GIUSEPPE FAVA, PASSIONE CIVILE

“Lo hanno ucciso perché era intollerabile che un uomo come Giuseppe Fava potesse continuare a rimanere vivo, dimostrando che il diritto alla parola e alla verità si poteva esercitare senza pagare il prezzo più alto”.

Claudio Fava

Perché Pippo dava fastidio. Non solo come giornalista, ma anche come drammaturgo, come scrittore, come pittore, come intellettuale. Una di quelle esistenze travolgenti che fanno trasparire le miserie di chi, per paura o per interesse, non vede, non sente, non parla. Perciò la sera del 5 gennaio del 1984 venne freddato con cinque colpi di pistola calibro 7,65 sparati alla nuca. Il movente non poteva essere più chiaro: la storia della sua vita.

Una vita mossa dalla passione. Per la verità, per la libertà, per la cultura. Nel 1947, a 22 anni, si laurea in Giurisprudenza a Catania e il suo destino si intreccia per sempre a essa: Fava, nato nel paese siracusano di Palazzolo Acreide, sarà il più catanese di tutti, proprio perché catanese per scelta. Perché vivrà la città nei suoi angoli più bui e la guarderà in faccia nei suoi giorni migliori e anche nei suoi giorni peggiori. Perché a lei rimarrà legato con un rapporto di amore e odio che conoscerà tutti gli alti e i bassi delle storie che non muoiono mai. Perché in lei farà cose pericolose: guardare, osservare, capire, denunciare.

Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso, quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana e non può farci niente. Sa che è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, prepotente… Ma è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e vizi dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro. Egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputtarle addosso, “Al diavolo, zoccola!”, ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità.

Comincia una lunga gavetta -una di quelle in cui ti fai le ossa- scrivendo, senza una tematica specifica, per svariati mensili isolani, fino all’abilitazione alla professione giornalistica nel 1952. Dopo altre collaborazioni con testate nazionali –La domenica del Corriere, Tempo illustrato-, nel 1956 approda al quotidiano catanese Espresso sera e vi rimane come capocronista fino al 1978. Due decenni di maturazione della sua acutissima capacità analitica e di consacrazione letteraria, spaziando dai romanzi –Gente di rispetto, Prima che vi uccidanoalle opere teatrali, fra cui la premiata Cronaca di un uomo. Dopo una prima fase occupandosi di cronaca nera, gira l’isola per fare un brillante Processo alla Sicilia (1976), indagini giornalistiche che, con il suo stile poetico, blasfemo e ironico al tempo stesso, mettono nero su bianco l’anima eternamente contraddittoria della sicilianità (“Ci sono tanti luoghi che rappresentano altrettante maniere di essere siciliani: la bellezza, la violenza, il dolore, l’infelicità, la speranza, il sogno”). È lo sguardo targato Fava che proietta la Sicilia in Italia perché “tutto quello che accade a Milano, Roma, Venezia, Torino, nel bene e nel male, appartiene anche ai meridionali, ai siciliani. Quello che accade nel Meridione e in Sicilia, appartiene a tutta la nazione”.

Nel bene e nel male. E lui non si fa indietro quando le acque si agitano. Anzi. Nelle sue lettere aperte punta il dito contro l’indolenza del potere, responsabile dello stato in cui versa una città messa in ginocchio dalla violenza del teppismo neofascista e, soprattutto, degli scontri per regolamenti di conti nella faida criminale tra le cosche catanesi. È il 1978. La mafia si è tolta la maschera, colpendo sempre più in alto tutti quelli che ostacolano, in qualsiasi maniera, gli affari di sangue. È anche il momento in cui Girolamo Damigella, direttore di Espresso sera, va in pensione. La nomina di Fava sembra più che scontata, ma gli viene offerto un “periodo di prova” a La Sicilia come redattore aggiunto, proposta provocatoria da parte dell’editore Marco Ciancio Sanfilippo, ormai proprietario di entrambe le testate, vista la fama nazionale di cui gode il giornalista e la qualità eccellente del suo lavoro. Il legame con Catania va in frantumi: Fava si trasferisce a Roma, dove conduce la trasmissione radiofonica di RAI Voi ed io e collabora con il Corriere della sera e Il tempo. Fino al 1980, uno di quegli anni che ti stravolgono la vita per sempre.

Nel 1980 il film Palermo o Wolfsburg (Werner Schroeter), tratto dal suo romanzo Passione di Michele e da lui stesso sceneggiato, vince l’Orso d’oro al Festival di Berlino. E nel 1980 arriva una telefonata che riallaccia per sempre il filo rosso con la sua Catania. È un’offerta di lavoro, il posto di direttore del Giornale del Sud, una nuova testata libera e indipendente -almeno così dicono gli editori, il cavaliere Gaetano Graci e due ambiziosi deputati regionali, Giuseppe Aleppo e Salvatore Loturco. Fava accetta l’incarico e mette insieme una giovanissima redazione con l’obiettivo di fare uno dei giornali più moderni di Italia: “Noi siamo dei laici, siamo in quella grande area democratica in cui confluiscono le più sincere forze della nazione. Non siamo per nessuno e non siamo contro nessuno (…), siamo per la libertà dell’uomo”. Con questo maestro d’eccezione, i redattori, molti di loro poco più che ventenni, diventano i primi a parlare di mafia a Catania, delle famiglie presenti sul territorio -in particolare, degli onnipotenti Santapaola- e delle collusioni fra Cosa nostra ed il mondo degli affari, dell’imprenditoria e della politica. Fava è troppo libero, troppo vero. Graci ed i suoi seguaci si sono sbagliati alla grande.

Questo lavoro è “l’antefatto del delitto, il giudizio di indesiderabilità riguardo a Fava emesso dai vertici del potere imprenditoriale e politico, insieme a quelli di Cosa nostra”, come ricorda Adriana Laudani, legale della famiglia Fava, nell’imprescindibile puntata de La Storia siamo noi (RAI) dedicata al giornalista. Il 18 gennaio del 1981 una bomba carta viene posta davanti alla redazione. Un segnale intimidatorio arrivato dai propri editori del giornale. Fava e i suoi “carusi” stanno toccando tasti dolenti in una Catania che è diventata una casella chiave nella scacchiera di Cosa nostra, il che significa anche un punto nevralgico del traffico di droga internazionale. A settembre il vaso trabocca con l’arresto di Alfio Ferlito alla guida di un camion carico con 3 tonnellate di hashish. Il Giornale del Sud ricostruisce in maniera approfondita il cursus honorum di quello che era uno dei grandi capimafia catanesi, nonché avversario giurato dei Santapaola. “Quello che non sapevamo -ricorderà il giornalista Michele Gambino- è che il boss aveva dei rapporti con alcuni dei proprietari del nostro giornale”. Graci incarica il suo avvocato di controllare l’articolo prima della pubblicazione, cancellando qualsiasi informazione scomoda, fino a far sembrare Ferlito, nelle parole di Claudio Fava, “uno scippatore”.

Non è la prima volta che la censura sorvola la redazione. L’11 ottobre, in quella che avrebbe dovuto essere la rubrica delle “lettere al direttore”, Fava scrive “Lo spirito di un giornale”, forse il più alto esempio di coraggio e  dignità professionale della storia del giornalismo italiano:

Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo che il giornalismo rappresenti la forza essenziale di una società democratica e libera, quale dovrebbe essere quella italiana. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non si fa carico di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali, ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace -per vigliaccheria o calcolo- della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento.

La risposta può solo essere la lettera di licenziamento. La redazione insorge e occupa la sede del giornale per quasi una settimana, invano (nel giro di un anno il Giornale del Sud chiuderà i battenti). L’aria si fa irrespirabile in tutto il Paese e molto particolarmente in Sicilia. La mafia non è mai stata così potente. Nel 1982 uno ogni quattro giorni l’isola si sveglia con un nuovo assassinato, una lunga lista di “delitti eccellenti” fra cui Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Fava sa che una testata propria è l’unico modo di garantire informazione libera. Vende tutto ciò che ha e assieme agli ex giovani redattori del Giornale del Sud fonda I siciliani, primo autentico movimento d’opinione antimafioso in città, senza padroni né padrini, libero e responsabile di quello che fa: “Per un’avventura del destino e per merito del loro direttore, quel gruppo umano aveva imparato più rapidamente d’ogni altro cos’era diventata Catania” (Claudio Fava, La mafia comanda a Catania, 1960-1991). Il primo numero -ristampato per ben tre volte perché esaurito nel giro di una settimana, per un totale di 10.000 copie vendute- esce il 22 dicembre del 1982 con l’inchiesta “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”.

Una bomba giornalistica dedicata ai quattro grandi imprenditori catanesi -oltre a Graci, Mario Rendo, Carmelo Costanzo e Francesco Finocchiaro-, che mette a fuoco i rapporti fra il mondo imprenditoriale e politico catanese e la malavita, in particolare con il capomafia Benedetto Santapaola, accusato dell’uccisione di Dalla Chiesa. Non a caso l’inchiesta riporta l’ultima intervista del generale, rilasciata a Giorgio Bocca e apparsa su Repubblica, dove denunciava il policentrismo di Cosa nostra: “Oggi la mafia (…) da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese catanesi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?”. Fino al gennaio del 1984 I siciliani pubblicano undici numeri nei quali denunciano tutti gli aspetti malati dell’economia e della società catanese e siciliana. Vale a dire, italiana, perché “la mafia non è più un problema soltanto siciliano, ma è una tragedia che sta insanguinando tutta l’italia, tutta l’Europa a tutti i livelli”. Da Priolo, polo industriale e petrolchimico devastato dall’inquinamento -e ancora oggi la situazione è la stessa-, alla base missilistica NATO di Comiso, e come queste attività stanno scuotendo gli equilibri economici e criminali dell’isola.

Perché la mafia alle falde dell’Etna c’è, eccome, un intreccio con la vita politica così lampante da diventare un caso nazionale. “La mafia è dovunque -scrive Pippo-, in tutta la società italiana, a Palermo e Catania, come a Milano, Napoli o Roma, annidata in tutte le strutture come un inguaribile cancro” (è impossibile non ricordare le parole di Giovanni Falcone: “La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con una miriade di protettori che appartengono a tutti gli stratti della società”). La tiratura del giornale sale di mese in mese, ma la pubblicità crolla. Acquistare uno spazio su I siciliani non è un investimento promozionale, è fare una scelta definitiva, forse in tutti i sensi, contro la mafia e le sue complicità. Un rischio troppo alto per quasi tutti. Fava è sempre più isolato, si cerca di denigrarlo in tutti i modi, dalle istanze mafiose e specialmente da quelle politiche, come dichiarerà il pentito Angelo Siino, il cosiddetto “ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra” e uomo di riferimento dei Santapaola: “Non può essere stato semplicemente un discorso di mafia. Giuseppe Fava faceva molto più danno agli imprenditori, ai politici”.

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Il 29 dicembre del 1983, ospite della trasmissione di Enzo Biagi Filmstory (RAI), Pippo rilascia la sua ultima intervista, uno dei più duri e lucidi atti d’accusa contro la classe dirigente italiana mai fatti:

Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da trenta secoli contro la mafia. I mafiosi stanno in parlamento, a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono quelli che, in questo momento, sono ai vertici della nazione. Nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi che si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze, dato questo che spesso viene trascurato. L’uomo politico non cerca attraverso la mafia soltanto il potere, cerca anche la sua ricchezza personale, perché dalla ricchezza personale deriva potere e deriva la possibilità di avere sempre quei 150mila, 200mila voti di preferenza. La struttura della nostra politica è questa: chi non ha soldi, 150mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai.

Una settimana dopo arriva la morte, alle 21.30 del 5 gennaio del 1984, davanti al Teatro stabile di Catania, sotto la pioggia di uno degli inverni più freddi che si ricordino in Sicilia. Quella morte che nell’isola, come aveva scritto Giuseppe, “è diversa, violenta, più profonda, arcana e fatale”. No, il movente non avrebbe potuto essere più chiaro. Ma Pippo dà lo stesso fastidio da morto che da vivo e qualcuno vuole impedire che diventi un simbolo della lotta contro la mafia, dando il via a un infame gioco di delegittimazioni per cancellare la realtà dei fatti. Un’altra arte arcana come la morte, quella di negare l’evidenza. Proprio in quei giorni il sindaco Angelo Munzone ribadisce l’assenza della mafia a Catania, “che è una città storicamente immune dal cancro che mi dite. Polveroni, chissà da chi ispirati”. L’onorevole democristiano Antonino Drago accusa direttamente chi cerca di collegare all’omicidio i cavalieri “da tempo criminalizzati che hanno construito veri imperi economici e dato notevoli occasioni di lavoro a questa città (…). Mi auguro che i magistrati chiudano rapidamente questa indagine per ridare serenità alle attività pubbliche ed economiche. Sennò, possono succedere cose gravi”. Il tutto mentre le parole di Fava riecheggiano nell’aria:

Il problema della mafia è molto più tragico, molto più importante, un problema di vertice nella gestione della nazione, un problema che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l’Italia (…). I mafiosi non sono quelli che ammazzano, no, quelli sono gli esecutori (…). Io ho visto molti funerali di Stato, io dico una cosa, della quale io solo sono convinto, che può anche quindi non essere vera, ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.

Dopo la pista del delitto passionale -in quanto la pistola utilizzata non era la “tipica” arma impiegata nei delitti mafiosi-, esce fuori il movente economico, avallato da Munzone. Viene persino ordinata un’inchiesta, “una delle prime favorite dalla Legge La Torre, che permetteva di indagare sui patrimoni economici della mafia, e fu utilizzata per indagare sui nostri conti correnti” (Gambino). Ci vorranno anni perché il “caso Fava” trovi giustizia, ma la verità è caparbia: Pippo fu il secondo giornalista ad essere ucciso da Cosa nostra, dopo l’assassinio di Peppino Impastato nel 1978, un altro processo durante il quale si volle infangare fino ai limiti più miserabili la memoria del giovane cronista palermitano -un fallito attentato, Peppino si era ucciso da solo. Dopo un primo stop nel 1985, a causa del trasferimento del sostituto procuratore aggiunto Di Natale per incompatibilità ambientale, il processo riprende a pieno regime nel 1994, con una rinnovata magistratura catanese, quando Maurizio Avola diventa collaboratore di giustizia e conferma le parole dell’altro “pentito eccellente” Siino, secondo le quali l’omicidio era stato voluto da alcuni imprenditori della città. Durante il processo racconteranno che Santapaola si faceva portare nel suo covo il giornale appena uscito: “Questo lo dobbiamo ammazzare”.

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Nel 1998 si conclude il processo Orsa maggiore 3 e per l’omicidio di Giuseppe Fava vengono condannati all’ergastolo il boss Benedetto Santapaola come mandante, Marcello D’Agata e Francesco Giammuso come organizzatori e Aldo Ercolano e Maurizio Avola come esecutori materiali, condanne confermate in appello per Santapaola, Ercolano e Avola nel 2001 e definitivamente in Cassazione nel 2003. A seguito del patteggiamento, Avola fu condannato a sette anni. Nessun imprenditore è stato condannato come mandante: il procedimento avviato dalla procura di Catania contro Graci si concluse prematuramente per la morte dell’imputato e gli elementi di responsabilità di Costanzo emersero solo dopo la sua morte. Ed è doveroso ricordare che Sanfilippo -il cui quotidiano La Sicilia lanciò una campagna mediatica contro i collaboratori di giustizia del “caso Fava”-, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato prosciolto perché “i fatti costituiti come prove non costituiscono reato”. Questo, nella Sicilia, nell’Italia, di 22 mesi fa. Pippo lo sapeva, non si può abbassare la guardia nemmeno un istante: “Basta omettere una sola notizia e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi, o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull’onda, o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo”.

E sapeva anche che, a pensarci bene, le possibilità sono due, o stai con la mafia o contro la mafia: “Se tutto quello che è accaduto negli ultimi cent’anni non è accaduto inutilmente, se la cultura ha un valore, se il senso della libertà comprende veramente il senso della dignità dell’uomo, allora dovete lottare”. Perché vivere non serve a niente se non si ha il coraggio di lottare. Perciò lui lottò fino alla morte per la libertà e la verità. Un’esistenza straordinaria che non poteva chiudersi con le pallottole del 5 gennaio, perciò I siciliani, dopo l’uccisione, andarono avanti e il suo spirito aleggia ancora ne I siciliani giovani. E adesso, quando sembra si stiano facendo alcuni passi indietro, dobbiamo diventare uno di quei cittadini che, come Fava o Impastato, credevano che il giornalismo avesse qualcosa di nobile, che il mondo potesse cambiare con la forza della cultura e della passione. Una follia. O forse no. “Abbiamo deciso di non considerarci vittime, di raccontare agli altri la rabbia che avevamo (…) e di mantenere intatta e viva la sua memoria perché, quando una persona muore in questa maniera, non appartiene più solo alla famiglia, appartiene a tutti” (Elena Fava).

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