ALICE GUY, C’ERA UNA VOLTA IL CINEMA

“Avevo tutto contro: la mia giovinezza, la mia inesperienza, il mio sesso”. A cavallo tra Parigi e gli Stati Uniti, in un mondo che dava il benvenuto al Novecento, Alice Guy diventò la madre -letteralmente- del cinema, ideatrice delle prime forme di finzione cinematografica e dello star system, nonché un pilastro fondamentale nell’evoluzione tecnica del primo celluloide, sincronizzando immagine e suono trent’anni prima di The Jazz Singer. Il tutto con uno sguardo irresistibilmente ironico che scosse le più inamovibili convenzioni sociali. Ma (o proprio per questo) il suo nome rimase nascosto nelle pieghe della Storia per più di mezzo secolo.

“Lei è troppo giovane, mademoiselle”

Quando Alice nacque, il cinema non era nemmeno un’idea nei cervelli dei fratelli Lumière. La settima arte non vide la luce fino al 1895, in tre fasi: a febbraio, Auguste e Louis brevettarono il cinématographe, a marzo girarono la prima pellicola e a dicembre ebbe luogo la prima proiezione pubblica a pagamento. Lì, al Grand Café sul Boulevard des Capucines, c’era lei, 22enne, appena diplomata in stenodattilografia, in veste di segretaria di Léon Gaumont, fondatore dell’omonima azienda di apparecchiature fotografiche. Per i Lumière, quella serata aveva uno scopo scientifico, dimostrare che la loro invenzione era capace di riprodurre il movimento, non commerciale né tantomeno artistico. Ma nel garbuglio di scene di treni, strade e operai uscendo dalla fabbrica che furono i primi momenti di vita del cinema, alcuni visionari si fecero una domanda: Perché non raccontare una vera storia?

“Pensai: si potrebbe fare di meglio”. Così, quella donna giovanissima, senza neppure il diritto di voto, prese in mano le redini di un destino eccezionale, affascinata dalle infinite possibilità narrative delle immagini in movimento. E non è difficile capire perché: Alice aveva trascorso l’infanzia tra i mille volumi di suo padre, libraio, e ricevuto un’educazione umanistica squisita, compreso il teatro amatoriale, tra Cile, Svizzera e Francia. La sua proposta di girare delle scenette non fece impazzire Gaumont: “Gli sembrava una roba stupida, un gioco da ragazze; mi permise di farlo a patto che non interferisse nel lavoro di ufficio”. La Guy si mise subito all’opera e ad aprile aveva già scritto, prodotto e diretto il primo film della storia, La fata dei cavoli (1896). 20 metri di pellicola e una durata di 90 secondi per riprendere la famosa fiaba francese, che ebbe persino un remake nel 1902, Levatrice di classe alta.

Felice e sorpreso dal successo -il film vendé 80 copie-, l’interesse di Gaumont verso il cinématographe crebbe notevolmente, anche se ancora con un carattere tecnico: nel 1897 adeguò l’apparato produttivo degli stabilimenti per produrre il cronofotografo di Georges Demeny, primo modello di proiettore economico, e mise Alice a capo di una nuova divisione cinematografica (“Léon non mi avrebbe mai permesso di farlo se avesse minimamente intuito cosa sarebbe diventato”). Da allora e fino al 1906, come prima e ancora unica regista al mondo, girò più di un centinaio di film, sincronizzando immagine e suono trent’anni prima dell’avvento ufficiale del cinema sonoro. Opere spesso di ispirazione letteraria, assolutamente “moderne”, mosse dall’amore per il divertimento ed il piacere estetico.

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Entusiasta ed eclettica, dotata di un’immaginazione e una sensibilità fuori dal comune, sperimentò svariate soluzioni tecniche -dai primi piani ai mascherini e le doppie esposizioni, contemporaneamente a Georges Méliès e Segundo de Chomón– e narrative, che definirono i generi cinematografici: drammatico, comico -compreso lo slapstick-, storico, religioso, d’avventura. La regista predilesse le riprese in esterni, usate per la prima volta ne La signora ha le voglie (1906), e sin dall’inizio non le sfuggì il potenziale “sovversivo” del cinema come strumento di denuncia delle disuguaglianze sociali -basti ricordare Le conseguenze del femminismo (1906)-, sempre con il delizioso tocco di ironia che permeò tutta la sua carriera. La Guy si cimentò anche nell’arte del documentario ed il Viaggio in Spagna (1905) la ritrae sorridente davanti all’Alhambra di Granada. Pochi secondi che sono pura storia del cinema.

La crescita inarrestabile del celluloide convinse Gaumont a buttarsi a capofitto nella realizzazione di pellicole sempre più ambiziose, come Esmeralda (1905), basata su Notre-Dame de Paris, di Victor Hugo, e soprattutto Vita e morte di Gesù (1906). Tra il 1898 ed il 1899, Alice aveva girato dei tableaux indipendenti ispirati ai Vangeli con grande successo; sette anni dopo, il progetto venne finito e tutte le bobine unite, dando vita al primo peplum della Storia: 30 minuti, più di 300 comparse, 25 sofisticati teatri di posa e numerose riprese in esterni, nel bosco di Fontainebleau, sperimentando la profondità di campo e diversi tipi di illuminazione. La sua popolarità fu tale che la Pathé Frères produse Vita e passione di Gesù (1903, con tanto di remake nel 1907), un vero kolossal e probabilmente il primo esempio del sistema di coloritura Pathécolor, ispirato al ritagliatore di pochoirs di Chomón.

“Sii naturale”, parola di Alice Guy

“Avevo fatto tutto io, eppure fui messa da parte quando la compagnia cominciò a generare benefici”. Se tecnici e attori erano lieti di lavorare a suo fianco, i capi non sopportavano che quasi l’80% dell’azienda fosse nelle sue mani. Solo un oceano di mezzo poteva garantirgli la “libertà” per appropriarsi dei successi di quella giovane, ancora ufficialmente, segretaria. Nel 1906 Alice venne spedita negli Stati Uniti con suo marito, l’operatore inglese Herbert Blaché, appena nominato rappresentante della divisione americana della Gaumont. Dopo una breve stanza a Cleveland, la coppia approdò allo studio newyorkese di Flushing, ma Blaché fallì nelle trattative con Edison e la Motion Pictures. “Io davo una mano, ma non ero più la loro impiegata. Fortunatamente, poiché altrimenti non avrei potuto creare la mia propria compagnia”. Detto fatto, la Solax venne registrata il 7 settembre del 1910 ed il successo fu immediato.

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Nel giro di un anno diventò la donna più pagata degli Stati Uniti, con uno stipendio mensile di 25mila dollari, grazie ai quali poté costruire il suo proprio studio cinematografico nel New Jersey, il più grande del periodo pre-hollywoodiano. Nei primi film oltreoceano, Alice ripropose le atmosfere struggenti dei melodrammi, specie in Falling Leaves (1912), con una delle scene più poetiche della sua carriera –la bambina che attacca le foglie secche sui rami dell’albero, in un intento disperato per salvare la vita di sua sorella. Ma presto si indirizzò verso soggetti pensati per il pubblico americano, alla ricerca di un maggiore realismo e di effetti spettacolari, che provava personalmente: dall’utilizzo e detonazione di una nave autentica in Dick Whittington and His Cat nel 1913 (impossibile non pensare a Il navigatore di Buster Keaton), alle scene con una tigre, che lei stessa coccolava sul set.

Il talento sconfinato e la qualità umana della Guy stregavano i suoi collaboratori, alcuni dei quali, come gli scenografi Ben Carrè e Henri Ménessier, l’avevano seguita da Parigi. Una raffinatezza ed un fiuto artistico decisivi nella nascita dello star system: divi e dive che Alice formava al grido di “Be natural!”, ovvero, sii naturale, spontaneo, audace, una novità assoluta di fronte agli eccessi teatrali in vigore. La filosofia vitale e creativa targata Guy trasformò l’arte dell’interpretazione e vide la nascita delle prime grandi coppie della settima arte, come Darwin Carr e Blanche Cornwall, protagonisti di commedie, drammi sociali e della trasposizione filmica del racconto di Edgar Allan Poe Il pozzo ed il pendolo (1913), che sbancò il botteghino, e Marion Swayne e Billy Quirk, responsabili dei celeberrimi A House Divided e Matrimony’s Speed (1913), portabandiera della lotta di Alice per la parità dei sessi.

La regista sapeva che l’ascesa al potere delle donne era una questione di tempo -il che prefigurò con grande senso dell’umorismo in In the year 2000 (1912), oggi purtroppo perso- e molti dei suoi film d’azione ebbero eroine come Vinnie Burns, star, senza aver mai usato una controfigura, di alcuni dei titoli iconici della Solax, tra cui Two Little Rangers (1912), “nascita” del western. Il punto di inflessione arrivò nel 1913. L’età dei cortometraggi era al tramonto e le difficoltà di distribuzione cominciavano a farsi sentire. Solax interruppe la produzione e Alice continuò come produttrice indipendente attraverso la Blaché Features e l’U. S. Amusement Corporation fino al 1917. In questo periodo esplorò l’universo horror con The Vampire (1915) e firmò diversi capolavori con l’immensa Olga Petrova -un altro nome incomprensibilmente dimenticato-, storie di donne forti e coraggiose che ruppero tutte le convenzioni sociali.

La pioniera dimenticata

Gli sforzi della Guy furono, però, inutili: la sopravvivenza degli indipendenti divenne impossibile con l’affermazione definitiva delle majors. Tra il 1918 ed il 1920 diresse due film per la divisione americana della Pathé, ma non volle far parte del gioco commerciale spietato delle grandi case di produzione. I pilastri del suo mondo si misero d’accordo per crollare allo stesso tempo: nel 1919 Herbert vendé i diritti di alcuni dei successi della regista a sua insaputa -come il popolare The Lure (1914)-, per poi traslocare in California con un’aspirante attrice (uno “scambio” non molto vantaggioso, anzi: le scarse capacità professionali di Blaché vennero subito a galla e finì per cambiare strada e diventare mercante di mobili). Alice si vide costretta a vendere lo studio per affrontare il pago dei debiti e nel 1922 tornò a Parigi con i due figli. Ma i tempi, anche nel Vecchio Continente, erano irrimediabilmente cambiati.

La Grande guerra aveva fatto nascere un nuovo mondo e solo il cinema russo, sostenuto dall’apparato statale stalinista, e l’espressionismo tedesco riuscirono a tenere testa agli americani. Alice diventò scrittrice di storie infantili e romanzi, sceneggiatrice e articolista, sotto noms de plume maschili, in riviste letterarie. Morì nel 1968 nella casa familiare del New Jersey, dopo aver dedicato gli ultimi 30 anni di vita a cercare i suoi film in Francia e gli Stati Uniti. Ma, a eccezione di un numero minimo, sono andati distrutti o risultano introvabili. Il nome della regista, sceneggiatrice e produttrice di più di 1000 pellicole, che aveva gettato le fondamenta della storia del cinema, cadde nel dimenticatoio (assieme ad altre pioniere come Elvira Notari) per più di mezzo secolo. Nonostante una quasi miracolosa Légion d’honneur, non riuscì nemmeno a trovare un editore per la sua autobiografia, uscita postuma nel 1976.

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Gaumont non volle mai ascoltare le richieste di Alice perché il suo lavoro venisse riconosciuto: nella storia della casa di produzione, pubblicata nel 1930, la narrazione dei fatti comincia nel 1907 e da allora la Guy fu inesorabilmente sottovalutata, quando non ignorata, dagli storici e dai critici, spacciata come “una segretaria amante di Gaumont” e la paternità dei film attribuita ai suoi direttori di fotografia. Certamente: avrebbe potuto una donna mettere in piedi quel sogno che era il cinema? Impossibile, almeno, fino agli anni 70, quando la Cinémathèque française e gli studi femministi cominciarono a rispolverare il suo nome. Ma c’è ancora molto da fare per riconsegnare a questa regista straordinaria, “dotata di una sensibilità e uno sguardo incredibilmente poetici, dimenticata dall’industria che lei stessa aveva contribuito ad inventare” (Martin Scorsese), il posto che le spetta nella storia del cinema.

Imprescindibili: Autobiographie d’une pionnière du cinéma, 1873-1968 (Alice Guy, 1976), Alice Guy Blaché. Lost Visionary of the Cinema (Alison McMahan, 2014) ed il documentario Le jardin oublié. La vie et l’oeuvre d’Alice Guy-Blaché (Marquise Lepage, 1995), che contiene alcuni frammenti di interviste rilasciate dalla regista da cui sono state estratte le citazioni dell’articolo. A maggio verrà presentato al Festival di Cannes il documentario Et la femme créa Hollywood, di Julia e Clara Kuperberg, sulle pioniere dimenticate del cinema.

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