monastero, iniziò un lungo contenzioso con le autorità ecclesiastiche per separarsi dal complesso maschile, trasferendo la comunità femminile nell’abbazia di Rupertsberg a Bingen, dall’altra sponda del Reno, che fondò attorno al 1150. Nomen omen, Ildegarda -“colei che è audace in battaglia”- capì che ne aveva una troppo importante da combattere e si spogliò di tutte le paure e pregiudizi di quel mondo al maschile per scuotere le coscienze del suo tempo, denunciando i soprusi dei poteri temporale e spirituale.

Perché, anche se la sua fu una vita sotto il segno del motto benedettino ora et labora, ebbe il coraggio di discostarsi da un altro cardine della Regola, la stabilitas loci, ribaltando il tradizionale concetto monastico claustrale e prediligendo uno stile di predicazione aperta verso il mondo. La fama della sua erudizione e della sua levatura morale si diffuse presto in tutto il continente e nel 1147 ottenne l’approvazione di Eugenio III per predicare in pubblico. Oratrice brillante, la badessa di Bingen realizzò quattro viaggi pastorali in Europa che le valsero i titoli di “profetessa teutonica” e “Sibilla del Reno”, poiché svolse il suo lavoro come consigliera di vescovi, nobili e principi senza sconti, mettendo persino a repentaglio il forte legame con il suo protettore, Federico Barbarossa, quando l’imperatore nominò un antipapa.

L’obbligo della bellezza

Un secondo tempo della sua vita semplicemente strabiliante e segnato dall’amicizia con Bernardo di Chiaravalle, decisivo nel convincerla a pubblicare il suo lavoro teologico, mistico e filosofico. Un’opera intellettuale con due parole d’ordine -bellezza e natura- fuse in una sola regola di vita: godere ciò che il Creato ci offre perché l’energia della natura è il soffio divino. Leonardo Da Vinci ante litteram, Ildegarda disegnò il suo “uomo vitruviano” inteso come una scintilla di Dio all’interno del mondo, un equilibrio perfetto che si rompe quando si nega la meraviglia dell’anima mundi e si spiana la strada alla “tristezza mondana”. Ma niente paura: l’armonia del mondo-macrocosmo, materia vivente al pari dell’uomo-microcosmo, si può restaurare ed è la propria natura a regalarci la chiave della felicità e del benessere.

“L’uomo vitruviano” di Ildegarda di Bingen. Liber Divinorum Operum, ms. 1942, c. 9r. Biblioteca statale di Lucca, Italia.

È la viriditas, contenuta nel colore della vita, il verde; non a caso, Ildegarda raffigurava la depressione come una donna avvolta da rami secchi, incapace di camminare nella verdezza. Alla “tristezza mondana” si oppone, così, la “gioia celeste”, che descrive nel Liber vitae meritorum -secondo volume della sua trilogia mistico-teologica, assieme a Scivias e al Liber divinorum operum-, affermando un nuovo linguaggio (“Osservati: tu hai in te il cielo e la terra”) che si allontana dalle tendenze ascetiche altomedievali e dalle paure di un mondo ostigato dall’eresia catara . Una terapia vitale i cui benefici aveva sperimentato in prima persona: i salutari ritmi monastici giovarono quasi prodigiosamente alla sua salute, varcando la soglia degli 80 anni, un’età più che ragguardevole per l’epoca, con una vitalità invidiabile.

Nei trattati enciclopedici Physica e Causae et curae raccoglie tutto il sapere medico e botanico del suo tempo, collegando il potere delle piante all’armonia del proprio corpo e gettando le fondamenta dell’omeopatia e l’ecologia: negare la natura è negare la bellezza e negare la bellezza è negare Dio, la vita stessa. Perciò le monache di Bingen si vestivano di verde e ornavano il monastero con fiori di ogni tipo. Ildegarda parlò di un Dio al femminile, studiò il ciclo, spogliandolo di qualsiasi vergogna, e rappresentò il pianeta come un utero, archetipi della divinità che esplorò anche nella sua poesia -quasi un centinaio di poemi- e nella sua musica, 70 opere raccolte nella Symphonia harmoniae celestium revelationum rivoluzione, che diede il via alla diffusione della creazione musicale nei monasteri femminili.

“Ed è così che l’amore della donna assomiglia al caldo tepore che viene dal sole e fa crescere tutti i frutti della terra”, scriveva mille anni fa Ildegarda di Bingen, che fu, inoltre, autrice di una delle prime lingue artificiali, la “lingua ignota”, che utilizzava per gli scritti mistici e si componeva di 23 lettere. La sua vita eccezionale attesta la vivacità culturale dei monasteri femminili dell’epoca (sfatando molti pregiudizi sul Medioevo ancora presenti) e non solo. “È vero che una volta avete detto che la bellezza salverà il mondo?”, rifletteva il principe Miskin ne L’idiota di Fëdor Dostoevskij. All’alba del secondo millennio, questa piccola monaca tedesca che sfidò tutti i tabù di genere possibili per dare alla luce una delle opere intellettuali più originali e belle della Storia, ci diede la risposta: sì.

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2 Risposte

  1. Una persona decisamente fuori dagli schemi – è difficile immaginare come abbia trovato la forza e la determinazione per sfidare così tante norme più o meno esplicite del tempo.

    • InVerso ha detto:

      Esatto, una donna semplicemente straordinaria, uno di quei nomi che spesso si perdono nelle pieghe della Storia. Grazie mille del commento!

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