FRIDA KAHLO, FEMMINILE UNIVERSALE

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Nickolas Muray, 1939.

Magdalena Carmen Frida Kahlo Calderón nacque nella Casa azul di Coyoacán il 6 luglio del 1907. Ma lei diceva sempre di essere nata nel 1910, poiché si sentiva figlia delle sommosse generatrici del Messico moderno, “che mi hanno infiammato per sempre”. Donna. Pittrice. Messicana. Rivoluzionaria. Con una voce profondamente femminile e universale, Frida reinventò la tradizione e creò la sua libertà radicale per superare una vita di dolore. Una concezione catartica dell’arte che sacralizza il mondo anche nei suoi momenti scuri e che ha dato come risultato alcune delle immagini più luminose e iconiche del Ventesimo secolo.

La figlia della Rivoluzione
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Guillermo Kahlo, 1919.

Frida non dipinge mai sua madre da sola. Suo padre, invece, appare come protagonista unico e quasi mitizzato in diverse opere. Questa è la prima grande dualità della sua vita: da un lato della bilancia, Matilde Calderón, messicana dalle radici amerinde e spagnole, una personalità depressiva, profondamente infelice, in conflitto costante con lo spirito indipendente e passionale di sua figlia; dall’altro, Guillermo Kahlo, reputato fotografo tedesco, di note simpatie liberali e vasta cultura umanistica, con cui stabilirà un rapporto di complicità assoluta. Guillermo diventa anche il punto d’appoggio grazie al quale Frida riesce a superare le conseguenze di una spina bifida. Ha sei anni e affronta, per la prima volta, il dolore fisico e psicologico impegnandosi con volontà di ferro in attività considerate “poco degne” di una signorina nata nel seno di una famiglia tradizionale e benestante: pratica la boxe, nuota, assume un aspetto maschile e si ribella contro il forte cattolicesimo di Matilde. Decisa a studiare Medicina, a quindici anni diviene una delle prime donne a frequentare la Escuela nacional preparatoria, migliore scuola secondaria del Paese e simbolo del Messico post-rivoluzionario, che nel 1922 conta 35 studentesse per un totale di 2500 alunni. Viene a contatto con l’ideale comunista e si lega ai “Cachuchas”, studenti difensori del nuovo nazionalismo che celebra l’eredità preispanica. Frida, che fin da bambina ha manifestato un singolare talento artistico, comincia a dipingere, quasi per gioco, i ritratti dei suoi compagni di studio, fra cui Alejandro Gómez Arias, capo spirituale del gruppo e di cui si innamora.

Il primo incidente
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Autoritratto, 1926.

Trascorrono tre anni segnati da un’intensa attività intellettuale e dalla scoperta del sesso inteso come pulsione vitale. Ma la vita come la conosceva si ferma in maniera brutale il 17 dicembre del 1925: uno scontro fra un tram e l’autobus su cui viaggiava con Alejandro lascia una Frida ancora 18enne sospesa tra la vita e la morte. Attraversata da un corrimano d’acciaio, la colonna vertebrale va in frantumi, a cui si aggiungono diverse costole rotte, la spalla sinistra lussata e l’osso pelvico e la gamba destra spezzati. Dopo un mese di degenza in ospedale, resta immobilizzata per un anno da un busto ortopedico di gesso. Rinchiusa in un mondo di dolore “trasparente come il ghiaccio”, questa volta sarà l’arte l’istrumento per sconfiggere le sofferenze fisiche e spirituali. Da un letto a baldacchino, con uno specchio sul soffitto, Frida diviene la sua propria musa (“Passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio”), attraverso la sua prima serie di autoritratti, visioni genuine del corpo femminile non più distorto da uno sguardo maschile. Un rapporto ossessivo con il suo corpo martoriato che non finirà mai. Quando riesce a camminare, si unisce al brulichio culturale di Città del Messico: sempre più compromessa politicamente, non vuole essere una spettatrice in quella meta di artisti e intellettuali che hanno rotto con il puritanesimo precedente e vogliono creare, parlare, amare liberamente. Sono passati tre anni dall’incidente e Frida ha già fatto dell’arte la sua ragione di essere. Sta per arrivare “il secondo grande incidente della mia vita”.

Diego, l’universo

Florence Arquin, 1948.

Ateo, comunista, padre del muralismo messicano, maestro di un’arte pubblica che cavalca l’onda del realismo sociale e ha l’obbligo di mantenere sempre un impegno politico e un significato civico. E nonostante tutto, il gigante Diego Rivera rimane colpito dal talento che evidenziano le straordinarie opere intimiste e assolutamente originali -e, per di più, in piccolo formato- che quella giovane sconosciuta -straordinaria anche lei, così lontana dalle donne che ha conosciuto fino a quel momento- ha avuto l’audacia di mettere ai piedi dell’impalcatura sulla quale sta lavorando. Appena un anno dopo il loro primo incontro, gli artisti si sposano, il 29 agosto del 1929. È la terza volta per Diego, vent’anni più grande di Frida, un matrimonio “fra un elefante ed una colomba” per Matilde. Una relazione appassionata e complessa, due modi di amare per un rapporto discusso, tormentato, scandito da profonde sofferenze sentimentali e con svariati amanti da entrambe le parti. Una convivenza con poche tregue e costante apertura di orizzonti intellettuali, destinata a diventare una pietra miliare nella scena artistica e culturale contemporanea. Durante i primi mesi, vivono a cavallo fra la Casa azul e lo studio di Diego in Città del Messico. Frida non smette di creare, ma lo fa senza pretensioni. Le sue attenzioni si concentrano su Diego, “l’architetto dell’universo”, e lui la tratta con una tenerezza infinita (“Davanti a lei, sempre frizzante, mi pervade un’allegria meravigliosa”). Lei stessa diventa un’opera d’arte, portando i vestiti e i gioielli tradizionali messicani che incantano Rivera e che la macchina fotografica di Tina Modotti renderà eterni [Scopri di più: TINA MODOTTI, RIVOLUZIONE SU PELLICOLA]. Ma la tranquillità non dura a lungo.

L’intimità rivoluzionaria
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Henry Ford Hospital, 1932.

Nel 1930, l’ondata di violenza contro la sinistra che si scatena in Messico forza la coppia ad una temporanea esperienza migratoria negli Stati Uniti, da dove stanno arrivando numerose commissioni per Diego. Dopo la prima tappa a San Francisco, nel 1932 vanno a Detroit, punto d’inflessione cruciale per Frida: un aborto spontaneo al quarto mese di gravidanza le costringe ad una prolungata degenza al Henry Ford Hospital. Ancora una volta sull’orlo del precipizio, comincia uno straordinario viaggio artistico e psicologico attraverso le sue sofferenze, senza precedenti nella storia dell’arte. Opere che sono “poesia agonizzante sulla tela”, nelle parole di Rivera, un immaginario di dolore e colore radicalmente opposto alle visioni epiche del muralismo. In questo momento, Frida decide in maniera assolutamente cosciente che dipingerà sé stessa e su sé stessa, a piccola scala, con gli ex voto come fonte preziosa d’ispirazione, un genere popolare, messicano e religioso. Un primitivismo scelto attraverso il quale innova la tradizione per raccontare una storia intima che diventa universale. E mentre Frida ha sempre più nostalgia del Messico, anche il sogno di Diego di fare arte rivoluzionaria nella culla del capitalismo svanisce: lo scandalo provocato dal suo affresco nel Rockefeller Center di New York, in cui il volto di un operaio assomiglia sospettosamente a quello di Lenin, si traduce nella revoca immediata di tutti gli incarichi. Il 30 dicembre del 1933 tornano a casa. Il destino è San Ángel, nei pressi della capitale, dove hanno mandato costruire due studi indipendenti, ma collegati da un ponte.

Tragedia e catarsi

Fritz Henle, 1937.

Si apre davanti a Frida un altro periodo di dualismo. Le luci arrivano dal rilancio dell’attivismo politico a partire dal 1934. Sotto il governo di Cárdenas, il Messico torna ad essere rifugio per intellettuali e, mentre la sinistra messicana divide le sue lealtà fra Stalin e Trotsky (che troverà asilo nella Casa azul nel gennaio del 1937), Frida pone i suoi desideri rivoluzionari nella resistenza repubblicana spagnola, per lei, “la speranza più viva del mondo contro il fascismo” [Scopri di più: GERDA TARO, UNA DONNA IN GUERRA]. Le ombre sono le conseguenze della fallita avventura statunitense, che mette alla prova la sua salute ed il rapporto sentimentale. Il tradimento di Diego con Cristina Kahlo è il colpo di grazia per una Frida che afferma di sentirsi “assassinata dalla vita” e confida al mondo il suo dolore in “Unos cuantos piquetitos” (“Solo qualche piccola punzecchiatura”): ispirata ad un fatto di cronaca, raffigura una donna uccisa per gelosia a coltellate e il titolo riproduce le parole che il suo assassino aveva pronunciato in aula. Ma il suo spirito non si piega: si taglia i capelli, lascia i vestiti tradizionali e trasloca in un appartamento in Città del Messico. Si reinventa, l’ironia diventa l’antidoto contro la sofferenza (“La tragedia è la cosa più ridicola”), aumenta i suoi rapporti omosessuali e la libertà sessuale rappresenta una rivoluzione trionfante contro la gabbia del corpo fragile. La coppia torna insieme dopo un anno, ma il rapporto si capovolge. La grande delusione dà alla luce una nuova Frida, rivestita, nella vita e nell’arte, di un’indipendenza ed una dignità sempre più luminose.

“La mia realtà”
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Sin esperanza, 1945.

La sua attività artistica si intensifica in questi anni, guadagnando in complessità psicologica e perfezione tecnica, e la carriera decolla. Nel 1938 manda quattro opere a un gruppo di pittori che esponeva in Città del Messico e l’impatto è immediato. Frida Kahlo spalanca le porte dell’immaginario artistico collettivo, affascinato da quella pittrice insolita che si allontana dalla corrente imperante che trasforma i generali in eroi epici e, partendo da un’analisi intima del Sé, ripercorre i temi universali del dolore, la crudeltà e la ricerca del proprio luogo nel mondo. Il tutto, con una voce genuinamente messicana e femminile. Frida è uscita da sotto l’ombra del maestro Rivera e, nel novembre dello stesso anno, torna a New York, già senza Diego, per assistere all’inaugurazione della sua prima mostra individuale nella galleria di Julian Levy. Un successo totale -più della metà delle opere vendute, presenza di giornalisti del Time e del New York Times e placet entusiasta di celebrità artistiche come Georgia O’Keefe- che spiana la strada verso Parigi. L’invito arriva dal padre del Surrealismo, che vuole associarla al movimento (“È una surrealista creatasi con le proprie mani”), ma la risposta di Frida non lascia spazio ai dubbi: “Non sapevo di essere surrealista, finché André Breton non è venuto in Messico e me l’ha detto”. Figlia di una cultura che conosce bene la linea sottile fra il visibile e l’invisibile, rifiuta qualsiasi concettualizzazione e codificazione intellettuale tipica del movimento in Europa e si mantiene fedele alla sua concezione dell’arte: “Non ho mai dipinto sogni, io dipingo la mia realtà”.

Le due Fride
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El marco, 1938.

Dopo un primo tentativo frustrato da parte di Breton, che alla dogana non riesce a scaricare le opere, è un altro pope del Surrealismo, Marcel Duchamp, a organizzare finalmente la mostra a Parigi. Durante il soggiorno francese, Frida diviene una celebrità di avanguardia nel mondo dell’arte: stringe amicizia con Pablo Picasso, Elsa Schiapparelli crea un abito in suo onore, la fotografia che la ritrae seduta su una panchina bianca diventa copertina della rivista Vogue e, soprattutto, il suo dipinto “El marco” (“La cornice”) diventa la prima opera messicana contemporanea acquistata dal Museo del Louvre. Ma il rifiuto delle convinzioni le rende insopportabile l’ambiente ristretto dei circoli intellettuali -parlerà persino delle “artistiche puttane parigine”-. A peggiorare la situazione contribuisce la sua salute (i segnali d’allarme si moltiplicano, con persistenti dolori alla schiena ed il piede destro, ed una dolorosa infezione ai reni che la costringe ad un nuovo mese di degenza) e anche il clima prebellico che si stava diffondendo in Europa. Frida parte per Città del Messico nel aprile del 1939 e il ritorno a casa mette il punto finale ad un’appassionata relazione con Nickolas Muray, probabilmente il secondo grande amore della sua vita (“Eravamo in tre, anche se eravamo in due”, ricorderà il fotografo ungherese), ma anche al matrimonio con Diego: a dicembre sono già divorziati. Frida dipinge allora il capolavoro “Las dos Fridas” (“Le due Fride”), autentico esorcismo artistico attraverso un dualismo figurativo fra la Frida europea e quella tradizionale, amata da Diego, legate dalla stessa circolazione sanguigna.

Maestra Frida

Nickolas Muray, 1939.

Un viaggio a San Francisco, sotto richiesta del suo fraternale amico e confidente, il dottor Eloesser, allarmato dalle notizie sulla salute di Frida che gli erano giunte, le consente di recuperare (e ridefinire) il legame con Rivera: la coppia si risposa l’8 dicembre del 1940, ma con mutua indipendenza, come “compagni”, al di là di qualsiasi convenzionalismo (“Non parlerò di Diego come del mio sposo perché sarebbe ridicolo. Non è nemmeno un amante, perché lui va oltre i limiti sessuali”). Nel 1943 diventa professoressa de “La esmeralda”, avanguardista scuola nazionale di arti, che rifiuta i metodi d’apprendimento tradizionali. Le lezioni si svolgono nel giardino di sogno della Casa azul, dove gli alunni, i “Fridos”, creano in assoluta libertà e imparano una nuova forma di vedere il mondo, piena di immaginazione e amore per il Messico e la vita, un microcosmo di armonia con la Madre Terra. La sfida la entusiasma: “Se mi sentissi meglio, potrei dire di essere felice”. Ma dal 1944 non può lasciare in nessun momento i busti ortopedici a causa della la debolezza estrema della colonna vertebrale e si vede costretta a ridurre drasticamente le ore di lavoro e docenza. Frida vive ormai in modo simbiotico con il dolore, che in questa occasione versa su un diario illustrato -questo sì, apertamente surrealista dal punto di vista tematico e tecnico-, un gioiello artistico di memorie per immagini che conformano una lettera d’amore a Diego e alla vita, che sfugge: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.

“Il Comunismo guarirà gli infermi”

Gisèle Freund, 1952.

Il declino fisico è inarrestabile: nel 1946 si sottopone in New York ad un’operazione chirurgica estrema per saldare le vertebre con una placca di metallo -durante il lungo ricovero dipinge “Árbol de la esperanza, mantente firme” (“Albero della speranza, sii solido”), un confronto drammatico tra una Frida splendente, che porta un tradizionale vestito rosso, ed il suo corpo inerme su una barella, coperto da un lenzuolo bianco- e nel 1950 sperimenta una prolungata degenza nell’Ospedale inglese di Città del Messico, stremata da febbri e infezioni che la fanno diventare dipendente dalla morfina e dagli analgesici. Le sue creazioni, sempre più agitate, acquisiscono un carattere più politico e l’ideale comunista diventa per lei una sorta di religione, il rimedio contro la solitudine del confinamento. Nella primavera del 1953 torna nella Casa azul ridotta su una sedia a rotelle e può lavorare nel suo studio pochi minuti al giorno -sempre legata alla sedia, con un busto che arriva fino al mento-. Ma Frida si sente più innamorata della vita che mai: quando si apre al pubblico la sua prima mostra individuale in Città del Messico -organizzata da una delle sue amiche più care, la mercante d’arte Lola Álvarez Bravo-, Frida arriva in ambulanza con il più bel vestito “zapoteco” e i suoi orecchini di turchese e oro. Trionfante, tragica e luminosa, beve, canta e festeggia con gli amici e ammiratori che sovraffollano la galleria, commossi ed entusiasti. “Ho pensato che avesse certamente realizzato che stava dicendo addio alla vita”. Diego non si sbagliava.

La sacra felicità
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Leo Matiz, 1941.

I mesi successivi alla mostra sono spaventosi per Frida, con l’amputazione della gamba destra, colpita dalla cancrena. Sul diario lancia parole sparse: “I piedi, che cosa me ne faccio, se ho ali per volare”. Ma la pittura le è sempre più difficile e arriva l’esaurimento nervoso. Il 13 luglio del 1954 Frida muore di embolia polmonare, poche ore dopo aver partecipato ad una marcia di protesta contro le ingerenze della CIA in Guatemala. Prima della cremazione, Diego -che “è invecchiato nel giro di poche ore, un’anima spezzata in due”, come ricorderanno gli amici- consente ai suoi alunni di coprire la bara con la bandiera rossa e l’emblema della falce ed il martello. Le sue ceneri riposano in un vaso precolombiano nella Casa azul, che Diego regala al popolo messicano, come sede del museo dedicato a quella che “è stata vera poesia e vero genio. Essermi innamorato di lei è la cosa migliore che mi sia mai successa”. Quarantasette anni di esistenza, sufficienti per lasciare al mondo un mondo in eredità (“Una bomba avvolta da un nastro di seta”, dirà Breton). Frida diventa un mito umano, artistico e politico proprio per il suo rifiuto di diventare “qualcuno”, una donna che sfugge alla maglia di qualsiasi codificazione critica in tutti gli aspetti della sua vita. Una rivoluzione etica ed estetica in carne ed ossa che reinventa e ricompone ininterrottamente una biografia di dolore (a tratti simile a quella di Antonin Artaud) attraverso le sue creazioni, fra le più originali e iconiche della cultura contemporanea. Appena otto giorni prima del decesso, aveva firmato così una natura morta di angurie, la sua ultima opera: “Viva la vida”.

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