GRIFFITH, POE E IL PRIMO BIOPIC

Facciamo i conti con il potentissimo professor Guidobaldo Maria Riccardelli che è in noi: sì, sappiamo chi è David W. Griffith e ci piace, tra altre ragioni, perché nel 1909 girò Edgar Allan Poe, il primo biopic della storia del cinema.

Anzi, girò Edgar Allen Poe, un refuso ormai iconico, dovuto probabilmente alla fretta della casa di produzione, la Biograph Company di William Dickson, per partecipare ai festeggiamenti per il centenario della nascita del ⇒ poeta maledetto, il 19 gennaio. Spoiler 111 anni dopo: non ci riuscirono e il cortometraggio uscì in sala l’8 febbraio. Questo illustre invitato al connubio infinito tra carta e pellicola abbraccia due delle ossessioni che hanno accompagnato l’homo sapiens dall’inizio del suo viaggio: la fascinazione per il processo creativo e la fascinazione per la vita del creatore.

Perché il baffuto di Boston aveva, eccome, tutti i requisiti per diventare il protagonista della prima storia cinematografica “basata su fatti realmente accaduti nella sua vita” –ecco il sottotitolo, orfani del gettonato biopic. Griffith ripercorre in tre atti la lotta con gli editori di un Poe al limite dell’indigenza per dare alle stampe Il corvo, mentre sua moglie lotta contro un male ancora più crudele: la tubercolosi. Il regista ricrea quanto accaduto in quei giorni di gennaio del 1845, compresa la malridotta coperta della giovane e alla quale faceva riferimento il poeta nelle sue lettere, ma permettendosi qualche licenza artistica.

E non ci stupisce affatto che l’uomo che tradusse il linguaggio narrativo in linguaggio cinematografico facesse coincidere la pubblicazione con la morte di Virginia, avvenuta due anni dopo. Un espediente prezioso che gli consentì di rincarare la dose di drammaticità (probabilmente ribadita anche dagli intertitoli originali, oggi persi) e di mettere su pellicola lo spirito del poema, grazie al corvo “sul busto di Pallade, in alto, sulla mia porta”, testimone  (e profeta) della disperazione dell’uomo, consapevole che la sua amata non ritornerà “mai più”. ⇒ Leggi la storia completa: IL CORVO, ANATOMIA DI UN BRIVIDO.

Edgar Allan Poe. David W. Griffith, 1909.

L’ossessione di Griffith con Poe non si fermò al primo film. Nello stesso anno, ancora sotto contratto con la Biograph, prese spunto da un altro gioiello -in quest’occasione, un racconto, Il barile di Amontillado, nonché dalle Scene della vita privata de La commedia umana di Honoré de Balzac- e girò The Sealed Room, “la stanza sigillata”: 11 minuti di dramma allo stato puro per raccontare la passione tra la concubina di un re e un trovatore, che finiscono per essere murati vivi dal monarca nel loro nido d’amore. Nessun finale felice? Sì, uno, che arriva come un rigore al 90esimo, nella chiusura di questa trilogia targata Poe.

Si tratta di The Avenging Conscience (La coscienza vendicatrice o Ragnatela, 1914), di 86 minuti di durata. Poche sorprese: Griffith aveva appena lasciato la Biograph -che non gli consentiva di girare opere che superassero i due rulli di pellicola- e sbarcato nella Mutual. Così, mescola di nuovo gli aspetti biografici (il protagonista è uno scrittore orfano, tormentato dai rimorsi dopo aver ucciso suo zio) con le trame letterarie, in una sceneggiatura-intreccio di quattro racconti e un poema: Il cuore rivelatore, Il gatto nero, Il pozzo e il pendolo, Tre domeniche in una settimana e Annabel Lee.

Ragnatela o La coscienza vendicatrice. David W. Griffith, 1914.

Rispetto alle prime due opere, caratterizzate da una macchina da presa ferma e dal sapore decisamente tableau vivant, questo film costituisce, dunque, un grande passo in avanti, non soltanto dal punto di vista argomentale, ma anche tecnico e artistico. Se il Poe del 1909 puntava sulla somiglianza fisica (non siate troppo severi: fu uno dei primi ruoli di Herbert Yost), quello del 1914 ci regala, invece, una stupenda interpretazione: Henry B. Walthall, anche lui collaboratore abituale del regista, riprese il personaggio in The Raven (Charles Brabin, 1915) e veniva presentato dalla stampa come “l’alter ego di Poe”.

Inoltre, attraverso un uso sempre più innovativo della luce e del montaggio, Griffith riesce a trasporre sul grande schermo il crescendo di orrore dell’universo dello scrittore in maniera brillante -basti ricordare che la censura italiana soppresse la scena in cui la Morte trascina con sé il protagonista-, preannuncio di una nuova e rivoluzionaria espressività artistica che troverà compiuta espressione in The Birth of a Nation (1915) e Intolerance (1916). Perché, in fin dei conti, “Deviduorkgrfft” è “il padre del cinema americano” e “io lo adoro, è come se fosse mio padre, sa, dottore?” (cit.).

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