GIANCARLO SIANI, UN CITTADINO ITALIANO

Giancarlo Siani non era un eroe. Era un cronista che faceva il suo dovere, informare, e lo faceva bene. Troppo bene per molti. Perciò è morto a 26 anni nella sua Napoli, assassinato dalla Camorra. Dieci colpi alla testa per fermare le sue inchieste in acque agitate: dalla criminalità organizzata a Torre Annunziata e l’impero criminale del boss Valentino Gionta agli intrecci fra politica e malavita nella spartizione degli appalti per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 1980. Giancarlo Siani era, come lui stesso diceva, un giornalista “giornalista”. Un cittadino italiano.

Il compromesso con la terra

Facciamo un salto all’indietro e torniamo al 1979. Napoli sta bussando alle porte del nuovo decennio. È una città brulicante di vita culturale, artistica e musicale, ma anche lo scenario di una guerra senza quartiere fra i clan della Nuova Famiglia -sempre più potente dopo la sua affiliazione a Cosa nostra- e della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Quell’anno un giovane ventenne comincia a collaborare con alcuni periodici della città, fra cui Il lavoro nel Sud, mensile di denuncia della CISL, e l’Osservatorio sulla Camorra, diretto da Amato Lamberti. La sua formazione umanistica -ha frequentato il liceo classico Giovanbattista Vico e si sta laureando in Sociologia- determina l’approccio che dà alle sue ricerche giornalistiche: le problematiche dell’emarginazione sociale come area di reclutamento privilegiata della manovalanza mafiosa, in particolare i “muschili”, ragazzini corrieri della droga assoldati dalla malavita nelle zone più degradate della città. È Giancarlo Siani, un giovane brillante, figlio della Napoli bene, che si vede così spedito nel ventre oscuro della guerra di Camorra. Una passione civile nata nell’adolescenza grazie al contatto con i gruppi della sinistra studentesca legati al Movimento del 77. Un compromesso con la terra che avrà un prezzo da pagare. Il più alto.

AAA corrispondente cercasi

Arriva l’estate del 1980. Il mattino cerca un corrispondente presso la redazione distaccata di Castellammare di Stabia. La stoffa c’è, eccome. I responsabili del più grande giornale del Mezzogiorno se ne rendono subito conto e Giancarlo non è disposto a lasciar scappare l’opportunità di una vita. A partire da quel momento concentra le sue indagini in quella piccola Napoli ai confini di Napoli che è Torre Annunziata. Una città stroncata dalla disoccupazione e ostaggio della Camorra. Un presidio strategico nella geografia della criminalità. Tutti i giorni ripercorre le strade torresi -fermate obbligate sono la caserma della polizia, quella dei carabinieri, la pretura- con la sua Citroën Méhari verde alla ricerca della notizia, della denuncia. Perché quello di Giancarlo Siani è un modo di intendere il mestiere che va oltre il semplice rapporto dei fatti -più facile, più sicuro- e cerca di sviscerare la criminalità organizzata in tutte le sue sfaccettature. Inchieste che lo mettono di fronte all’espansione dell’impero economico del boss Valentino Gionta -fra i più influenti clan della Nuova Famiglia-, un pescivendolo che in poco tempo era riuscito a costruire un miliardario giro d’affari, prima con il contrabbando di sigarette e poi con il traffico di droga.

Un cittadino nella corte dei Gionta

Siani diviene una realtà a Torre Annunziata, si sporca le mani, il suo giornalismo militante scala i muri della redazione e lo fa diventare fulcro dei primi movimenti anticamorra. Giancarlo promuove iniziative civili di ogni genere e fonda, assieme ad altri giovani giornalisti, il Movimento democratico per il diritto all’informazione, di cui è portavoce in diversi convegni nazionali sulla libertà di stampa. Il suo nome incoraggia chi non ha ancora trovato la forza per urlare, ma comincia anche ad essere fastidioso per chi naviga nelle acque torbide della malavita. Troppa esposizione, troppo impegno secondo quelli che, allora come oggi, invitano a tacere. Il punto d’inflessione arriva il 26 agosto del 1984: nel “Massacro di Sant’Alessandro” i casalesi di Antonio Bardellino e gli Alfieri di Boscoreale presentano il conto alle ambizioni espansioniste di Valentino Gionta, che sta “squilibrando” pericolosamente la criminalità locale, colpendolo nel cuore di Torre Annunziata, al circolo di pescatori di via Castello. 14 sicari, 8 morti e 7 feriti, alcuni dei quali non legati alla Camorra. Una violenza che, quasi all’improvviso, rende le informazioni che Siani ha raccolto sulle dinamiche del potere a Torre Annunziata negli ultimi anni fonte preziosa di dati e indicazioni per le indagini.

10 giugno 1985

In seguito all’alleanza di Valentino Gionta con i Nuvoletta di Marano, questi ultimi avevano ricevuto pressioni da parte di Bardellino affinché il boss torrese, scampato all’agguato, fosse eliminato. Angelo Nuvoletta, capo di Cosa nostra in Campania, voleva mantenere i rapporti con Bardellino, senza però macchiare il proprio “onore” ammazzando un alleato, perciò incarica uno dei suoi di fare un’opportuna “soffiata” ai carabinieri. È così l’8 giugno del 1985, quasi un anno dopo la strage di Sant’Alessandro, il super-latitante Gionta viene finalmente arrestato. “Gli equilibri del dopo-Gionta” è il titolo dell’articolo che Giancarlo pubblica il 10 giugno, in cui accusa Lorenzo Nuvoletta di aver fatto arrestare il suo alleato: “La cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan dei Bardellino”. Un’accusa d’infamia da lavare col sangue. Una ventina di parole che gli valgono la condanna a morte, decretata da Angelo Nuvoletta dopo aver ricevuto il beneplacito da Totò Riina. “Lo zio della Sicilia -spiegherà Gabriele Donnarumma, cognato di Gionta e poi divenuto collaboratore di giustizia- non accettava che nei confronti di mafiosi si dicessero cose del genere e perciò dovevamo uccidere il giornalista”. Il tutto, lontano da Torre Annunziata, per depistare le indagini.

Una sera di fine estate

Nel frattempo Giancarlo fa l’ingresso nella redazione centrale de Il mattino a Napoli. Un contratto di sostituzione estiva che apre la porta all’assunzione definitiva. Tutti lo sanno: è una questione di tempo, pochi mesi, al massimo un anno. Premio più che meritato per le sue straordinarie indagini: centinaia di articoli mettendo insieme situazioni apparentemente slegate che costituivano un’unica narrazione, adesso fondamentale per capire la nuova geografia della Camorra. “Aveva una spiccata capacità di collegare fatti e circostanze -ricorderà il fratello Paolo-, di raccontare i retroscena”. Durante quelle settimane Giancarlo lavora alla pubblicazione di un dossier ed un libro sugli intrecci tra politica e malavita nella spartizione degli appalti per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 1980, tra cui interi quartieri di Torre Annunziata. Una storia che non riuscirà a scrivere. La sera del 23 settembre, quattro giorni dopo il suo 26esimo compleanno, due sicari lo freddano con dieci colpi alla testa mentre sta tornando a casa, nel Vomero, a bordo della sua inseparabile Méhari. Prima di uscire dalla redazione aveva telefonato al suo ex direttore Lamberti per chiedergli un incontro urgente. Una conversazione mai chiarita, della quale il sociologo ha dato differenti versioni nel tempo, spesso contraddittorie.

La verità giudiziaria

Davanti all’omicidio la città rimane frastornata. In molti fanno finta di non capire il perché dell’assassinio di quel giovane giornalista “abusivo”. Ma la risposta stava lì, urlando in faccia a tutti, nero su bianco nei suoi articoli. Al cordoglio popolare faranno seguito giustificate polemiche per distrazioni, omissioni, collusioni. Il “caso Siani” brancola nel buio di un lungo e contorto iter giudiziario che vede, per citarne sono alcune, piste false (tra cui quella, clamorosa, di Alfonso Agnello), alibi montati sul nulla, arresti apparentemente definitivi e poi prosciolti, come succede con Giorgio Rubolino, Giuseppe Calcavecchia e Ciro Giuliano. Sono le dichiarazioni del pentito Salvatore Migliorino, appartenente al clan Gionta e all’epoca detenuto nel carcere di Secondigliano, a consentire al pm antimafia Armando D’Alterio la riapertura delle indagini. 12 anni dopo l’assassinio di Giancarlo, il 15 aprile del 1997, la Corte d’Assise di Napoli condanna all’ergastolo i mandanti dell’omicidio -i fratelli Nuvoletta, Angelo e Lorenzo, Valentino Gionta e Luigi Baccante- e i due esecutori materiali dell’assassinio -Ciro Cappuccio e Armando Del Core-. Le pene verranno poi confermate dalla Cassazione, tranne che per Gionta, scagionato per non aver commesso il fatto (oggi ergastolano per omicidio, corruzione e traffico di cocaina, sottoposto al 41 bis).

Dal silenzio al grido

Ma rimangono troppi interrogativi senza risposta. Oltre alla telefonata a Lamberti, non è stata più rinvenuta la sua documentazione sugli appalti post-terremoto, un doloroso parallelismo con la cartella dei documenti sulla strage di Alcamo Marina a cui Peppino Impastato stava lavorando quando venne assassinato da Cosa nostra, sequestrata dai carabinieri e mai restituita. Sono gli anni immediatamente precedenti a “Tangentopoli” e dal seme di coraggio, ricerca e rigore professionale piantato da Siani nasceranno diverse indagini collaterali sulle collusioni tra sfera politica e criminale a Torre Annunziata che proveranno l’esattezza delle sue teorie: sarà la “mani pulite” vesuviana che vedrà dietro le sbarre quasi una trentina di arrestati -fra imprenditori, funzionari e altri amministratori comunali- e finirà con lo scioglimento del comune torrese per infiltrazione mafiosa. Giancarlo, cronista onesto e cittadino che difendeva a viso scoperto i valori della legalità e la convivenza civile, aveva capito che la Camorra stendeva i suoi sanguinosi fili nella vita politica, regolandone tutti i ritmi deliberativi. Bisogna perciò stare attenti: i suoi articoli appaiono ai nostri occhi più attuali che mai, basta sostituire il nome di un capo, di un paese o di un politico per scoprire che la meccanica è la stessa, perfezionata.

Siani, morire in piedi

Giancarlo Siani diceva che “puoi cadere migliaia di volte nella vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore e se possiedi l’animo del saggio, potrai cadere anche infinite volte, ma non lo farai mai in ginocchio, sempre in piedi”. Lui è morto così, in piedi. Come un eroe, si dice spesso. Giancarlo non dovrebbe essere un eroe. Ma ancora oggi chi parla e scrive di mafia è considerato da molti un diffamatore, un infame, uno che “se l’è andata a cercare”. È la frase perennemente cucita addosso ai giornalisti, giudici e servitori dello Stato massacrati dalla mano criminale della mafia -qualsiasi sia il suo cognome-, da Giancarlo e Peppino a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da Giuseppe Fava a Carlo Alberto Dalla Chiesa e tanti, tantissimi altri. Sì, se l’andavano a cercare perché volevano far luce sugli ingranaggi più scuri dello Stato ed il prezzo da pagare fu sempre l’omertà, l’isolamento etico, politico e professionale, la morte. Perciò Siani non dovrebbe essere un eroe, ma lo è. Dobbiamo dare ragione a Bertolt Brecht quando, per bocca del suo Galileo, affermava: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”? Facciamo che il ricordo di Giancarlo non s’inginocchi mai.

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