DAL CAPPOTTO DI GOGOL

Gli scrittori russi assicurano: Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’.

Eugène-Melchior de Vogüé, Revue des deux mondes, 1, 1885.

“Il cappotto” di Nikolaj Gogol’ (1842) è ambientato a Pietroburgo, durante l’impero di Nicola I, ma la storia potrebbe svolgersi in qualsiasi città. Ieri, oggi, domani. Perciò interpretiamo la frase di De Vogüé combinando i due livelli -letterale e simbolico- con cui la gloriosa tradizione letteraria russa ha sempre giocato: le vicende di Akakij Akakievič Bašmačkin non soltanto esercitarono un influsso diretto incommensurabile sulle successive generazioni, da Dostoevskij a Kafka, ma stabilirono anche un modello di denuncia sociale che ha varcato tutte le frontiere cronologiche e geografiche.

Questo umile funzionario “dal colore emorroidale”, una vita dedicata alla copia compulsiva di documenti di cancelleria, è la prima tappa di un cammino brillante di analisi, lungo il quale troviamo il commesso viaggiatore Willy Loman di ⇒ Arthur Miller, il cottimista Lulù Massa di ⇒ Elio Petri e ⇒ Gian Maria Volontè, o il ragioniere Ugo Fantozzi di Paolo Villaggio: maglie intercambiabili di una catena produttiva disumanizzata, da una scrivania del primo Novecento al “sogno americano” nel Bronx del dopoguerra, da una fabbrica milanese negli anni 70 alla Megaditta.

Tutti “prestano tragicamente servizio” in dipartimenti dello stesso sistema, che adotta facce e colori diversi a seconda del momento storico: l’ufficio di Akakij è un altro osso del mastodonte burocratico della Russia zarista, non sappiamo quali siano i prodotti che Willy vende di città in città, e Lulù fa i pezzi “che servono per un motore lì, che poi va a finire in un’altra macchina, che, però, non è lì” [Scopri di più: GIAN MARIA VOLONTÈ, LO SGUARDO RIBELLE]. E Villaggio non ci raccontò mai di quale settore si occupasse l’ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica. Non ce n’era bisogno.

Renato Rascel e Giulio Calì ne Il cappotto. Alberto Lattuada, 1952.

Perché “Il cappotto” di Gogol’ è la metafora universale di un macchinario di sfruttamento che costringe gli esseri umani (o ciò che di essi rimane) a indossare un distintivo del loro status. I giorni di Akakij sono tutti uguali: trascorre le mattine in ufficio, svolgendo sempre le stesse attività, incapace di affrontare compiti leggermente diversi, e le sere nella sua piccola stanza, dove continua a copiare documenti, dopo una cena frugale. Un’esistenza piena di condizionamenti e priva di stimoli, come quella di Fantozzi, tornato in ufficio nel suo primo giorno da pensionato.

Akakij è il nulla in una società stratificata e crudele, mortificato e deriso dai colleghi e dai superiori, che nascondono così le proprie frustrazioni. Il suo “Perché mi offendete? Lasciatemi stare!” è il “Merdaccia!” del ragioniere e il “Buffone” di Willy, valvole di sfogo nella sempiterna guerra tra i poveri. Dopo aver abdicato alla sua vita privata, personale, morale, intellettuale, reagisce solo quando la neve e il vento, che soffia “a tratti, come raffiche di mitra” (a spasso sulla Prospettiva Nevskij, è impossibile non citare il maestro Battiato) mettono in pericolo quella “fisica”.

La sentenza del sarto Petrovič è inappellabile: “Non sopravvivrai all’inverno con questo cappotto”. Ce ne vuole uno nuovo di zecca, vale a dire, mesi di privazioni e sacrifici, dai pranzi dimezzati alle passeggiate in punta dei piedi per non consumare le suole. Il miracolo avviene e riesce a risparmiare i rubli con i quali Petrovič confeziona un capolavoro tessile che diventa il passe-partout del girone dei riusciti: le voci di corridoio finiscono e il fiammante cappotto spezza l’assoluta ripetitività della sua esistenza, fino a “regalargli” l’invito a una festa dai padroni.

Renato Rascel e Giulio Calì ne Il cappotto. Alberto Lattuada, 1952.

Ma, quando i bisogni diventano sogni, niente può funzionare. Come in una favola, allo scoccare della mezzanotte, nella solitudine assordante della grande città, l’incantesimo si rompe e Akakij viene derubato del cappotto, una sorta di punizione divina (o, peggio ancora, sociale) per aver calpestato terreni che non gli appartenevano, come “i micidiali frac” affittati da Fantozzi e Filini, o il completo che Biff indossa quando va (invano) a cercare un nuovo lavoro, dopo anni sprecati a rincorrere sogni altrui [Scopri di più: MORTE (E VITA) DI UN COMMESSO VIAGGIATORE].

La sicurezza e lo status scompaiono e l’assurdo della sua esistenza schiaffeggia Akakij: si è sacrificato nell’altare di una bestia che annichilisce la condizione umana; il problema non è l’inverno, è il sistema. In giro con il vecchio straccio, le richieste disperate di aiuto non trovano destinatario; ancor di più, viene nuovamente ignorato e umiliato, e muore di freddo nell’indifferenza generale. “Ho dedicato 34 anni della mia vita a questa ditta e non so come pagare l’assicurazione”, grida Willy, “non si può spremere un uomo come un limone e buttarlo via nella spazzatura!”.

Poche ore dopo, un nuovo funzionario si siede nella scrivania di Akakij, così come un giovane commesso sostituisce Loman. “Che vita è la nostra?”, si chiede anche Lulù, “questo è un pro forma!”, che vale quanto è capace di produrre. Non c’è speranza? Nell’apoteosi della genialità gogoliana, il fantasma di Akakij (ri)sveglia la cattiva coscienza del “personaggio importante” che gli aveva negato giustizia e si impadronisce del suo bellissimo cappotto. Che questo pezzo maestro (ri)svegli il nostro diritto alla speranza e alla ribellione. E che questo risveglio non arrivi troppo tardi.

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