CARAVAGGIO, IL BELLO DEL BRUTTO

Incoronazione di spine, c. 1603. Kunsthistorisches Museum, Vienna.

Quello che va dalla fine del ‘500 ai primi anni del ‘600 fu un periodo reduce, in ambito artistico, dallo spirito rinascimentale e da maestri del calibro di Michelangelo, Raffaello e Tiziano, che avevano prodotto capolavori di una perfezione e di una bellezza assoluta, in cui armonia e proporzioni si univano alla elevatezza della composizione e dei soggetti rappresentati. Bellissimi, perfetti, ultraterreni.

Caravaggio e il distacco dai canoni

È questa la situazione artistica in cui Caravaggio si immerge quando fa il suo ingresso nel mondo artistico: un mare di putti cicciotti e sorridenti, di figure angeliche e luminose, di possenti eroi dal volto e fisico perfetti, invincibili. L’apice della perfezione, come mai più venne raggiunta nei secoli avvenire. Chiunque avesse voluto diventare un pittore di talento, doveva avere come punto di riferimento i grandi maestri del Cinquecento ed aspirare ad avvicinare la propria arte alla grande produzione artistica degli anni precedenti.

Inquadrando l’operato di Caravaggio nel suo contesto di riferimento, è assai facile capire perché la sua opera venga considerata una vera e propria rivoluzione nella storia dell’arte. Nei quadri di Caravaggio non c’è niente di aulico, nessun compromesso: creature mitologiche e celestiali completamente schiantate a terra, in mezzo al fango e alla polvere che graffiano i volti e sporcano i piedi dei soggetti rappresentati.

Fino a quel momento, i modelli scelti dagli artisti erano stati delle semplici figure di riferimento, usati soltanto per dettare le linee essenziali nella posa e nel drappeggio delle vesti, per poi essere completamente trasfigurati e aggiustati in modo da non essere riconoscibili, dando vita così a figure angeliche e divine che nulla avevano più a che fare con il soggetto originario.

Caravaggio inverte drasticamente la tendenza, dipingendo i modelli esattamente come erano, senza renderli più belli o aggiustarne i difetti: i suoi occhi non vedevano un modello per un dipinto, vedevano l’esatta persona che stava di fronte a lui, con i suoi pregi e i suoi difetti, la faccia stanca, le occhiaie, a volte le mani sporche, un ciuffo di capelli fuori posto.

La dignità dei vinti

Ma ciò che creò scalpore nell’ambiente artistico dell’epoca non fu tanto il realismo delle riproduzioni quanto la scelta dei modelli: persone prese da osterie, bordelli, prostitute, gente presa nei quartieri più squallidi della città, che lo stesso Caravaggio amava frequentare, non di rado facendosi conoscere per i suoi eccessi, che si concludevano spesso in risse e furibonde liti.

Michelangelo Merisi non era affatto simpatico. Se avessimo avuto la possibilità di conoscerlo, probabilmente lo avremmo detestato ed evitato come la peste. Violento, litigioso, superbo, testardo, assassino. E anche un raccomandato. Più di una volta riuscì a togliersi dai guai grazie all’amicizia e alla protezione di personaggi influenti, che lo aiutarono a fuggire anche dopo aver ucciso un uomo durante una rissa, per evitargli la pena capitale.

Eppure, il furioso Caravaggio, fu l’unico a riuscire in una delle più nobili rivoluzioni artistiche della storia: dare spazio nell’arte al brutto, all’imperfezione, alla gente comune. Con Caravaggio anche i poveri, gli ultimi, gli emarginati, diventarono degni di rappresentazione artistica, e all’altezza di servire da modelli per personaggi storici e persino religiosi.

Fanciullo con canestro di frutta, c. 1594. Galleria Borghese, Roma.

Luce e tenebra

La rivoluzione di Caravaggio non fu solo formale, ma anche stilistica. Il disegno, gli sfondi e l’ambientazione scompaiono completamente: niente cielo, niente terra, quasi mai uno sfondo. La logica del disegno e della composizione sono completamente piegati a due elementi principali: luce e tenebra.

I soggetti sembrano spuntare direttamente dall’oscurità, mentre una luce, come in una scenografia teatrale, illumina soltanto la scena e i soggetti principali, attirando l’attenzione sul punto focale della composizione e dando ai protagonisti una tridimensionalità mai raggiunta fino a quel momento in pittura.

La sua abilità pittorica, che nulla aveva da invidiare ai grandi pittori del rinascimento, l’estrema fedeltà con cui i soggetti venivano rappresentati e la tridimensionalità data dalla contrapposizione di ombra e luce rendono i quadri del Caravaggio di un tale realismo da farci credere che quella scena si sia realmente svolta in quel luogo, con quelle persone, e che l’immagine sia stata catturata dall’occhio dell’artista per riportarla a noi e raccontarci cosa sia successo in quel preciso istante.

Si può dire che Caravaggio abbia realizzato la prima fotografia della storia!

In carne mortale

Il successo di Caravaggio attirò non soltanto le commesse di lavori e la stima di una buona fetta di critici e mecenati dell’epoca, ma, complice anche il suo temperamento non proprio accomodante, anche un gran numero di detrattori, che cercavano di screditare lui e la sua arte, bollandola come una mostruosità, il frutto malato della sua anima violenta. Prima ancora di essere effettivamente un assassino, in molti lo accusarono di essere l’assassino dell’arte e della bellezza.

Il suo dipinto Morte della Vergine fu addirittura rifiutato dall’Ordine dei Carmelitani Scalzi che avevano commissionato la tela per la Chiesa di Santa Maria della Scala a Roma. I frati avevano fatto richiesta a Caravaggio di dipingere un quadro che avesse come soggetto la morte della Vergine Maria. La colpa di Caravaggio fu di aver rappresentato esattamente ciò che chiedevano.

Caravaggio rappresentò una morte che niente aveva di mistico. La scena della morte di Maria non è rappresentata simbolicamente, con angeli e santi pronti a condurla nel suo posto in paradiso con squilli di trombe. Nessuna luce divina che scenda dal Cielo a simboleggiare l’ascesa di Maria. Niente di tutto questo. Il soggetto del quadro non è l’ascesa al Cielo di Maria, ma la sua morte intesa in senso fisico. E nulla più, se non la disperazione dei suoi compagni, dei cari che, intorno ad un semplice letto e in una stanza modestissima, piangono la loro perdita.

Morte della Vergine, c. 1606. Musée du Louvre, Parigi.

Ad aggiungere scandalo e indignazione, il fatto che qualcuno insinuò che la Vergine avesse le fattezze di una prostituta, morta poco tempo prima annegata nel Tevere. Una leggenda alimentata dalla rappresentazione della Vergine con il ventre gonfio. La verità su quale fosse stata l’ispirazione di Caravaggio, non è mai stata data per certa. Quel che è vero è che la Vergine ritratta aveva sì, il ventre gonfio, ma probabilmente la simbologia che Caravaggio voleva attribuire a questo particolare era riferita al frutto che il suo ventre aveva custodito e generato.

Rappresentare la Vergine morta, intesa come sola morte fisica, era già di per sé uno scandalo. Prendere addirittura come modello una prostituta, questo scatenò su Caravaggio una bufera seconda soltanto a quella che di lì a poco gli piombò addosso a causa dell’uccisione di Ranuccio Tommasoni, che gli costò la pena capitale.

Caravaggio scappò da Roma, continuò a vivere e a dipingere ancora, per parecchi anni, illuminando la scena artistica con le sue opere, per poi morire a Porto Ercole, inseguendo le tele che avrebbero dovuto procurargli la cancellazione della sentenza di morte.

Dall’arrivo di Caravaggio la pittura non fu più la stessa, ma anche se in molti seguirono la sua rivoluzione stilistica, nessuno come lui, né prima né dopo, riuscì a scavare così a fondo la brutalità fino a trovare, in fondo alla polvere, una nuova, immensa bellezza.

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