1839: L’ANNO CHE LA FOTOGRAFIA CAMBIÒ IL MONDO

Nel 1839, mentre la regina Vittoria si abituava al peso della corona, venne al mondo Paul Cézanne, Honoré de Balzac diede alle stampe il secondo volume delle sue Illusioni perdute, la Spagna era immersa nella prima guerra carlista e in Italia ebbe luogo l’inaugurazione della prima linea ferroviaria, sette chilometri a doppio binario che collegavano Napoli e Portici. Ma, soprattutto, nel 1839 nacque ufficialmente un’arte chiamata fotografia.

Foglia. William Talbot, 1834. National Media Museum, Bradford. Science & Society Picture Library.

La mattina del 7 gennaio, mentre l’anno ancora sbadigliava, il deputato e astronomo François Arago spiegò agli illustri membri dell’Accademia di Francia il funzionamento della dagherrotipia, primo -ancora una volta, ufficialmente- procedimento di sviluppo fotografico, ideato da Louis Daguerre e Joseph Nicéphore Niépce. Ma, come spesso succede nei grandi eventi storici, il “dietro le quinte” di quella gelida giornata parigina aveva un altro nome e cognome: William Henry Fox Talbot, il giovane fisico inglese che, all’indomani dell’annuncio, fece sentire la sua voce nella Royal Society di Londra per rivendicare la paternità di una rivoluzione destinata a cambiare la storia del mondo. Uno sforzo inutile: la protezione del futuro primo ministro Arago rappresentava un ostacolo pressoché insormontabile.

Da Daguerre a Talbot. O da Talbot a Daguerre?

Questo non significa che la rivendicazione di Talbot non fosse giusta, altroché! Romantico da tutti i punti di vista, già nel 1833, dopo vani tentativi di disegno con la camera lucida durante il viaggio di nozze sul lago di Como, aveva cominciato a pensare ad altri modi per immortalare quei paesaggi da sogno. Di ritorno in Inghilterra, esperimentò l’arte di fissare le ombre (figlia di analoghe esperienze settecentesche) e l’esposizione al sole di diverse foglie a contatto con una carta imbevuta in una soluzione di sale da cucina e nitrato d’argento diede come risultato il primo negativo a contatto del soggetto. La svolta decisiva arrivò nel 1835, quando perfezionò l’uso della camera oscura ed ottenne la prima immagine negativa -una finestra della residenza familiare di Lacock Abbey-, che chiamò “disegno fotografico”.

Finestra di Lacock Abbey. William Talbot, 1835. National Media Museum, Bradford. Science & Society Picture Library.

Talbot non aveva intenzione di rendere pubbliche le ricerche, ancora in corso, ma l’intempestivo annuncio scombussolò i suoi piani. Difatti, non brevettò la tecnica fino al 1841, sotto il nome di calotipia. Perché il termine fotografia fu coniato da un altro padre dimenticato di essa, l’astronomo e chimico John Herschel, che lo utilizzò per la prima volta il 28 febbraio del 1839 in una lettera indirizzata al suo conterraneo; inoltre, la sua scoperta delle proprietà dell’iposolfito di sodio nel fissaggio dell’immagine fu decisiva nel miglioramento dei processi di sviluppo fotografico. Ma, come succederà con il mondo delle immagini in movimento [Scopri di più: SEGUNDO DE CHOMÓN, PADRE DIMENTICATO DEL CINEMA], molti nomi fondamentali della prima fotografia sono rimasti nascosti nelle pieghe del tempo.

La fotografia: una figlia, molti padri

“Ed a provarlo voglio bastino due esempi”, citando Machiavelli: quello di Hércules Florence -francese naturalizzato brasiliano, i suoi esperimenti “dagherrotipici” del 1833 caddero nel dimenticatoio per colpa dell’isolamento in cui viveva oltreoceano- e, soprattutto, Hippolyte Bayard. Funzionario del ministero delle finanze francese, aveva inventato un procedimento di stampa positiva diretta che, però, non poté presentare in pubblico fino al 1840, un altro episodio del boicottaggio targato Arago. La risposta di Bayard? Un autoritratto nella postura di un annegato: “Questo infaticabile ricercatore è stato occupato per circa tre anni con la sua scoperta. Il governo, che è stato anche troppo per il signor Daguerre, ha detto di non poter far nulla per il signor Bayard, che si è gettato in acqua per la disperazione…”.

Abbazia di Melrose, Scozia. William Talbot, 1844. National Media Museum, Bradford. Science & Society Picture Library.

Con il vento a favore, Daguerre si era persino permesso di prendere in giro Luigi Filippo (niente di sorprendente: Arago era il capo dell’opposizione repubblicana): il monarca gli aveva concesso un vitalizio di 6000 franchi per la liberalizzazione della dagherrotipia, ma l’inventore protesse con un brevetto specifico il suo apparecchio fotografico, senza il quale la conoscenza teorica del procedimento diventava sterile, per far sì che suo cognato, l’ottico Alphonse Giroux, diventasse  l’unico venditore autorizzato di quegli ingegni. Ma il 19 agosto si vide costretto a rendere pubblica tutta l’informazione e la fotografia -magico crocevia artistico, commerciale e scientifico- divenne finalmente parte effettiva della Storia [Scopri di più: ROBERT RIVE, L’ITALIA DELLE MERAVIGLIE].

E il mondo non fu più lo stesso

Intrighi nelle stanze del potere a parte, le immagini brillanti e definite del dagherrotipo destarono la meraviglia generale e misero all’angolo quelle sbiadite di una calotipia ancora in fase di sviluppo. Talbot incassò il colpo, consapevole di avere un prezioso asso nella manica: di fronte alla copia unica della dagherrotipia, che produceva l’immagine direttamente su una lastra d’argento, il calotipo poteva essere ristampato in copie uguali un numero potenzialmente infinito di volte; a questo si aggiungeva il facile trasporto dei negativi in carta, arrotolabili. La prima battaglia vinta fu, così, quella professionale, che predilesse fin dal primo momento l’invenzione di Talbot; a consacrarlo, Roger Fenton, primo fotogiornalista di guerra, che scelse il calotipo per immortalare la campagna di Crimea nel 1855.

Reading Establishment. William Talbot, 1846. National Media Museum, Bradford. Science & Society Picture Library.

E quel romantico inglese che aveva voluto eternare il suo amore vinse anche la guerra. Produsse oltre 5000 immagini, esplorando le infinite possibilità tecniche e artistiche della natura, il ritratto e l’architettura, avviò il Reading Establishment -studio fotografico e casa editrice- e scrisse The Pencil of Nature, primo libro illustrato con fotografie applicate. Dopo quindici anni di una “dagherromania” che aveva attraversato trionfante l’Atlantico (per Edgar Allan Poe, “forse il più straordinario trionfo della scienza moderna”), lasciandoci alcune delle immagini che hanno forgiato il nostro immaginario culturale, la calotipia detronizzò il dagherrotipo anche in ambito privato. E, da allora, quella “penna per disegnare con la luce”, madre della fotografia moderna, cominciò a cambiare per sempre la memoria del mondo.

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