GUSTAV MEYRINK: KAFKA SENZA KAFKA

Immaginatevi la scena: 1892, una stanza al buio nel cuore di Praga, un 24enne si punta una rivoltella carica alla tempia. All’improvviso, uno sconosciuto fa scivolare sotto la porta L’aldilà e il suicidio viene rimandato sine die: il giovane posa l’arma sul tavolo, sfoglia l’opuscolo e un nuovo mondo si spalanca davanti ai suoi occhi. Che i librai siano spesso degli eroi, lo sappiamo, ma l’aldilà salvò veramente l’aldiquà di Gustav Meyrink?

Il desiderio dello scrittore austriaco di mitizzare la propria esistenza era sconfinato e la percentuale di verità nella storia della sua trasformazione da uomo d’affari a uomo di lettere non la sapremo mai. Ciò che è innegabile è che questa decisione ci regalò alcune delle opere più stimolanti e complesse del primo Novecento: una su tutte, Il Golem, straordinario pezzo di letteratura espressionista che ha influenzato in maniera profonda l’immaginario culturale contemporaneo.

E non ci stupisce affatto.

L’aldilà è qualcosa di serio

Gustav Meyrink, c. 1927.

Figlio illegittimo di un barone e un’attrice, Gustav Meyer -fino al 1917 non adottò legalmente il cognome materno, Meyrink, come pseudonimo- crebbe tra la natia Vienna, Amburgo, Monaco e Praga, dove appena ventenne sfondò nelle finanze, una vita dissoluta tra canottaggio, donne e scacchi. Ma ci voleva molto di più per riempire “la mia ansia ardente di sapere”, come spiega nel racconto autobiografico Il pilota, e l’esaurimento nervoso del 1892 quasi spezzò la sua esistenza terrena.

Fu allora che arrivò il giro di ruota del destino: la scoperta dell’occultismo diede il via a un prodigioso secondo tempo nella vita di Meyrink, segnato dallo studio della Cabala, l’alchimia e il misticismo dell’Est, con tanto di conversione al buddismo. Diventò un frequentatore degli ambienti esoterici di Praga, smascherando i ciarlatani che praticavano finte sedute spiritiche e, con l’avvento del nuovo secolo, lasciò definitivamente gli affari economici e si consacrò alla letteratura.

E diciamo “si consacrò” quasi letteralmente. Debiti e accuse di frode (voci di corridoio dicevano che avesse guidato la sua banca seguendo i consigli degli spiriti) lo perseguitarono per anni e lo costrinsero -oltre a passare due mesi dietro le sbarre e a fare numerosi traslochi- a svolgere un’attività intensa e brillante in tre campi: la traduzione -da Charles Dickens a Rudyard Kipling, passando per il Libro dei morti degli antichi egizi-, l’edizione di libri specializzati in scienze occulte e la scrittura, dall’arte del racconto -satirico ed esoterico, raccolte che suscitarono l’entusiasmo dei lettori- alle storie (molto) lunghe, con cinque romanzi che lo legarono nel castone della migliore tradizione fantastica tedesca ed europea.

Praga, il battito segreto

Orrore, filosofia, psicologia, religione, misticismo; a cavallo tra il modernismo e il realismo magico, la sua opera conforma un labirinto di idee unite da un filo rosso: l’impressione indelebile che Praga lasciò nel giovane Meyrink, condizionando tutta la sua vita. Coetaneo di Franz Kafka, entrambi subirono la stessa influenza della città magica ed esoterica fin de siècle e trovarono nei vicoli nebbiosi e ammalianti sul Moldava la culla privilegiata per le loro storie di oppressione, oscurità e trasformazione. “Praga mi appare nei sogni talmente nitida da sembrare irreale, fantasmagorica”, racconta ne La città dal battito segreto, “e le persone che conosco là diventano gli abitanti di un regno che non conosce la morte”.

Tra il 1916 e il 1927 pubblicò Il volto verde, La notte di Valpurga, Il domenicano bianco e L’angelo della finestra occidentale. Ma, a concentrare in maniera magistrale il suo universo letterario, fu proprio il romanzo d’esordio, Il Golem, ispirato a una delle leggende più affascinanti dell’immaginario europeo, che ci dona, nelle parole di Robert Irwin, “un castello che non è il castello di Kafka, un processo che non è il processo di Kafka e una Praga che non è la Praga di Kafka”.

In principio erat verbum

Il golem e il rabbino Jehuda Löw. Mikoláš Aleš, 1899.

La parola gelem, גלמי, è già presente nei Salmi per definire “la massa informe” dell’uomo “davanti agli occhi di Dio” (139, 16) e il Talmud identifica questa materia grezza con Adamo prima che gli venisse infusa l’anima. Un topos, la creazione dell’uomo dall’argilla, comune alle religioni del Libro e presente anche in tradizioni mistiche e culturali di tutto il mondo, dalle mitologie greca o sumera a quelle egiziana o indiana.

Secondo il folclore ebraico, con la parola come principio creativo dell’universo, chi venisse a conoscenza della Cabala sarebbe in grado di creare un golem di argilla, portandolo alla vita attraverso una combinazione delle lettere dell’alfabeto, scritte nella fronte del gigante o su un pezzo di carta, poi piazzato dietro i denti. Questa creatura antropomorfa, obbediente, ma priva di anima e di intelletto, poteva essere usata come aiutante domestico e come difensore della comunità.

Il golem diventò una presenza ricorrente nella letteratura medievale e la leggenda di Jehuda Löw ben Bezalel fece di lui un personaggio di primo ordine nella creazione artistica moderna e contemporanea: nel XVI secolo si susseguivano le sollevazioni contro gli ebrei di Praga e il rabbino Löw, dopo un sogno mistico, ne creò uno, ma quando si scordò di affidargli un compito, il golem, fuori controllo, mise a repentaglio la sicurezza del quartiere; Löw ripeté l’operazione all’incontrario -אמת, emet, verità, si trasformò in מת, met, morte- e, inerte, venne nascosto nella soffitta della sinagoga Staronová, dove continua a dormire. E ad aspettare.

Cose (meravigliosamente) strane e dove trovarle

L’apparizione del Golem. Illustrazione di Hugo Steiner, 1915.

Nelle mani di Meyrink, il golem abita in una stanza senza porte né finestre in un luogo indeterminato del ghetto di Praga e torna alla vita ogni 33 anni. Nel tempo della narrazione, dopo un fortuito scambio di capelli, la creatura diventa il doppelgänger (sempre caro alla tradizione tedesca) di Athanasius Pernath, un orafo “catapultato” in un incubo burocratico quando viene scambiato per il golem e accusato di omicidio.

Il Golem vide la luce tra il dicembre del 1913 e l’agosto del 1914 su Die Weissen Blätter, fra le più importanti riviste letterarie espressioniste. Questa pubblicazione a puntate, una sorta di erede dei Penny Dreadful, spiega il cambiamento di stile narrativo dell’opera, dai primi capitoli, suggestivamente onirici, a quelli che conformano un eccezionale “sub-romanzo” di avventure [Scopri di più: PENNY DREADFUL, ORRORI E RIVOLUZIONI LETTERARIE PER POCHI SPICCIOLI]

Il successo fu clamoroso e, raccolto in un volume unico nel 1915, vendé più di 200.000 copie solo nel primo anno. I meriti strettamente letterari sono incontestabili: è uno dei più appassionanti e profondi romanzi di fantascienza mai pubblicati. Se non ci credete, date retta a H. P. Lovecraft, che nella Teoria dell’orrore lo definì “la cosa più magnificamente strana che ho incontrato in secoli”. Sic. Ma non finisce qui.

L’Europa sull’orlo del baratro

Il Golem abbracciò lo spirito della “sua” epoca e quello della generazione postbellica, dando voce alle paure di una modernità che, come il gigante d’argilla, era fuori controllo. L’antibellicismo di Meyrink ebbe come risultato numerosi screzi con i nazionalisti tedeschi e la posteriore censura nazista, ma, anche se non vide l’inizio della Seconda guerra mondiale, visse abbastanza a lungo, fino al 1932, da poter capire la mancanza di fondo dell’abisso al quale si stava affacciando l’Europa.

I mesi di pubblicazione del romanzo furono pregni delle macchinazioni che spalancarono le porte della Grande guerra e, quando l’ultimo capitolo venne dato alle stampe, il conflitto era appena scoppiato. Così come il protagonista esce dal carcere e viene cacciato in un ghetto che trova irriconoscibile, anche i cittadini europei vedevano crollare le fondamenta di un mondo apparentemente indistruttibile. Il senso di dislocazione che colpisce il protagonista (e il lettore) è assoluto: il golem (o Pernath?), come il Cesare del dottor Caligari, è uno schiavo di quei poteri brutali e sconosciuti che controllano e annichilano l’uomo comune [Scopri di più: CALIGARI, IL TIRANNO (IN)VISIBILE].

La creatura di Meyrink simbolizza il lato oscuro dell’orafo e la coscienza collettiva della comunità ebraica, che (pre)annuncia estraniazione, isolamento, dolore, distruzione. Così, sogno e realtà, il visibile e l’invisibile, si collidono nella nostra mente e svegliano l’idea del tiranno onnipresente che, da lì a poco, avrebbe trovato nell’espressionismo cinematografico la sua più compiuta espressione. E, non per caso, questa stagione straordinaria ebbe inzio con la trilogia che, tra il 1915 e il 1919, il regista Paul Wegener dedicò alla figura del nostro golem di Praga. Il tutto, mentre la vecchia Europa si dissanguava nelle trincee e spianava inconsapevolmente la strada all’inferno del nazismo.

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