“IL CORVO” DI EDGAR ALLAN POE: ANATOMIA DI UN BRIVIDO

Nel mondo del flamenco, il “duende” fa riferimento agli sprazzi di puro genio in cui l’anima dell’artista si fa tangibile. È un’espressione molto difficile da tradurre, una difficoltà che non ha niente a che vedere con il fatto di essere o meno di madrelingua spagnola, bensì con l’essenza stessa di quel “duende”, quel qualcosa in più che abbraccia i talenti sconfinati e che permea The Raven, uno dei gioielli del nostro maledetto tra i maledetti preferito, Edgar Allan Poe.

Poe, il vero influencer

Poche pièces poetiche si sono incastonate nell’immaginario contemporaneo come Il corvo e il suo “mai più”, che ha invaso tutti i campi della creazione artistica. Tutti, letteralmente: dalla gloriosa prima puntata di Halloween dei Simpson al tour de force di Vincent Price nella saga cinematografica diretta da Roger Corman, dalla musica di The Alan Parsons Project e Freddie Mercury alle citazioni presenti nei romanzi di Stephen King e della DC (sì, anche Joker lo cita); il regio volatile ha persino battezzato la squadra di rugby di Baltimora ed è diventato immortale nelle voci di sir Christopher Lee, Basil Rathbone, James Earl Jones e, ancora una volta, il maestro Price [Siamo di parte: VINCENT PRICE, IL DANDY DELL’ORRORE]. Un’influenza culturale impossibile da misurare, un fascino che continua a regnare incontrastato nel XXI secolo.

Vincent Prince in The Raven. Roger Corman, 1963.

Un successo che fu immediato, dalla prima pubblicazione del poema, il 29 gennaio del 1845, sulle pagine del New York Evening Mirror; nelle settimane seguenti, Il corvo venne ristampato in tutti gli angoli degli Stati Uniti, illustrato, recensito, parodiato, citato persino in pubblicità. E il suo autore, un 36enne che galleggiava tra debiti, alcol e oppiacei [Scopri di più: I POETI MALEDETTI, TRA IL GENIO E L’ABISSO], divenne all’improvviso una celebrità nazionale. La popolarità di Poe era tale che veniva fermato per strada e chiamato ovunque per fare letture drammatizzate del poema, salutate con entusiasmo nei principali giornali e riviste letterarie. E già il suo primo traduttore europeo, Stèphane Mallarmè, difese la necessità di una traduzione “in prosa”, poiché “nessuna lingua sarà mai in grado di ricreare la magia verbale dell’originale”.

Uno spartito perfetto

Nel aprile del 1846 Poe pubblicò un saggio intitolato The Philosophy of Composition sul Graham’s Magazine, nel quale, cavalcando l’onda del successo de Il corvo, spiegava la sua teoria poetica e narrativa, una ricerca dell’unicità attraverso un controllo assoluto dello stile e degli argomenti: “Nessuna parte di questa poesia è da riferire al caso o all’intuizione, e l’opera procedette verso il suo compimento con la rigorosa consequenzialità di un problema matematico”.

Illustrazione di Édouard Manet per Le Corbeau di Stèphane Mallarmé, 1875.

Molto si è parlato della “filosofia della composizione” del poeta e un dubbio rimane tutt’oggi: fino a che punto rispecchiava la sua tecnica di scrittura? Un Poe architetto delle lettere, analitico, razionale, può sembrare demenziale, ma è indiscutibile che questa “unità d’effetto” come base del processo di creazione letteraria spiega con strana lucidità l’autorità de Il corvo e conferma le paure di Mallarmè sull’impossibilità di tradurre la tragica armoniosità, ormai ipnotica, del poema.

Poe la sviluppa attraverso quello che la metrica classica denomina “trocheo”, ovvero, un piede di ritmo discendente formato da una sillaba lunga e una breve. 18 strofe metricamente uguali per trasmettere tutta la claustrofobia della stanza chiusa nella quale si svolge l’azione. Un’azione che, però, è un vero e proprio racconto, un perfetto crescendo di orrore che evoca la perturbatrice atmosfera gotica de La caduta della casa degli Usher. Semplicemente geniale.

Era una notte buia e tempestosa…

Illustrazione di John Tenniel per Il corvo, 1858.

Perché la storia della stirpe maledetta degli Usher e Il corvo sono probabilmente le due opere di Poe che riflettono con maggiore intensità uno dei motivi ricorrenti (e fondamentali) nel suo corpus letterario: la strutturazione del mondo oggettivo come un riflesso del mondo soggettivo.

Il poema comincia allo scoccare della mezzanotte, una sera di dicembre: un giorno spento, un mese spento, un anno spento, coccolano l’anima spenta del narratore, che, “stanco e affaticato”, alla luce del “riflesso sonnolento dei tizzoni in agonia” sul pavimento, sfoglia vecchi libri di scienze e filosofie dimenticate, ai quali chiede “invano una virtù per scordare la perduta mia Lenora”; sospeso tra veglia e sonno, sente -almeno, così crede- bussare alla porta. “Un viatore o un pellegrino”, cerca di autoconvincersi, “e nulla più!”.

Dietro la porta trova “un gran buio, e nulla più”, ma la calma dura poco. “Un nuovo strepito” arriva dalla finestra. “Sarà il vento e nulla più”? No, un corvo che irrompe nella stanza e “come un lord si diresse ad un busto di Minerva, proprio sopra alla mia porta, scese, stette e nulla più”.

È il momento che segna l’inizio della discesa nel Maelström guidato dal Caronte nero, definita dalla contrapposizione tra due mondi in conflitto: da una parte, c’è la luce, la sapienza e “quella vergine che gli angeli ora chiamano Lenora”; dall’altra, le forze dell’oscurità, che estendono le loro ombre su qualsiasi speranza. La vita e la morte, legate “dall’umana sete di auto-tortura”, nelle parole di Poe, esplorata con maestria in altri racconti, in particolare Il cuore rivelatore.

Così, il viaggio negli inferi del narratore comincia con il tentativo impossibile di razionalizzare la situazione (“Altri amici m’han lasciato! Il mattin non sarà giunto ch’egli pur m’avrà lasciato! (…). Chi a tale ritornello l’addestrò, forse quaggiù sarà stato infelice”), poi passa per la speranza irrazionale (“Di’ a quest’anima se ancora potrà unirsi a un’ombra cara che chiamavasi Lenora!”) e finisce con la scoperta del vero orrore, che è proprio l’assenza di fantasmi.

E il corvo, prima simbolo dell’eterna e luttuosa rimembranza, diventa una creatura demoniaca: “O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora! o l’Averno t’abbia inviato”. Non sente più l’eco della sua voce, come succedeva all’inizio della notte, ma quella dell’inatteso interlocutore, che ha una sola risposta per tutte le domande: “Mai più”, Lenora non ritornerà mai più, gli innamorati non si rincontreranno, nemmeno nell’aldilà, mai più. È la disperazione assoluta, la constatazione del suo niente (Amici miei docet), di ciò che aveva visto la prima volta che aprì la porta: il buio, “e nulla più”. La chiusura perfetta di un capolavoro. “E la bestia è sempre assorta (…) proprio sopra alla mia porta! Il suo sguardo sembra il guardo — d’un dimon che sogni (…) e il mio spirito, stretto all’ombra di quel circolo maliardo, non potrà surger mai più!”.

Ispirazioni volatili (e non)

Illustrazione di Gustave Doré per l’ultimo verso de Il corvo, 1884.

Il corvo non fu l’unica opzione di Poe. Nella rosa dei finalisti vi erano anche un pappagallo e un gufo, ma il vincitore fu quello che meglio si adattava alla sua idea di “profeta”, presente in molte tradizioni culturali, da Ovidio alla Bibbia, passando per la mitologia scandinava, per citarne solo alcune.

L’ispirazione diretta arrivò da Charles Dickens: Poe aveva recensito Barnaby Rudge per il Graham’s Magazine ed era rimasto affascinato dal personaggio di Grip (a sua volta, alter ego letterario del corvo domestico di Dickens), riflettendo sulle infinite possibilità di un volatile parlante nella finzione.

A proposito: si dice che sia Grip il corvo imbalsamato che sorveglia gli scaffali della Free Library di Philadelphia. Sarebbe il minimo per questa musa dell’Ottocento. Forse un giorno si deciderà a parlare: mai dire mai.

La seconda grande ispirazione -la metrica e l’uso sublime delle allitterazioni e delle rime interne- fu il poema Lady Geraldine’s Courtship di Elizabeth Barrett Browning, che Poe aveva recensito (e se n’era innamorato) per il Broadway Journal. Non a caso, la raccolta Il corvo e altri poemi comincia con queste parole: “A miss Elizabeth Barrett Browning, di Inghilterra, io dedico questo volume, con la più entusiasta ammirazione e la più sincera stima”. Niente male.

E la terza fu un riflesso dei tormenti umani, troppo umani, del nostro maudit. Nella Filosofia della composizione affermava che “la morte di una donna bella è il più poetico topos letterario al mondo”, un terreno che aveva setacciato sin dall’infanzia; presente in quasi tutte le sue creazioni, Il corvo non fu un’eccezione: mentre lo scriveva, sua moglie, Virginia, stava per diventare la terza donna della sua vita a morire di tubercolosi, dopo sua madre e sua matrigna (e anche suo fratello).

Poe era ben consapevole del destino ineluttabile dell’amata e la mancanza di fondi non faceva che aumentare la disperazione: senza diritti di autore, chiunque poteva pubblicare il poema e non pagare un solo dollaro. La giovane morì nel gennaio del 1847 e, nell’ottobre del 1849, Edgar venne trovato in stato delirante sulla banchina del porto di Baltimora. Il resto è storia. Una storia che, 175 anni dopo, continua a bussare alle porte delle stanze nascoste dell’anima umana. Anzi, alle finestre.

I versi citati nell’articolo appartengono alla traduzione di Ernesto Ragazzoni, poeta e giornalista novarese (1870-1920), probabilmente la prima grande versione italiana de Il corvo.

The Raven

Once upon a midnight dreary, while I pondered, weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore—
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
“’Tis some visitor”, I muttered, “tapping at my chamber door—
Only this and nothing more”.

Ah, distinctly I remember it was in the bleak December;
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow;—vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow—sorrow for the lost Lenore—
For the rare and radiant maiden whom the angels name Lenore—
Nameless here for evermore.

And the silken, sad, uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me—filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
“’Tis some visitor entreating entrance at my chamber door—
Some late visitor entreating entrance at my chamber door;—
This it is and nothing more”.

Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
“Sir,” said I, “or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you”—here I opened wide the door;—
Darkness there and nothing more.

Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the stillness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, “Lenore?”
This I whispered, and an echo murmured back the word, “Lenore!”—
Merely this and nothing more.

Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
“Surely”, said I, “surely that is something at my window lattice;
Let me see, then, what thereat is, and this mystery explore—
Let my heart be still a moment and this mystery explore;—
’Tis the wind and nothing more!”.

Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately Raven of the saintly days of yore;
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door—
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door—
Perched, and sat, and nothing more.

Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
“Though thy crest be shorn and shaven, thou,” I said, “art sure no craven,
Ghastly grim and ancient Raven wandering from the Nightly shore—
Tell me what thy lordly name is on the Night’s Plutonian shore!”
Quoth the Raven “Nevermore”.

Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning—little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door—
Bird or beast upon the sculptured bust above his chamber door,
With such name as “Nevermore”.

But the Raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing farther then he uttered—not a feather then he fluttered—
Till I scarcely more than muttered “Other friends have flown before—
On the morrow he will leave me, as my Hopes have flown before”.
Then the bird said “Nevermore”.

Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
“Doubtless,” said I, “what it utters is its only stock and store
Caught from some unhappy master whom unmerciful Disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore—
Till the dirges of his Hope that melancholy burden bore
Of ‘Never—nevermore’”.

But the Raven still beguiling all my fancy into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird, and bust and door;
Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore—
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
Meant in croaking “Nevermore”.

This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom’s core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion’s velvet lining that the lamp-light gloated o’er,
But whose velvet-violet lining with the lamp-light gloating o’er,
She shall press, ah, nevermore!

Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
“Wretch”, I cried, “thy God hath lent thee—by these angels he hath sent thee
Respite—respite and nepenthe from thy memories of Lenore;
Quaff, oh quaff this kind nepenthe and forget this lost Lenore!”
Quoth the Raven “Nevermore”.

“Prophet!” said I, “thing of evil!—prophet still, if bird or devil!—
Whether Tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted—
On this home by Horror haunted—tell me truly, I implore—
Is there—is there balm in Gilead?—tell me—tell me, I implore!”
Quoth the Raven “Nevermore”.

“Prophet!” said I, “thing of evil!—prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us—by that God we both adore—
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels name Lenore—
Clasp a rare and radiant maiden whom the angels name Lenore.”
Quoth the Raven “Nevermore”.

“Be that word our sign of parting, bird or fiend!” I shrieked, upstarting—
“Get thee back into the tempest and the Night’s Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken!—quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!”
Quoth the Raven “Nevermore”.

And the Raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming,
And the lamp-light o’er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted—nevermore!

Edgar Allan Poe, 1845

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