THE ELEPHANT MAN, LA DIGNITÀ DI JOSEPH MERRICK

John Hurt. The Elephant Man (1980, Paramount Pictures).

La gente ha paura di quello che non riesce a capire.

Londra, 1886, quasi 7 milioni di anime nel cuore di un mondo alle prese con la modernità –politica, sociale, economica, artistica, scientifica. Anche se non tutti i sudditi dell’Impero britannico vissero i cambiamenti allo stesso ritmo. A nord del Tamigi, Whitechapel aveva il dubbioso onore di essere la zona più popolata della capitale vittoriana, un teatro di povertà, prostituzione e delinquenza troppo spesso macchiato di sangue. Ma Jack “lo squartatore” non fu l’unico vicino “illustre” del famoso quartiere dell’East End. Tra i vicoli di quella forma urbis impossibile si innalzava il Royal London Hospital, che al tramonto dell’Ottocento diede alloggio al suo paziente più straordinario: Joseph Carey Merrick.

Joseph era affetto da una malattia caratterizzata dalla crescita incontrollata di ossa e tessuti che deformava progressivamente il suo corpo, con la sola eccezione del braccio sinistro e i genitali: la scatola cranica di un metro di circonferenza gli distorceva il volto, la spina dorsale era storta ed sul 90% della pelle affioravano tumori fibrosi. La diagnosi a posteriori ha barcollato dalla neurofibromatosi tipo 1, malattia genetica neurocutanea ereditaria che comporta complicanze oculistiche, ortopediche e oncologiche, ad un caso estremo della “sindrome di Proteo” (divinità marina greca capace di cambiare la sua forma a piacimento), malattia congenita estremamente rara causata da una mutazione del gene AKT1, l’incaricato di regolare la vita delle cellule, passando per una possibile combinazione di entrambe. Per il momento sono solo ipotesi. Un gruppo di esperti capitanato dal dottor Michael Simpson, del King’s College di Londra, cerca di sequenziare il genoma di Merrick per arrivare alla diagnosi definitiva, ma più di un secolo di metodi di conservazione dello scheletro tutt’altro che ortodossi -dai (numerosi) bagni di candeggina per preservarne la bianchezza alla lucidatura con cere varie- sta mettendo a dura prova il lavoro della squadra.

Chi è questo ragazzo, Lynch?

Diagnosi a parte, il fatto irrefutabile è che, 128 anni dopo la sua morte, Joseph continua a suscitare un interesse eccezionale, non soltanto dal punto di vista medico, ma anche letterario e artistico. Una celebrità all’epoca, le sue vicende si erano perse nelle brume di una Storia che avanzava veloce; la situazione, però, si ribaltò negli anni 70, quando l’antropologo Ashley Montagu pubblicò The Elephant Man. A Study in Human Dignity e l’opera omonima di Bernard Pomerance approdò a Broadway (un idillio teatrale mai finito, basti pensare al recentissimo ed applaudito montaggio di Bradley Cooper). A incastonare definitivamente la storia di Merrick nell’immaginario collettivo fu il film di David Lynch nel 1980. “Uno dei più grandi misteri della vita!”, è la risposta del regista statunitense alla domanda di perché venne scelto da Mel Brooks. Talento sconfinato, più che mistero. Stuart Cornfeld, assistente del produttore, era rimasto folgorato dalla sua opera prima e voleva aiutarlo a portare avanti Ronnie Rocket (progetto mai riuscito di Lynch), ma nel frattempo venne a conoscenza di una sceneggiatura tratta da The Elephant Man and Other Reminiscences, autobiografia di Frederick Treves, chirurgo “salvatore” di Merrick.

Quando ascoltai il titolo, qualcosa esplose dentro la mia testa (…). Dopo il rifiuto di sei produttori, il testo arrivò nelle mani di Brooks grazie ad Anne Bancroft. Mel se ne innamorò, voleva che fosse il primo film della sua nuova casa di produzione. Disse: “Tu [Cornfeld], De Vore e Bergren [gli sceneggiatori], benissimo, ma chi è questo ragazzo… Lynch?”. Stuart subito rispose: “Devi vedere Eraserhead!”. In quel momento pensai: “Ok, ragazzi, è stato un piacere conoscervi”. E, invece, dopo la proiezione, Brooks uscì a braccia spalancate, mi abbracciò ed esclamò: “Sei pazzo, ti adoro, fai parte di questo progetto!”.

Da: An evening with David Lynch, 13 settembre 2014. Bryn Mawr Film Institute, Pennsylvania Academy of the Fine Arts.

La seconda scommessa arrivò con l’attore principale. Uno degli avvocati di Brooks era anche l’avvocato di Dustin Hoffman, fresco di Oscar per Kramer contro Kramer, ed il suo nome girò con insistenza come possibile protagonista, ma il co-produttore Jonathan Sanger capì che una scelta così popolare in quel momento avrebbe snaturato la storia. “Il pubblico avrebbe cercato Hoffman dietro il trucco (…); ebbi la conferma della mia sensazione anni dopo, vedendo il Frankenstein di Kenneth Branagh: non potevo scordarmi che lì dietro c’era Robert De Niro”. Il pluripremiato sceneggiato televisivo sulla vita di Quentin Crisp The Naked Civil Servant, spartiacque nella carriera di un superbo John Hurt, fece il resto.

Demmo appuntamento a John e al suo manager nell’ufficio di Brooks, che avevamo tappezzato con fotografie giganti di Merrick. Non gli avevamo detto niente; lui arrivava per parlare di “un progetto”, non ne aveva troppa informazione (…). Dopo le presentazioni, Mel cominciò a parlare: “John, in Fuga di mezzanotte hai fatto un lavoro stupendo (…), ma è con questo film che finalmente vincerai l’Oscar!” (…). Quando il manager disse: “Ci penseremo, vi chiameremo”, Hurt si alzò: Zitto! VOGLIO questo ruolo”.

Da: The Elephant Man Revealed, 2001, Paramount Pictures.

E così John rese eterno Joseph Merrick. Anzi, “John” Merrick, poiché il film riprende il nome erroneo delle prime biografie. “Entra nel ruolo con una profondità quasi magica. È, semplicemente, il miglior attore del mondo”. Non saremo noi a dare torto a Lynch. Se mancava qualcosa, Anthony Hopkins diventò il dottor Treves (la classe ha una descrizione grafica? Probabilmente sia Hopkins in completo vittoriano) e il truccatore della BBC, Christopher Tucker, trasse i calchi per creare le 17 parti della testa dal cranio di Merrick. 8 ore per applicare il trucco, 2 per toglierlo, lavorando a giorni alterni per non crollare di fatica. Un capolavoro per dare vita a… chi?

John Hurt. The Elephant Man (1980, Paramount Pictures).

Chi è questo ragazzo, Merrick?

Un uomo. No, niente di scontato nel 1867, quando Joseph aveva 5 anni e l’infermità cominciò a manifestarsi sul suo corpo, perfettamente sano fino a quel momento. Dopo la morte della madre, passò da un lavoro all’altro, prima nella Freeman’s Cigar Factory -la progressiva deformità della mano destra presto gli impedì di arrotolare le sigarette-, poi come venditore dei prodotti della merceria paterna. La malattia non si arrestava. I clienti mostravano un rifiuto sempre più aperto nei suoi confronti, veniva costantemente insultato per strada e la sua matrigna lo cacciò di casa. Accolto qualche mese dallo zio e la nonna, i problemi economici lo costrinsero a chiedere l’ammissione nella workhouse della natia Leicester nel Natale del 1879, quando Treves, più grande di dieci anni, divenne chirurgo del Royal London Hospital. In quel momento, nessuno dei due sapeva quanto la vita li avrebbe visti legati. Quattro anni di reclusione (nell’infermeria del centro Merrick si dovette sottoporre ad un rudimentale intervento per asportare una protuberanza sul labbro che cominciava ad impedirgli di parlare e mangiare), un incrocio alienante e repressivo fra carcere ed ospizio che diventò insopportabile per il suo spirito.

John Hurt. The Elephant Man (1980, Paramount Pictures).

Perciò, quando nell’estate del 1884 seppe che il famoso Sam Torr stava per aprire un nuovo teatro di varietà, il Gaiety Palace, si lasciò alle spalle la carità avvelenata della workhouse e iniziò una nuova tappa come fenomeno da baraccone, una scelta professionale che, paradossalmente, all’epoca aveva poco di straordinario. Già nell’età elisabettiana la deformità fisica cominciò ad essere trattata come un oggetto d’interesse ed intrattenimento; la popolarità dei cosiddetti freak shows, esibizioni a rigoroso pagamento di stranezze di ogni tipo, reali (acondroplasia, ermafroditismo, gigantismo, irsutismo, rarezze “etniche”) o immaginarie (mutilati o tatuati, per citarne solo alcune) crebbe fino a diventare un successo commerciale nell’Inghilterra dell’Ottocento. Dopo la tournée locale, l’autunno portò Joseph a Londra sotto la direzione di un altro manager, Tom Norman, macellaio riconvertito in showman, il cui catalogo umano vantava, tra altre “meraviglie”, la donna più brutta del mondo ed il falegname senza braccia. “In quei giorni potevi esibire qualsiasi cosa -scrisse nelle sue memorie, The Penny Showman (1923)-, da un ago a un’ancora, da una pulce a un elefante (…). Quello che contava non era ciò che mettevi in mostra, ma la storia che inventavi”.

E “The Elephant Man” era, appunto, il nome d’arte di Merrick, figlio maledetto di una donna “investita mentre era al quarto mese di gravidanza da un grosso elefante, travolta e calpestata in terra d’Africa”. A causa della sua deformità estrema, troppo persino per gli standard del periodo, Joseph si esibiva all’interno del penny gaff di Norman, ovvero uno scadente teatro in cui andavano in scena rappresentazioni ispirate alle vite di ladri, assassini e altri spettacoli che esaltavano gli aspetti più macabri della condizione umana. Una combinazione di prezzi ultra ridotti e sensazionalismo che era diventato l’intrattenimento più popolare della classe bassa londinese, di pari paso con il suo equivalente cartaceo, i romanzi penny dreadful (“orrori per pochi spiccioli”). Tra la folla che si accalcava ogni giorno davanti al civico 123 (oggi, 259) di Whitechapel Road, una mattina di novembre apparì Treves, nel frattempo promosso a capo chirurgo dell’ospedale. Un incontro brutale (“Non avevo mai incontrato una terribile, degradata versione di un essere umano come questa”), con tanto di visita alla Pathological Society di Londra, che cambiò per sempre la vita dei due uomini e che segna l’inizio del film [GUARDA LA SCENA].

Anthony Hopkins. The Elephant Man (1980, Paramount Pictures).

Da allora, nell’opera di Lynch i destini di Frederick e Joseph rimangono legati: unico modo per salvarlo da quell’inferno, il chirurgo “compra” la libertà del giovane a Norman (“Bytes” / Freddie Jones), che ora dice di esserne il proprietario, ora parla di lui come un “socio in affari”, per mettere in evidenza la precaria libertà contrattuale di cui godé il vero Merrick, essendo il baraccone la sola opzione lavorativa (“Quello un aborto, che altro potrebbe fare?”). Treves sfida tutte le regole possibili per dare a Joseph una vita degna di essere chiamata tale, riuscendo a scovare il sostegno del direttore dell’ospedale, Francis Carr-Gomm (John Gielgud), la cui lettera aperta al London Time dà il via ad una sorta di crowdfunding avant la lettre per garantirgli l’alloggio permanente in due stanze del complesso sanitario. E così fu, ma due anni dopo il loro primo incontro (la vera data della lettera è il 4 dicembre del 1886). Perché si persero di vista? Alla fine dell’Ottocento, la società britannica, specie la “classe media”, cominciava a percepire i freak shows come contrari alla pubblica decenza –vennero definitivamente dichiarati fuori legge nel 1886.

Una presa di coscienza nei confronti di un mercato di degrado e sfruttamento che portò alla chiusura del baraccone di Norman poche settimane dopo l’incontro (“Questo spettacolo avvilisce chi lo vede e quella povera creatura. I fenomeni da baraccone sono un’altra cosa; questo è diverso, è mostruoso”). Joseph, pur di continuare a lavorare e non potendosi permettere il viaggio negli Stati Uniti -dove i freak shows goderono di popolarità fino a metà del XX secolo-, partì in tournée europea a Capodanno. Ma l’avventura diventò un incubo: in Belgio venne aggredito e derubato e miracolosamente riuscì a tornare a Londra nel giugno del 1886. Senza soldi, senza casa, senza amici, con un peggioramento della bronchite cronica, trovò la salvezza nel biglietto da visita di Treves. Lynch inserta questi fatti nell’ultimo terzo del film (all’interno di una trama inventata: con la connivenza del portiere dell’ospedale, Bytes sequestra Joseph), per non intasare il senso di scoperta progressiva della realtà di Merrick che vivono insieme lo spettatore e il chirurgo: prima, una patologia sconosciuta, spietata, un’ombra accademica dietro un lenzuolo bianco; senza passato, le capacità cognitive di quell’essere dal viso celato sembrano scarse.

Hannah Gordon e John Hurt. The Elephant Man (1980, Paramount Pictures).

Lei non è un uomo elefante, lei è Romeo.

Poi, l’uomo, e non uno qualsiasi: un giovane dalla sensibilità preziosa, la mente e l’anima di un poeta ingabbiato in un corpo impossibile. La riscoperta dell’affetto e del rispetto si snoda attorno a Madre Shead (Wendy Hiller), Anne Treves (Hannah Gordon) [“Non sono abituato ad essere trattato così bene da una donna così bella”. GUARDA LA SCENA], e, molto specialmente, la signora Kendall (Anne Bancroft), attrice che prova per Merrick una sincera amicizia, Romeo e Giulietta alla vittoriana, fra i momenti più emozionanti del film [GUARDA LA SCENA]. È proprio Shakespeare a chiedersi nell’Amleto “cos’è un uomo, se del suo tempo fa mercato e poi il guadagno è solo dormire e mangiare? Una bestia, niente più”. Questa domanda guida il viaggio filmico verso la dignità che esplode, appunto, nel discorso di Joseph alla stazione, assalito dalla folla e sull’orlo dello sfinimento. “Non sono un animale, sono un essere umano, un uomo!”. Perché in uno scenario in bianco e nero di industrializzazione imbizzarrita, l’alienazione viene simboleggiata nella dualità animale umano / animale non umano: se il nuovo macchinario aliena l’uomo, l’uomo “normale” aliena quelli che, volenti o nolenti, non si adeguano ai canoni sociali.

Così, la frase che Treves pronuncia davanti ad un operaio ferito in un incidente sul lavoro -“Cose infami, queste macchine, non si discute con loro”-, ci dona la chiave di lettura (e denuncia) del film. Solo quando Joseph si rivela capace di ragionare -nell’impressionante scena in cui recita il Salmo 23-, dotato di elevata intelligenza (“Perché non mi hai detto che sapevi leggere? / Avevo paura”), diventa, agli occhi di Carr-Gomm, depositario di empatia e dignità [GUARDA LA SCENA]. Una fallacia alle radici degli episodi più spaventosi della nostra storia recente. Lynch tira in ballo la moralità di tutte le persone coinvolte nella nuova vita di Merrick, senza sconti. È Treves, a modo suo, un “manager”? Niente affatto. Le sofferenze di Joseph diventano un problema di coscienza per gli altri solo nel momento in cui scoprono che anche lui ne ha una (“Questo capisce soltanto le maniere forti”, dice Madre Shead quando Joseph arriva in ospedale per la prima volta); al contrario, Treves, anche se nel contesto di una concezione pubblica della medicina, non lo vede mai come una malattia, ma come un uomo con una malattia (“Le conosce anche troppo bene”).

John Hurt. The Elephant Man (1980, Paramount Pictures).

Perché nella sua metamorfosi alla rovescia, dallo stato animalesco alla condizione umana, Merrick conosce tutte le sfaccettature di essa. E proprio quando il processo si completa, dopo una serata al Drury Lane Theater che fa di lui un membro di pieno diritto della società, il film mette simbolicamente fine alla vita di Joseph. Pura poesia su pellicola targata Lynch: muore “da uomo”, intento a dormire in posizione orizzontale, cullato dal potere salvifico dell’arte. Così accadde l’11 aprile del 1890. Aveva 27 anni e venne trovato sul letto della sua stanza con il collo rotto, “sdraiato -così diceva spesso- come una persona normale”, impossibile per colpa del peso della testa. Fu una decisione consapevole? Treves ne era convinto ed il film riprende questa ipotesi, plausibile: era già da due anni che la malattia avanzava con rapidità e Joseph, profondamente debole, dipendeva sempre più dalle cure di Treves e le infermiere. “Io sono felice ogni ora del giorno, amico mio, anche se dovessi sapere di morire domani. La mia vita è bella perché so di essere amato. Io sono fortunato e non potrei dirlo se non fosse stato per lei” [GUARDA LA SCENA].

Anthony Hopkins e John Hurt. The Elephant Man (1980, Paramount Pictures).

Dunque, Mel aveva ragione? Quasi. Il film ottenne otto candidature agli Oscar (sì, compreso miglior attore), ma non vinse nessuna statuetta. Aneddoti che hanno fatto crescere la leggenda attorno ad un film, come il suo protagonista, semplicemente straordinario. Dopo quella serata, il celebre produttore disse: “Fra dieci anni Gente comune [miglior film] sarà la risposta ad un gioco di società, ma la gente continuerà a vedere The Elephant Man”. E se prima abbiamo dato retta a Lynch, adesso facciamo lo stesso con Brooks perché “se lo vedi e dentro non ti si smuove qualcosa, non voglio conoscerti”. Parola di John Hurt.

THE ELEPHANT MAN. Un film di David Lynch (Regno Unito-USA, Brooksfilms, 1980). Durata: 123′. Soggetto: basato in The Elephant Man and Other Reminiscences, Frederick Treves, 1923. Sceneggiatura: Christopher De Vore, Eric Bergren, David Lynch. Interpreti: John Hurt, Anthony Hopkins, Anne Bancroft, John Gielgud, Wendy Hiller, Freddie Jones, Hannah Gordon. Riconoscimenti: BAFTA al miglior attore protagonista per John Hurt, al miglior film e alla migliore sceneggiatura. Premio César al miglior film straniero. Grand Prix del Festival internazionale del cinema fantastico di Avoriaz.

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