BRUNO GANZ CHE SEI NEI CIELI

All’indomani della morte di Bruno Ganz, nei mezzi di comunicazione di massa si diffusero a macchia d’olio titoli come “quello che divenne famoso grazie al video-parodia di Hitler” o “eterno Hitler”, con tanto di omaggio commosso (si fa per dire) “con i migliori meme”. Sipario.

La sua fine (fisica), usando l’espressione coniata da Tiziano Terzani, non ebbe niente a che vedere con il nostro inizio, bensì con la constatazione di vivere in un tempo scandalosamente mediocre. Perché quella interpretazione non fu, non è, che un’altra delle sue meraviglie, un’altra vertebra nella spina dorsale del cinema che fu, è, Bruno Ganz. Una carriera sulla linea mediana dei più importanti nomi e movimenti della settima arte tedesca ed europea; anzi, alzando la scommessa, senza paura di perderla, possiamo dire che l’attore svizzero fu, è, l’Europa sul grande schermo (e sul palcoscenico).

Il cielo sopra Berlino. Wim Wenders, 1987.

Principe dell’effervescente teatro tedesco degli anni 60 e 70, nel glorioso Schaubühne di Peter Stein, e identikit del Neuer Deutscher Film, diventò il flâneur più attento, tenero e affascinante di un continente in lotta perenne contro i propri fantasmi. Un uomo solo in viaggio verso il cuore delle tenebre: quelle ataviche, popolate da creature tormentate dalla solitudine, sentendo sul collo l’alito di Nosferatu (Nosferatu: Phantom der Nacht, Werner Herzog, 1979), ma anche quelle che arrivano “con una faccia sorridente”, come vengono definite da Oliver Hirschbiegel, regista de La caduta (Der Untergang, 2004).

E non possiamo pensare a una definizione migliore dell’ascesa dei totalitarismi negli anni 30. Eppure, i critici che cercarono di sollevare scadenti polemiche, parlando di un ruolo “controverso” -Ganz avrebbe “umanizzato” la figura di Hitler-, forse sono ancora convinti che a mettere in movimento il macchinario dell’orrore del nazismo fosse un ente dell’aldilà e non dei semplici essere umani. Si tratta di uno dei più straordinari studi del male mai visti su pellicola, un’interpretazione antica, tangibile, tellurica, omicida. E umana, sì, troppo umana, e perciò veramente spaventosa. E inarrivabile.

L’amico americano. Wim Wenders, 1977.

Per l’Europa post-bellica ci portò a spasso, attraverso uomini dalle radici sfilacciate, che, come Jonathan Zimmermann ne L’amico americano (Der Amerikanische Freund, Wim Wenders, 1977), si affacciano al punto pubblico e privato di non ritorno, in un mondo omogeneizzato, vigilato, assassino. Tempi con Il coltello in testa (Messer im Kopf, Reinhard Hauff, 1978), in cui la fuga è legittima difesa, Tempi di luce declinante (In Zeiten des abnehmenden Lichts, Matti Geschonneck, 2017), quelli di Wilhelm Powileit, esiliato durante il nazismo e coperto di grigio negli ultimi giorni della DDR. Dualità e vicoli ciechi.

Perciò Paul non trovava pace nemmeno Nella città bianca (Dans la ville blanche, Alain Tanner, 1982) e le risposte erano biglietti di sola andata. Perché il corpo di Bruno è stato quello delle frontiere, esterne e interne, da Lisbona al confine greco-albanese, in cerca di vite da salvare che valessero L’eternità e un giorno (Mia eoniotita kai mia mera, Theo Angelopoulos, 1998); a volte, persino la propria. Lui, l’europeo errante che setacciò La polvere del tempo (I skoni tou hronou, ancora il maestro Angelopoulos, 2008), al di là delle bandiere e dei regimi politici, al di là della vita e della morte.

Con Licia Maglietta in Pane e tulipani. Silvio Soldini, 2000.

Il nostro Virgilio -letteralmente, ne La casa di Jack (The House That Jack Built, Lars von Trier, 2018), monito e bussola dagli occhi azzurri, il naso buffo e il sorriso disarmante, che disegnò con mano maestra la geografia sentimentale e intellettuale di un continente ancora allo sbando. Se Ganz, l’attore, è stato il bene, il male e tutto ciò che c’è nel mezzo, Bruno, l’uomo, rimase sempre dalla parte della luce. Una presenza saggia e contemplativa, rasserenante e incoraggiante. Una certezza, la più bella di tutte. E, durante i suoi viaggi per perdersi e incontrasi, gli cascarono dalle tasche due gioielli particolarmente brillanti.

Due diamanti che, come lui, sembrano arrivare da una latitudine sospesa nel tempo. Fernando Girasole, di Pane e tulipani (Silvio Soldini, 2000), sbarcato a Venezia dall’Islanda, espiando colpe proprie e altrui, e cercando il prezzo della felicità con modi (e italiano) di altri tempi, pura meraviglia in una favola dove ogni cosa è illuminata da lui. E Damiel, in caduta libera da Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin, Wenders, 1987), disposto a sacrificare l’immortalità per provare le vertigini dell’amore. L’angelo rischiò. E vinse. Come? A-more, ovvero, ciò che non muore. Immortale, come Bruno Ganz.

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