FRANCO E CICCIO, STORIE DI ORDINARIA GENIALITÀ

Franco e Ciccio con Buster Keaton in Due marines e un generale. Luigi Scattini, 1965.

È l’anno 1954 e Pasquale Pinto offre a Francesco Ingrassia un posto di comico vacante nella sua compagnia di avanspettacolo, appena sbarcata in Sicilia. Il 32enne dagli occhi azzurri e i lineamenti felliniani (anche se ancora non lo sa), alle prese con il mestiere di calzolaio, ha una lunga gavetta teatrale alle spalle, dal Trio Sgambetta, anima del Bar degli artisti di Palermo, alle riviste di Gino Bramieri a Torino. La risposta è affermativa, ma vuole al suo fianco un altro allievo della miserabile (e gloriosa) scuola del teatro di strada, cresciuto, come lui, tra il Capo e la Vucciria: Francesco Benenato.

Madonnaro e garzone di pasticceria, prima; strisciante, clown e acrobata, dopo. Un artista girovago che da “del tu alla fame” e ha in Totò, Hitler e Mussolini i suoi pezzi forti, combinati con le serenate a pagamento nel cuore di una città che cerca di ricucire le ferite della guerra. Il capocomico ha poca voglia di scritturare un saltimbanco, ma, rassicurato dalla presenza di Ingrassia, accetta. Per la prima volta insieme su un palco, quello del teatro Costa di Castelvetrano, avviene il cambio di nomi: Francesco “Franco” Ingrassia diventa Ciccio; Francesco Benenato, in arte “Ciccio Ferraù”, diventa Franco.

E già il primo numero è uno dei futuri cavalli di battaglia del duo: Ciccio, circospetto, aristocratico, concentratissimo, (quasi) imperturbabile, cerca di cantare Core ‘ngrato, mentre viene disturbato in tutti i modi possibili da un Franco tenero, stralunato, incantevole, imprevedibile, che ha anche l’opportunità di sfruttare la sua eccezionale condizione fisica “Catarì, Catarì”, guardalo qui. Un meccanismo comico inedito e irresistibile, che perfezionano negli anni successivi in tournée estenuanti per tutta la geografia italiana, arrivando persino in Francia, dove la loro arte mimica strega il pubblico.

Franco e Ciccio ne Le avventure di Pinocchio. Luigi Comencini, 1972.

Il (doppio) punto di svolta arriva nel 1959, quando Mascotte consegna agli artisti un premio ed entrano nell’orbita di Domenico Modugno e Mario Mattoli. Il risultato è un felice esordio cinematografico (Appuntamento a Ischia, 1960) e la consacrazione definitiva con Rinaldo in campo, commedia musicale targata Garinei e Giovannini, che sbanca il botteghino della stagione teatrale 1961-62 al Sistina di Roma. Un successo clamoroso che si traduce nella nascita di Franco e Ciccio come coppia protagonista anche sul grande schermo, a partire dall’incontro con Lucio Fulci ne I due della legione (1962).

“Quando storicizzeranno i miei film -il regista romano ci aveva visto lungo-, ci saranno prima di tutto quelli di Franchi e Ingrassia”. E da allora, per più di trent’anni, scrivono una delle stagioni più belle del cinema e la televisione italiane. Due palermitani geniali, ognuno con la sua individualità, che da soli capovolgono l’immaginario collettivo e disegnano la geografia sentimentale di un intero Paese. E lo fanno portando alla ribalta un’arte basata sul contatto immediato con il pubblico, che affonda le radici nella vastasata e nella posteggia, nel canovaccio della commedia dell’arte e nel surrealismo.

Franco e Ciccio mettono in moto un gioco rivoluzionario di alterazioni fisiche e linguistiche, attraverso due creature dalla dotta ignoranza, due ribelli, volenti o nolenti, ai margini di una società che fraintendono e li fraintende. Sono la continuazione in carne e ossa del teatro dei pupi, rivestiti di abiti di mafiosi o deputati, di funzionari ministeriali o preti, di maghi del pallone o agenti segretissimi, nel nostro miglior specchio sociopolitico. “C’è più Italia in un film di Franchi e Ingrassia che in tutta la commedia all’italiana”. Non saremo noi a dare torto a Federico Fellini.

Franco e Ciccio ne La giara. Kaos, Paolo e Vittorio Taviani, 1984.

Il pubblico li adora e -sembra un fatale connubio- la critica li disprezza. Franco e Ciccio pagano i conti della sempiterna incomprensione del genere parodistico -conosciuto in Italia grazie a mostri sacri come Totò o ⇒ Walter Chiari, ma mai così dissacrante come quello dei siciliani-, la stagione dell’impegno politico, l’esplosione della Nouvelle vague e lo pseudo-intellettualismo di una grossa fetta della critica che -ancora una volta, parole profetiche di Fulci- “deve vedere mondine e partigiani per apprezzare un film” e calca le tinte negli inevitabili anelli deboli di una catena di 165 pellicole.

Di fronte alla mediocrità di chi aveva stroncato Antonio De Curtis, soprassediamo. Perché solo i veri geni si riconoscono tra loro. Di Franco e Ciccio disse ⇒ Buster Keaton che avevano “dei tempi comici semplicemente perfetti” e per un altro siciliano imprescindibile, Andrea Camilleri, quello della coppia era “un gioco di classe assoluta”. Perciò ci chiediamo, con una certa amarezza, cosa sarebbe successo se, a dare vita al Gatto e la Volpe nell’irraggiungibile Pinocchio di Luigi Comencini (1972) o a Don Lollò e Zì Dima nel Kaos dei fratelli Taviani (1984), fossero stati altri attori.

Anzi, lo sappiamo: verrebbero inesorabilmente citati tra gli episodi più belli del nostro cinema. E non ci sarebbe niente da obiettare: sembra che Collodi e Pirandello abbiano modellato i personaggi su di loro. Quattro ruoli, due coppie, un unicum artistico tellurico, perfetto, che fa venire a galla un altro rimpianto: quello di aver conosciuto fino in fondo il Franchi drammatico, come successe con il meraviglioso Ingrassia solista. “Sono maschere antiche che provengono dal teatro greco, dalle atellane e i fescennini. Se dovessi dirigerli, sceglierei La pace di Aristofane”. L’autore? Un tale Dario Fo.

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