CALIGARI, IL TIRANNO (IN)VISIBILE

Quando Il gabinetto del dottor Caligari uscì in sala, l’espressionismo era già una realtà affermata nel mondo delle arti: Die Brücke e le Fauves si erano formati nel 1905 e Der Blaue Reiter, nel 1911, Erich Mendelsohn aveva progettato l’Einsteinturm nel 1917 e, da almeno un paio di anni, il movimento era anche esploso sul palcoscenico.

La settima arte fu l’ultima ad approdare alla riva espressionista, ma l’attesa ne valse la pena, poiché mise alcune delle immagini più iconiche del primo Novecento cinematografico al servizio di questa ribellione della soggettività. E raggiunse la vetta nel gabinetto di Caligari (Werner Krauss), showman itinerante proprietario di Cesare (Conrad Veidt), un sonnambulo con il dono della veggenza. L’arrivo della strana coppia a Holstenwall coincide con l’inizio di una serie di assassinii che mettono a repentaglio la tranquillità del paese e accendono una giostra di accuse e sospetti che finisce col primo grande colpo di scena della storia del cinema: il narratore, Francis (Friedrich Fehér), la sua fidanzata, Jane (Lil Dagover), rapita da Cesare, ed il proprio sonnambulo sono pazienti di un manicomio gestito dal dottore.

Il regista Robert Wiene si immerge nello straordinario viaggio all’incontrario -dall’anima dell’artista alla realtà- segnato dalla bussola espressionista e lo mette su pellicola nel modo più estremo, affiancato dagli sceneggiatori Carl Mayer e Hans Janowitz e da alcuni degli attori che, provenienti dalla migliore tradizione teatrale, avrebbero dominato il panorama cinematografico tedesco negli anni a venire. Il tutto, in un mondo creato in vitro da Walter Reinmann, una scenografia dipinta a mano che sfida tutte le leggi della fisica. Angoli tortuosi e luci impossibili per conformare un gabinetto allegorico di abbandono e isolamento che non solo riflette lo stato emozionale e mentale di Francis, ma anche -e soprattutto- quello di un Paese allo sbando dopo la prima sconfitta mondiale.

A questa Repubblica di Weimar applicò il critico Siegfried Kracauer la mappa concettuale della Scuola di Francoforte nel suo straordinario Da Caligari a Hitler. Una storia psicologica del cinema tedesco, scritto durante l’esilio negli Stati Uniti e pubblicato per la prima volta nel 1947: il cinema, attività collaborativa e modellata dalle forze del mercato, rivela l’inconscio della massa, che, nel caso della Germania tra il 1919 e il 1933, dondolava tra l’ordine e il caos, profetizzando così l’ascesa del nazismo. Caligari è il padrone di uno schiavo senza emozioni, preparato per uccidere senza ragione. Ma, quando si apre il campo di visione, si scopre che è anche il direttore del manicomio: tutti i pazienti sono sotto il suo controllo, Cesare è soltanto un altro soldato. Standardizzato, omologato, spersonalizzato.

Il gabinetto del dottor Caligari è un gioco di specchi che ci restituisce il riflesso del governo tedesco mandando i giovani a morire nelle trincee della Grande guerra [Scopri di più: ANNA COLEMAN, LE MASCHERE DELLA VITA], ispirato alle esperienze di Janowitz e Mayer durante il conflitto e la conseguente perdita di fiducia nell’autorità. Ciò che in un primo momento gli spettatori non vedono -o ci mettono del tempo a farlo, o non lo vogliono vedere affatto- è che Caligari è l’assassino, anche se non commette direttamente i crimini. È lui a tirare fuori il lato oscuro dei soldati, che non si pongono domande. E, se cominciano a mettere in questione gli ordini (Cesare) o a denunciarli (Francis), le conseguenze sono inesorabili: l’ostracismo, il ritorno -in peggiori condizioni- sotto il controllo del tiranno, la morte.

Dove risiede, dunque, la pazzia: nelle autorità costituite o nel popolo che ha liberamente scelto la sua autodistruzione? L’idea di controllo sociale non è, però, patrimonio esclusivo di Caligari: ripercorre tutto il cinema del periodo, un costante rapporto di amore e odio col potere che parte dal Golem di Paul Wegener (1920), passa dal conte Orlok di Friedrich W. Murnau e dal dottor Mabuse di Fritz Lang (1922) e arriva nella Metropolis (1927) che annoda tutte le paure di Weimar attorno alle perversioni della modernità urbana, anche se con tanto di utopia finale. Sono esseri -umani o meno- che si celano nelle ombre e sottomettono tutti alla loro volontà, tiranni onnipotenti in mondi popolati da sonnambuli, tiranni che stanno ovunque e in nessun luogo.

Il gabinetto del dottor Caligari è il primo horror psicologico della storia del cinema e il primo film dell’orrore stricto sensu, gettando le fondamenta di una rivoluzione cinematografica -lo sviluppo del concetto di “clima” o “atmosfera” per arricchire la narrativa filmica- che esploderà due anni dopo nel primo horror gotico, Nosferatu [Scopri di più: NOSFERATU, DI VAMPIRI ABUSIVI E CAPOLAVORI IMMORTALI]. Una rivoluzione che valicherà i confini del muto e, dai primi gioielli horror sonori -basti citare M, il mostro di Düsseldorf (con un Lang decisamente meno ottimista) o il Frankenstein di James Whale (1931)-, passerà ai migliori noir, che faranno un uso brillante dell’arsenale espressionista, determinando l’evoluzione del linguaggio filmico fino ai nostri giorni.

Con il capolavoro di Wiene, il mondo delle immagini in movimento compì il passo decisivo, dall’intrattenimento all’arte; pochi film hanno esercitato un’influenza paragonabile alla sua, non solo nell’universo strettamente cinematografico, ma anche nell’immaginario culturale e sociologico del XX secolo, e non ci sorprende che sia ancora uno dei più studiati e influenti al mondo. Nel 1920, Il gabinetto del dottor Caligari ci pose una domanda: quanto ci mette un comune cittadino a dissolversi nella massa, ad abdicare alle proprie responsabilità pur di vivere tranquillo, anche se sa che questo comporterà la sua morte morale e, nei casi più estremi, fisica? Un secolo dopo, continuiamo a guardarci allo specchio delle nostre fragilità, facendo finta di non aver scoperto la risposta.

DAS CABINET DES DR. CALIGARI (IL GABINETTO DEL DOTTOR CALIGARI). Un film di Robert Wiene (Decla-Film-Gesellschaft, Germania, 1920). Durata: 77′. Soggetto e sceneggiatura: Carl Mayer, Hans Janowitz. Interpreti: Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Fehér, Lil Dagover, Hans Heinrich von Twardowski, Rudolph Lettinger.

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